Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa #audiolibro #libri [#recensione]

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Dopo aver avuto modo di iniziare con Heidi, penso che ascolterò tutti gli audiolibri di Francesco Muzzopappa messi on-line: li trovo piacevoli, divertenti e leggeri tanto da rendere la testa è completamente svuotata da ogni elucubrazione mentale una volta terminati.

Una posizione scomoda ha una durata è di circa 5 ore ed è la storia di Fabio, un ragazzo che vuole a tutti i costi fare lo sceneggiatore nel cinema impegnato dei grandi nomi, ma si ritrova a vivere nella schiavitù del porno in mezzo a una famiglia cattolicissima e da amichetti che si vantano di avere posti di privilegio nel mondo della tv. Del resto è lui che ha vinto il premio della critica ottenuto grazie al più importante esponente del cinema italiano di quel momento; la trappola che lo incastra quando scrive quella potente sceneggiatura che conserva gelosissimo in un cassetto fino a quando non arriva la grande occasione di produrla grazie a un tizio teramano che gli garantisce gli introiti per poterla raccontare al grande pubblico.

Da questo fallimento, si arriva a qualcosa che gli cambierà l’intera esistenza, ma è da quel momento che l’empatia trascina l’ascolto fino a piegarsi in due dalle risate capitolo per capitolo.

Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa
Letto da Dario Sansalone
Storyside, 2018|Fazi editore, 2013
https://amzn.to/2UD31dU

Una posizione scomoda - Francesco Muzzopappa, Fazi editore, 2011| Storiside, 2018 - Storytel - ph. Amalia Temperini

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Nebraska di Alexander Payne

cinema, cultura, film

Vivo, vivo. Sono qui che ogni tanto temporeggio su cose che potrebbero essere superate con un tranquillissimo invito a mandare a quel paese qualcuno, ma mi sto dando ancora del tempo.

Dopo varie offerte politiche cui partecipare attivamente, stamattina, dopo mesi, ho ripreso in mano la situazione concedendomi una grande riflessione che parte dalla cucina. Ho tagliuzzato carote, sedano e cipolla, e alle ore 9.30, ho messo su il ragù come una buona casalinga tuttofare, senza disperazione, con un po’ di colore e molta voglia di vivere, visto il sole di queste intense e strane giornate.

Non sono qui per raccontarvi attimo per attimo la mia vita, ma vi aggiorno sull’ultimo film visto ieri sera al cinema.

Nebraska è un lavoro di Alexander Payne presentato al 66° Fesival di Cannes, in Francia, nel 2013.

Se andassimo a spulciare in dettaglio la sceneggiatura, essa potrebbe essere ridotta all’osso da una semplice storia di frustrazioni familiari in cui la dimensione temporale ha un ruolo centrale. Non si tratta di uno specchio parallelo in cui ci si riversa un qualcosa, ma di un attraversamento in cui si cerca di riscattare la propria vita per via delle mille sfumature, rinunce e abusi affrontati nel suo corso.

L’estrapolazione della cura fotografica non inflazionata dal colore e da una forte connotazione statunitense – è una produzione con pochissime bandiere e canti patriottici ma moltissimo placement -, rendono questo film davvero pregevole nei suoi vari intenti.

La forza principale è racchiusa nelle lunghe carrellate panoramiche sui territori americani. La poesia che si costruisce è in un bianco e nero è uno scatto che ha una dimensione di flusso cinematografico elaborato in sequenze di montaggio.

Per tutta la sua durata, l’incontro con queste successioni, cattura l’attenzione fino ad assorbire la presenza dello spettatore in sala.

Ognuno di noi conosce quella sensazione da viaggio di ritorno: questo film la esprime in tutta la sua durata, intervallando questo candore con un’ironia sprezzante e senza fiato, da lasciar liberi di ridere fino ad avere gli occhi pieni di lacrime.

Sentivo dai commenti, una volta uscita, persone che dicevano di averlo trovato lungo in alcune scene. Non mi trovo d’accordo. Si è di fronte a una storia la cui narrazione di base è drammatica, non per nulla felice, molto molto triste, ma di forte riscatto ottenuto al tempo giusto, con persone cruciali che assistono al cammino del protagonista.

Si ha di fronte un personaggio – Woody Grant (Bruce Dern, l’interprete principale) – annichilito dalla sua stessa vita. Assorbito da contingenze negative che lo hanno ridotto a essere un individuo succube di molte cose che lo hanno investito negli anni e nel suo passato. Dalla scena iniziale, lui ha un motivo: andare a riscuotere un premio di 1 milione di dollari – in Nebraska – dove ha sede una compagnia editoriale che promette indennizzi in giochi a quiz.

Il viaggio sarà una ricostruzione di un puzzle assemblato tra disperazione e comicità varie. E’ un progetto di passaggi e consapevolezze, di azioni di testimonianza e integrazioni di memoria. E’ un modo entrare per entrare in pace con se stessi, ritrovando pezzi di una vita, riscattandosi, anche per sentirsi considerato e non assorbito, incrociando  in un semplice sguardo chi si è amato veramente per sentirsi e ritrovarsi sicuri.

