M. Angela Musolesi, Presidente degli esorcisti. Don Gabriele Amorth #shalom #libri [#recensione]

attualità, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, società, spiritualità, vita

Si tratta di una di quelle figure che incutono timore, persona che ho sempre ascoltato per via televisiva, ma mai letto nulla di suo.

Presidente degli esorcisti. Esperienze e delucidazioni di Don Gabriele Amorth di M. Angela Musolesi (Shalom, 2010) è un libro-intervista che introduce alla figura dell’esorcista, agli studi che occorre fare per specializzarsi, che vanno dalla conoscenza approfondita di più ambiti della cultura religiosa, alle nozioni di psichiatria.

Don Amorth nelle sue dichiarazioni parla di politica e di come sono mutati gli scenari della sua materia con la nomina di Giovanni Paolo II di come gli spiriti negativi rifiutino Papa Wojtyla. I dati riportati, invece, riguardano la mancanza di esorcisti in paesi inaspettati come la Spagna e il Portogallo, ma anche gli introiti generati da maghi e astrologi nelle regioni italiane nel 2010. Le esperienze esemplificano le diverse forme di ritualità legate al bene e al male. Si rivelano casi in cui si pratica un esorcismo, una messa nera, e come sono cambiati i loro rituali negli anni. Si comprende quanto il rito del battesimo è importante e allo stesso tempo come il termine possessione (bramosia) è capriccio egoistico che assume forme diverse con uno o più desideri inespressi.

Il testo afferma che l’inferno è solo un posto in cui si trova l’anima. È uno schema di attacchi tra Satana (o i piccoli demoni) contro la Madre di Dio e Gesù Cristo. A vincere sono gli ultimi due: chi è capace di manifestare l’essenza con il potere della autenticità. Per questo il diavolo (l’egoista, il narcisista, il manipolatore, una persona infima e di poco conto) è un incapace: una immagine illusoria e reale di chi ha una grande paura del proprio e altrui bene.

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Misericordia

amore, Narcisismo, vita

Io ho conosciuto Pietro, in un’altra lingua. 
Proprio lui mi ha permesso di capire tutto questo, oggi, perché ho avuto fiducia in lui, da atea.
I miei occhi lo hanno attraversato a questa maniera:

È lo sguardo non giudicante, ma che cerca nell’altro le risorse positive che può mettere in gioco. Non credo che la misericordia sia necessariamente da chiedere, come un mio confratello mi ha detto, penso però che la misericordia riesca a generare tutta la sua potenza solo quando è accolta dall’altro.

Le relazioni si ricostruiscono solo ridando fiducia all’altro, ma la fiducia è sempre un rischio, non ha mai un esito scontato.
La fiducia è gratuita, non è un prestito, è una perdita fin dal primo momento
.”

Non mi pento della mia perdita, anzi, lo ringrazio della scoperta di questo significato, perché posso vivere ogni giorno in maniera più potente da quando l’ho scoperto, definito.

” La misericordia spinge a scoprire il bene non ancora visto”

Per capire di più, qui.

Piero della Francesca - Polittico della Madonna della Misericordia 1445-1462 Olio su tavola Proveniente dalla chiesa della Misericordia di Sansepolcro

La perfezione ti divora

amore, arte, artisti, cultura, danza, film, vita

La somma delle piccole cose porta a capire quanto tutto il resto possa plasmarci.
La manipolazione, il suggerimento soffiato in un orecchio, in una persona che si sente non adeguata.
Qualcosa in questi personaggi cinematografici traggono spunto dall’idea di male, introiettato nella nostra cultura da secoli di ripetizione dostoevskijana. Di letture importanti nocive, se effettuate in ripetizione e senza distacco. Senza distanza o tempo giusto.
Una perfezione utopica, che non esiste, piuttosto disintegra e distrugge, inaridisce l’anima, rendendola meccanica, togliendole il respiro, lentamente lacerandola e castrandola.

La luce vince sempre sul buio.

Amour – Michael Haneke

attualità, cinema, cultura, film, vita

Camera fissa in quasi tutte le inquadrature, luoghi chiusi e claustrofobici. Ecco lo scenario principale del vincitore della Palma d’Oro lo scorso anno a Cannes.

Amour è arrivato nelle mie sale esattamente un anno dopo la sua premiazione. Un film costruito da Michael Haneke in modo disarmante, quasi stridente col suo stesso titolo.

La trama ha non ha particolari filtri: è una storia d’amore che confluisce in un atto estremo, derivante dalla situazione che si è venuta a creare dopo un improvviso ictus a un’anziana pianista francese, borghese, che assieme al marito, vive in una modestissima casa, di cui non sappiamo l’esatta posizione a Parigi.

La lentezza che caratterizza tutto il lavoro porta lo spettatore a immedesimarsi con i personaggi in tutti i ritmi, linguisti e fisici, in una riflessione che azzanna le nostre menti in maniera corrosiva per la non accettazione o reazione a una situazione di questo tipo.

Il progetto inizia velatamente dalla fine: ha quindi un’andatura circolare, come un romanzo di cui si gusta, sfogliando pagina per pagina, la storia, cercando quel punto d’arrivo che segnerà la svolta.
Qui, il cambiamento è anticipato brutalmente, e si palesa solo nell’ultima scena, interrotta all’improvviso, tanto da rimanere in un’inquietudine silenziosa prima di uscire via dal cinema.

La cosa che mi ha colpito di più è stata la scena del Théâtre des Champs Elysées: un pubblico che attendeva l’inizio di un concerto, che rifletteva noi stessi come in uno specchio, nella loro medesima posizione, a fissarli con gli stessi pensieri.

Teaser: