Insonnia II

vita

Sono le 2.55
Ho appena aperto un cartone di latte. Non dormo e cammino a luce spenta per casa. Vedo l’ombra del cane e immagino non capisca i motivi di queste mie azioni allo scuro. Fuori c’è nebbia quasi fossi in valpadana.
Non ho sonno. In giro non c’è praticamente nessuno.
Sono le 2.58 i nervi sono tesi.
Buona Befana
Le 3.02.

Cardio

cani, vita

Sono in ospedale in attesa. Stamattina per salire ad Atri il tempo è stato impressionante. Molto brutto.
Buona parte della mia vita è ruotata attorno a questa cittadina, molte cose della mia adolescenza sono state vissute qui. Quindici anni fa, alle scuole superiori in pieno centro storico, aprivamo le finestre per far entrare la nebbia in aula e generare caos. Cose che solo dei cretini in fase di crescita possono riuscire a fare per evitare di fare lezione e creare cazzate. Quante risate e quante stronzate.
Atri è sempre stato un paese con questa sua unicità, oggi non più, tutta la foschia sorge a valle e acceca la luce di chi ha difficoltà nella vista, sconvolgendo ogni senso.
È impressionante come le cose possano rivoltarsi così.
C’era una industria dolciaria famosissima, è c’è tutt’ora. Si diceva che quando cambiava il vento e il profumo del Panducale arrivava nel suo cuore, nella piazza, nelle vie, nevicava. Chissà se vale ancora?
Nel reparto cardiologia ora c’è tanta gente in attesa. In venti minuti è cambiato lo scenario anche qui. Inizio a sentire caldo.
Un paziente è appena arrivato per un problema al pacemaker e lo hanno spedito al pronto soccorso.
Per avere la priorità bisogna sempre fare dei giri assurdi nonostante i problemi evidenti.
Sono le 8.34
Sono passata in un altro ambiente, sempre in attesa e in fila. Ho capito che questo messaggio è un work in progress che completero’ in un secondo momento. Davanti a me un bambino biondo col cappello ha appena dato una testata impressionante alla sedia. La madre lo ha richiamato all’ordine.
Non sembrano proprio giorni di festa. Nessuno avverte più niente e i commenti sul Natale sono scarni, poveri di gioia.
È appena arrivato un tizio in tuta grigia e cappello rosso. Di tanto in tanto lo guardo per spiarlo: ha un auricolare e scarpe grigio scuro dai lacci rossi, occhiali rayban in bocca, a morderne le punte che vanno poggiate sopra le orecchie. Scatta foto non posizionando la macchinetta. Sento solo il rumore del cik ciak. Qualcuno alle mie spalle mi spia. Sento la voce di una signorina troppo vicina. Il bambino di prima combina casini e mi scappa da ridere. Sono sempre contenta quando i piccoli manifestano i loro disagi in ambienti noiosi. Gli anziani sono smarriti. Una signora incinta con una finta Fendi e’ arrivata accanto a me. Ha degli stivali bruttissimi, grigi. Di viso è molto bella. Uscire così presto per raggiungere una struttura ospedaliera implica menefreghismo. Solo io ho le crisi isteriche? possono esserci anche le bombe, ma un filo di trucco lo metto anche in caso di morte. Mi sento meglio per me stessa. Poi quando sono a casa sono un essere sbarcato dai baffi lunghi. Sono le 8.43. È arrivato l’utente ordinato e ribelle che non sopporta il caos e tenta di riordinare tutto. Il tizio in tuta di prima ha le braghe calate. I suoi pantaloni sono di un materiale spesso, cedono facilmente. Mi accorgo di stare scrivendo dettagli inutili ma non ho voglia di stare a fissare continuamente gli altri. Non ho gli occhiali da sole con me.
8.49.
Sono fuori. In macchina.
8. 52 sono in doppia fila. sti cazzi.
9.34 sono a casa.
Il cane è felice. Ho tolto gli stivali, il cane guarda fuori la finestra cercando di capire cosa sta facendo mia madre sotto casa.
Ci siamo fissati per un attimo, entrambi in ascolto. Stessi ritmi.
Mi metto a fare qualcosa. Ci saranno errori.
9.36
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Parti di percorso in discesa.

Resoconti

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, viaggi, vita

Sono un po’ di giorni che non mi siedo davanti a un pc. Non ho avuto internet per problemi di connessione e sono stata davvero molto bene. Per le necessità impellenti ho avuto il cellulare attivo. Ho già detto tante volte che la percezione di sguardi attraverso i social viene manipolata e alterata, e riposarmi dall’inutile è stato nutritivo e salutare.

Mercoledì scorso sono finita in una cena realizzata in un castello. Ci siamo presentate io e una giornalista teramana partite in tutta velocità alla ricerca di un luogo sperduto nella provincia di Pescara. Sono stata con imprenditori, critici, curatori e alcuni operatori di settore. Persone che lo scorso anno osservavo/ammiravo dalla platea di uno spazio artistico mentre disquisivano di creatività e responsabilità del/nel fare cultura. Non capisco come i fili della mia vita possano intrecciarsi a questa maniera così complessa, davvero, più volte, mentre ero lì presente, mi sono chiesta se fossi fortunata o meno, che cosa ci facessi realmente e altre insicurezze di poco conto. Io e un artista siciliano eravamo i più giovani, i novelli, che si guardavano con occhi spalancati, sinceri, non capendo cosa fare, come muoversi e cosa dire. In realtà, il tempo delle chiacchiere è stato poco, giusto per la condivisione di una aperitivo, una cena squisita allietata da vino rosso. Essere al tavolo della presidenza con un direttore artistico di quel calibro mi ha inibito nella sua fase iniziale, una volta sciolta la parlantina, ho capito che le volontà e i principi sono simili e si possono ottenere argomenti di riflessione validi per lavorare al meglio, se si vuole veramente contribuire a qualcosa.

Quando sono tornata a casa la notte ero molto confusa e stanca. Ho scritto a varie persone vicine le quali mi hanno prontamente risposto che se ero lì me lo meritavo per come agisco. Non so se sia vero o giusto. Oggi ho pure un raffreddore tremendo, da due o tre giorni penso e ripenso ai motivi di queste situazioni, poi sforno biscotti.

C’è un artista che seguo molto da vicino il quale ha iniziato a prendermi in giro sul serio. Spesso gli ricordo che alla base di ogni azione ci deve essere un progetto chiaro di intenzioni. Nella materia culturale viva, niente è data al caso, tutto è seguito da tre principi armonici.
L’altro giorno, mentre dibattevamo di stupidate varie, facevo un sugo improvvisato, non avevo nulla di apparentemente utile a casa, mano mano che aprivo cassetti e frigorifero mi accorgevo che tutto poteva essere ricondotto e unito per creare un sapore di tutto punto, io descrivevo i passaggi, lui mi richiamava all’ordine della sequenza, io l’ho smontavo secondo alcuni principi di sovversione duchampiana. Anche quando non lavoro, lavoro, non riesco a fermare le possibilità che si possono costruire con pochi elementi miscelati condividendoli con qualcuno che capisce realmente il mio ritmo.

Penso sempre che le azioni da basso siano le più utili. Se mi soffermo, rifletto su un viaggio fatto a Metz nel 2010,  fu l’anno in cui si inaugurava il Centre Pompidue II pensato da Shigeru Ban, l’architetto giapponese che si è occupato anche di alcuni progetti nella mia regione. Oltre a trovare una mia cara amica che viveva in Francia, sono stata invogliata da tutto il meccanismo di consapevolezza costruito attraverso il marketing affinché si costruisse valore per quel luogo nuovo, che inaugurava con alcune collezioni provenienti da Parigi, dal web, mentre ero in Italia seguendo la sua progressione tramite una webcam. Ho riso quando sono arrivata lì. Mi hanno chiesto il mio cap di provenienza. Ho sempre voluto immaginare che qualcuno sia andato a vedere questa località sperduta della provincia teramana e si sia chiesta il perché, i motivi, di questo movimento assurdo di azioni e di cose fuori da un circuito solito di consumatori arrivati da grandi città. Alle volte mi chiedo se vale anche per le riviste di settore, oltre ai soldi, capire come si muove il mercato e perché proprio da certe aree sottovalutate o svantaggiate.

Credo sempre che la provincia possa offrire tante cose, tante risorse innovative, soprattutto perché c’è ancora un grande valore nell’arrangiarsi a trovare soluzioni che permettano di irrompere nelle cose. In tutto questo anno di elaborazione progressiva non mi sono accorta di quanto io fossi vicina a cio’ che papa Francesco ha definito “misericordia”. Non ho agito per pietà, ma per compassione, una compassione che passa dal concetto di empatia che applicata ad un sistema laico o ateo puo’ avere un grande valore di riscontro nella fattibilità delle cose. Ho seguito con molta cura l’apertura della porta giubilare a San Pietro, ho ammirato chi crede fortemente in valori così importanti di spiritualità. Pensare che c’erano pellegrini da ogni dove per ricollocarsi nella propria esistenza, superando la paura dei personali demoni, mi rincuora.
Se si tralascia questo tipo di osservazione, la cultura alla partecipazione e l’umiltà perdono il sapore vero delle cose.

A questo punto credo mi sia salita la febbre. Ho mal di gambe, continuo a sentire freddo nonostante addosso abbia un felpone colossale a collo alto, uno scialle, un copricollo, i termosifoni e il camino acceso.
Non rileggo, mi sento molto stanca. Il cielo è sereno dalla mia finestra anche se ingrigito da un livie passaggio di nuvole leggere.
Il cane vaga per casa e si emoziona ascoltando Bjork.

Scambio utile, avanzamento, crescita.

cultura, leggere, letteratura, libri, Studiare, Università, vita

Ho conosciuto le opere di Tommaso Pincio quando frequentavo i corsi di letteratura all’università. Il mio docente fu il critico, giornalista, Gabriele Pedullà. In quel periodo insegnava a Teramo, in facoltà, il valore della letteratura resistenziale italiana.
Quegli anni, nei corsi, furono davvero intesi, nei quali andare a lezione voleva dire arricchirsi umanamente, da forti contrasti, idee rivendicate, prendendo i libri in mano, sottolineandoli, portando la propria tesi, la propria unicità di interpretazione e dirla, affermandola.
In quegli anni ho trovato gli amici dell’età adulta, persone che con me hanno condiviso, e condividono, da 10 anni, le vicissitudini importanti della vita tra risate e pianti, rotture, bambini e matrimoni.
Con quel professore, tra i tanti scambi fatti, un giorno, gli chiesi di suggerirmi stimoli letterari, e mi fu consigliato Tommaso Pincio, un autore che non avevo mai sentito nominare.
Un’amore dell’altro mondo, fu il primo testo, poi scelsi La ragazza che non era lei, oggi, Panorama.
Quest’ultimo arriva nel 2015, e per me è stata una svolta terapeutica.

Nei tre libri citati, c’è un filo conduttore che lega i personaggi principali. Una inerzia, una incapacità di muoversi, di rimanere intrappolati tra l’incazzato e l’inespresso, andati sempre di pari passo con cio’ che stavo io vivendo realmente nella mia vita. Non si tratta di una inettitudine alla Cesare Pavese, ma piuttosto una cosa indescrivibile animata da un profondo sentimento, alienante, ma talmente potente, da rimanerne intrappolati. I suoi personaggi sono bloccati da qualcosa di viscerale, di più profondo, dai quali è sempre difficile scovarne la vera natura.
A volte vorrei contattare Pincio e chiedergli se per cortesia possa far venir fuori questa potenza, acclararla. Vorrei proprio urlargli contro: “li faccia uscire, li facci andare, li spinga fuori a vivere!” . Poi mi fermo. Metto faccine buffe seguendo i suoi movimenti di status su facebook, rido, perché alla fine è giusto così.

Sabato Panorama ha vinto il SinbadPremio Internazionale degli editori indipendenti.
Sono stata molto felice. Mi ha molto emozionato la dichiarazione di Nicola Lagioa, come anche la reazione buffa della stessa Teresa Ciabatti. Ancor di più, mi hanno colpito le parole espresse dallo stesso autore nei ringraziamenti che ha postato ieri sera, sul suo social personale. Quello che traspare dal suo essere è una forza di grande coerenza.
Io non so se sia così, ma voglio crederlo, perché mi rassicura e illumina ogni volta che entro in contatto con le sue parole.

Un letto rifatto appena dopo il risveglio è il loro ambiente ideale. Lasciandolo in disordine, cuscini e lenzuola perdono l’umidità accumulata nella  notte, gli acari si disidratano e muoiono. I contatti di Ottavio Tondi con Ligeia Tissot non andarono oltre la corrispondenza digitale, i messaggi più o meno lunghi scambiati su Panorama, in quei quattro anni, acari a parte. Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo “intimo” riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei toni che entrambi usavano non si scorgono mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità. D’altra parte, considerate le tante cose che lei gli diceva di sé e le tante foto che lei gli spediva assieme ai messaggi e la miriade di oggetti che lei lasciava sul letto sfatto e che lui inventariava con metodo ossessivo, Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza bene da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi restò a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito.
Da dove traesse un simile convincimento è un mistero. Nella realtà, Tondi non impedì alcunché. A parte un paio di battute e un vago accenno a una sua venuta a Roma, Ligeia non gli propose mai di incontrarsi né manifestò concretamente un simile desiderio. Lui non fu da meno. Non propose nulla, non manifestò niente. Il solo effettivo ostacolo che si frappose all’eventualità di un appuntamento fu la totale mancanza di iniziativa, peraltro espressione tipica dell’inazione propria di tutti quegli individui marginali che, come lui, amavano leggere, ma che in lui acquistava un risalto emblematico, essendo lui non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa.
Se di molte persone, al semplice guardarle in faccia, si può dire che finiranno male, qualcosa di non molto diverso era possibile dedurre dallo speciale talento di Tondi nel non incidere sulle cose, per restare assente, inerte in ogni circostanza, a meno che non ci fosse in ballo la lettura di un libro. Da una persona così era folle aspettarsi sviluppi diversi da una deriva irrefrenata degli eventi.”

Queste parole sono parte di uno stralcio pubblicato su Minima&Moralia, dal quale ho tratto alcuni passaggi, ma su questo link c’è altro.

Tommaso Pincio, Panorama, NN Editore,  2015

4 ottobre: “Cercare l’uno al di sopra del bene e del male”

amore, vita

E’ brutto quando certe volte ti accorgi che alcuni a te vicini non ti hanno amato quanto tu abbia fatto con loro. Non è spaventoso, neppure mostruoso, se tutto si svolgesse nella regolarità di un rifiuto senza un abuso psicologico. Quando certe persone incappano nella loro vita per problemi proiettati da altri, mentre tu hai solo il coraggio di dire come la pensi, rispetto a chi ha compiuto il danno sulla persona con la quale stai parlando, tu, protagonista empatica diventi vittima e carnefice di un meccanismo che ha disabituato (o non mai insegnato) ad amare. Per quel poco che ho capito in questi trentanni di vita, se c’è una cosa che va potenziata è proprio l’amore. La forza della compassione unita alla resistenza del proprio essere. Ci sono momenti bui per tutti, nessuno escluso. Questo non vuol dire segnare maledettamente l’esistenza altrui poiché impossibilitati a vivere la propria. Se uno è felice o si accontenta delle piccole cose, senza esibirle ma offrendole a disposizione come strumento, non ho capito per quale strano motivo debba essere invidiato o crocifisso. Davvero, non capisco il circuito mentale che porta a tutto questo. Per me esistono dei motivi, ogni passo della esistenza è generato da dei motivi, piccoli pensieri che vanno elaborati, pensati e meditati mettendosi in discussione. La coscienza per me ha un grande valore di onestà. Prima o poi parla, per tutti, soprattutto ai peggiori, quelli che cambiano maschera a seconda della convenienza. Ci sono persone che non capiranno questo messaggio perché rifiuteranno la logica con la quale lo sto scrivendo. Purtroppo solo i somiglianti capiranno e si sceglieranno, lo faranno per lesioni, per storie comuni, per esperienze similari, per altri cento motivi. Non per proiezione. Il danno principale è proprio quello di cadere nell’assorbimento di paranoie altrui e lasciarsi trasportare nel buio. La vita è luce. Spesso capita che ci si sente a disagio per azioni che si sta compiendo, come fossimo ancora ragazzini di quindici anni non capaci di relazionarsi al mondo per paura o per disagio. Quando si è adulti bisogna dirlo e affermarlo, dimostrare a se stessi che si possono compiere atti validi e forti, prima ancora che agli altri, nell’assumersi delle responsabilità. Ho sempre creduto nel potere della parola detta, scritta o parlata, non ha differenza se chi legge si immedesima in te per compassione. Attorno a noi purtroppo c’è una società che si trova in una condizione pessima di vissuto. Concentrata nella natura del narcisismo. In questo anno ho intrapreso, studiato a fondo queste dinamiche. Spesso ci limitiamo a definirli “stronzi”, tanto sono cattivi. Se imparassimo a chiamarli narcisisti, approfondendo il significato del termine, verrebbe fuori qualcosa di più chiaro. Un meccanismo psicologico che puo’ spezzare le vite degli altri se non si ha la forza di reagire. Lo scopo del narcisista è quello di rapinarti l’energia e farla sua. Assorbirla tanto da viverci, sopravvivere per camparci. Se vai via dalla loro vita per scelta, difesa, cioè sottrai l’acqua dal loro specchio, entrano in crisi d’astinenza e subito trovano un’altra vittima in sostituzione, vagano come dannati. Tu, invece, che ti senti sbagliata a prescindere perché hai difeso la vita con tutte le forze del mondo, diventi per loro la vittima prediletta di un gioco masochista che sfoga nella tirannia, spesso psicologica. Chi si muove giocando così, spesso è uno stratega noioso, abbastanza banale e lo si scopre dopo alcuni movimenti, se si è allenati ad avere a che fare con questi parassiti. Ne girano più di quanto potete immaginare. Il danno peggiore, la giostra altalenante, è invece oggi alimentata dal web. I rapporti umani sono a zero, basta fare un giro nelle piazze, oppure dietro l’angolo più stupido di un paesino, per vedere quanto il mondo moderno della tecnologia influisce sulle relazioni. Buona parte dei nostri discorsi importanti li svolgiamo sui social, sulle app. Quello che voglio dire è che si è perso il contatto con gli occhi, siamo arrivati alla desertificazione emotiva imposta da uno strumento che ci ha abituati al diverso, a un servizio, messi a disposizione del mutismo. Quando si esce fuori ci troviamo poi a vivere una condizione straniante, la realtà. E’ tutto poi sembra improvvisamente rarefatto, bello o brutto che sia, la condizione in cui si manifesta è qualcosa che ci appartiene, che conosciamo, ma che abbiamo – momentaneamente – sospeso e abbandonato a favore di questa solitudine di vissuto. Dovremmo ricominciare a spingerci fuori, ritrovare l’unico, tentare di elevarci a qualcosa di più ambizioso, che metta la nostra vita al centro, non in maniera esasperante o asfissiante, piuttosto renderci utili senza pensare al doppio fine, capire cioè come evitare di fregare l’altro per scampare da una situazione ciclica, che in fine dei conti ti porterà di nuovo allo stadio di partenza.
Nell’ultimo anno c’è stata una persona che si è permessa di dirmi che parlo per “messaggi promozionali” . Una impostura bella e buona, se ci rifletto su. Se anche fossero messaggi promozionali, sono i miei, puliti, dei quali non devo assolutamente vergognare, poiché io credo in quello che dico, e se mi esprimo per una volontà, in cui voglio rassicurare l’altro, lo faccio, lo faccio anche così, in modo semplice e diretto, senza linguaggi sofisticati perché a me non serve dimostrare che si è intellettualmente impegnati e fini per farmi accettare.
Lo voglio dire oggi, nel giorno di San Francesco, maestro che mi ha permesso di approfondire il suo credo di semplicità in occasione della tesi triennale. Persone, i francescani, che non mi hanno mai imposto la loro regola, la sopraffazione, mi hanno accettato anche nelle discussioni in cui ero in totale incongruenza di pensiero. Un grande esempio di rispetto e condivisione.
Stamattina il cielo è grigio sui monti, c’è aria fresca che entra dalla finestra della sala, su di me c’è il sole, mi sento molto concentrata.
Bisogna volersi bene nella vita, partendo da se stessi.