Consigliato!

Trailer:

Amour – Michael Haneke

attualità, cinema, cultura, film, vita

Camera fissa in quasi tutte le inquadrature, luoghi chiusi e claustrofobici. Ecco lo scenario principale del vincitore della Palma d’Oro lo scorso anno a Cannes.

Amour è arrivato nelle mie sale esattamente un anno dopo la sua premiazione. Un film costruito da Michael Haneke in modo disarmante, quasi stridente col suo stesso titolo.

La trama ha non ha particolari filtri: è una storia d’amore che confluisce in un atto estremo, derivante dalla situazione che si è venuta a creare dopo un improvviso ictus a un’anziana pianista francese, borghese, che assieme al marito, vive in una modestissima casa, di cui non sappiamo l’esatta posizione a Parigi.

La lentezza che caratterizza tutto il lavoro porta lo spettatore a immedesimarsi con i personaggi in tutti i ritmi, linguisti e fisici, in una riflessione che azzanna le nostre menti in maniera corrosiva per la non accettazione o reazione a una situazione di questo tipo.

Il progetto inizia velatamente dalla fine: ha quindi un’andatura circolare, come un romanzo di cui si gusta, sfogliando pagina per pagina, la storia, cercando quel punto d’arrivo che segnerà la svolta.
Qui, il cambiamento è anticipato brutalmente, e si palesa solo nell’ultima scena, interrotta all’improvviso, tanto da rimanere in un’inquietudine silenziosa prima di uscire via dal cinema.

La cosa che mi ha colpito di più è stata la scena del Théâtre des Champs Elysées: un pubblico che attendeva l’inizio di un concerto, che rifletteva noi stessi come in uno specchio, nella loro medesima posizione, a fissarli con gli stessi pensieri.

Teaser:

Lo scafandro e la farfalla – J. Schnabel

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Non avevo ancora visto il capolavoro di Julian Schnabel  “Lo scafandro e la farfalla“, così ieri sera dopo tanto tempo ho deciso di guardarlo cercando di coglierne le migliori sfumature.

La trama è centrata su un protagonista benestante, art director francese della rivista Elle, che all’età di 42 anni subisce una forma d’ictus abbastanza rara. La sua è una convalescenza che lo porterà a una nuova scoperta di sé. Il suo sogno è quello di riscrivere il Conte di Montecristo in una versione totalmente dedicata alla vendetta femminile, ma non ci riesce a causa di questo incidente che lo porterà invece a dettare il volume da cui è tratto e ispirato il film.

Non è romantico: è molto schietto, a volte sprezzate, ferocemente ironico e dosato della giusta dignità. Le figure principali che accolgono la degenza di Jean-Dominique Bauby, in ospedale, sono prevalentemente femminili; donne che lo aiutano e supportano, lo educano al nuovo linguaggio  studiato per chi ha problemi di logopedia; lo accolgono e lo motivano, nonostante la sua dose di egoismo raccapricciante e un po’ lacerante.

In realtà il lavoro ruota su alcune tematiche principali. Il corpo – scafandro-, sebbene sia ormai immobile, ha una forma di salvezza che è data dalla creatività – la farfalla -, e dalla fantasia che trae ispirazione dal ricordo. La memoria come fonte di nutrizione attiva, rinvigorita dagli stimoli motivazionali che provengono maldestramente dall’esterno.

Ci si trova di fronte a un protagonista che non esprime le sue parole a voce: siamo in costante contatto con un flusso di coscienza che ci porta ad accarezzare la sua malattia per tutto il tempo di visione, giustificando le scelte in maniera concreta, e facendoci porre un interrogativo basilare sulla nostra esistenza. Sto parlando del fatto che ognuno di noi, in qualsiasi momento, può essere vittima di una situazione non piacevole. Questo non vuol dire essere fatalisti, ma guardare la realtà con gli occhi bene aperti e lucidi. Trasformando il realismo cinematografico in un vero e proprio quesito interiore, Schanbel, sfrutta l’essenza dei rapporti umani riallacciando le esistenze di un padre e un figlio, raccontando pensieri e sentimenti mai manifestati, in questo caso, raccolti, in maniera necessaria, a piccole dosi, in frammenti di scene composti in maniera mirabile.

Il montaggio è la parte più nobile, alcune scene sono essenziali, nette come sono certe opere minimaliste sanno essere. Un esempio è la lunga carrellata fatta al balcone, quando si cita in ricordo Cinecittà: una luce talmente lineare da portarmi a ritrovare alcuni dipinti di Edward Hopper o in alcuni tagli la Roma abbandonata descritta ed esplorata più volte da Pierpaolo Pasolini.

Il film ha vinto il 60° Festival di Cannes nel 2007.

Oggi una mostra del pittore, regista americano, Julian Schnabel è ospitata al CIAC di Foligno e in programma fino al 23 giugno (clicca).
http://www.centroitalianoartecontemporanea.com/

Teaser: