Arte Fiera 2020 #mercato #collezionismo [#arte]

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Sono ancora in viaggio, mi trovo in Toscana in questo momento ed è il lunedì successivo che completa la tre giorni della 44° edizione di Arte Fiera di Bologna.

Come dicevo in un post scritto pochi giorni fa, le aspettative rispetto a questo incontro erano tante e i motivi che mi spingono a dirlo ora si fanno più spingenti perché la soddisfazione è stata molto alta.

Intendo dire che l’organizzazione della fiera è stata produttiva, efficace in termini spaziali, il tempo di fruizione ridotto, calcolato, con ambienti aperti e di ampia veduta. Un processo che permetteva di avere grande capacità di riflessione tra uno spazio e l’altro, nei dialoghi tra artisti, coi galleristi e nella fruizione complessiva dell’evento che, seppur commerciale, aveva una parvenza di alto spessore culturale.

Per lungo tempo ho evitato di tornare a fagli visita, la fiera era diventata una cosa sfiancante e insostenibile, in passato, che poco aveva a che fare con la fruizione dell’arte, il gusto di vedere lavori particolari di determinati artisti, la voglia di acquistare e soprattutto di chiederne i prezzi.

Dal punto di vista del mercato, non saprei quindi dire se effettivamente ci sono stati investimenti perché questo spetta ai galleristi stilarlo attraverso i loro risultati, ma credo che la prima area – quella curata da Laura Cherubini – abbia inciso in qualche modo su questa edizione ed è un merito che va veramente riconosciuto al direttore Simone Menegoi che ha saputo creare una intesa valida tra i curatori nelle diverse proposte d’arte, incastonate le une alle altre in percorsi senza limiti particolari per il pubblico, anche quello dei non addetti ai lavori.

Ho avuto la percezione di essere davvero in un grande evento internazionale e dove il valore dell’arte non era stabilito dal prezzo, ma dalla qualità dei progetti pensati e legati a ogni singolo stand.

Da quello che ho capito al centro era posta molte dell’arte italiana, poca tecnologia, molta fotografia e una migliore proposta di videoarte rispetto alla incompletezza delle altre edizioni.

Mi auguro possa mantenersi questo livello per i prossimi anni.
Molte foto sono inserite sul mio spazio Instagram: qui. Sto cercando di fare un punto su quelle opere che mi hanno colpito di più.

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Giulio Turcato (Mantova 1912-Roma 1995) Comizio 1950, olio su tela, cm 145 x 200. Roma, Galleria d'Arte

Nascita di una Nazione. Tra #Guttuso, Fontana e Schifano #mostra #PalazzoStrozzi [#recensione]

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Come annunciavo settimane fa, eccomi a parlare della seconda mostra vista a Firenze a Palazzo Strozzi, ma in un’altra prospettiva rispetto a The Florence Experiment recensita la volta scorsa.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero apre una riflessione sull’Italia degli anni ’50, quella del boom economico, fino al 1968, quando il nostro Paese ha vissuto quel cambiamento generazionale che ha segnato l’intero sistema socio-politico di quegli anni. I linguaggi artistici hanno rappresentato il codice di rottura massimo, oggi testimonianza di un periodo fertile imposto sul mercato come risorsa fondamentale per una indagine intorno alle arti di secondo Novecento.

Il percorso inizia con una fase immersiva. Raccoglie alcuni aspetti post-unitari fino al 1968. Un dialogo tra video e pittura dove i lavori di Renato Guttuso e Giulio Turcato accolgono lo spettatore con aperture a pensieri su qualcosa che si dichiara radicale fin dalle prime sale.

Burri, Fontana, Vedova trasportano il visitatore nell’Arte Informale e intensificano il potere della materia. Questo ambiente è buio ed è annientato dall’esplosione di luce dei monocromi cui è dedicata la sala successiva – quella più potente – in un impatto che stravolge la percezione del viaggio attorno all’intera esposizione.

Artisti come Enrico Castellani e Piero Manzoni introducono a un nuovo inizio, mentre Giosetta Fioroni e Domenico Gnoli offrono rinnovato valore stilistico alle immagini.

Subentra l’epoca esistenzialista e gli artisti di Piazza del Popolo – tra i quali Franco Angeli e Mario Schifano – diventano sempre più impegnati, rigettano molte condizioni pregresse con la loro ricerca su un panorama che vuole una maggiore e marcata identità politica.

Si torna a lavorare in gruppo, su due vaste vie, nelle quali si riconoscono le linee tracciate dagli artisti poveristi e i concettuali, che sradicano e trasportano a rigenerate geografie di pensiero.

Il corpus della mostra è di ottanta opere distribuite sul piano centrale del museo. Per la prima volta un nucleo di lavori ragiona sul concetto di Nazione e si ha modo di osservare un’orbita che ruota attorno al sole, ma anche a una pluralità di pianeti che hanno una singola e singolare storia. Argomenti che hanno necessità di essere affrontati in termini di comunità, unita, sotto un’unica forma di appartenenza universale, nell’odierno.

Chi ha poca dimestichezza con i fatti storici, avrà difficoltà a comprendere l’intero percorso e si sentirà spaesato nonostante la ricchezza di materiale informativo. È stato un disorientamento che ho avvertito, e portato a chiedere in questo lasso di tempo dalla visita alla stesura dall’articolo, se tale condizione dipendesse dagli eventi traumatici che ci trasciniamo addosso come popolazione o se si trattasse di un fatto di responsabilità personale.

Il titolo trasporta in un film dei primi anni del secolo scorso che ha cambiato il modo di fare cinema (Nascita di una nazione/The Birth of a Nation di David Wark Griffith del 1915), ma anche al passaggio di Firenze come capitale italiana tra il 1865 al 1871.

La cosa buffa è stata associare Leonardo, Michelangelo e Raffaello, che da questa città toscana sono partiti in epoca rinascimentale alla volta di Roma, e ora, al contrario, raccoglie in una manciata di Maestri provenienti da una frammentazione regionale disparata e in condizioni economiche completamente diverse. Quei giorni di visita sono stati gli stessi della prima nomina di Giuseppe Conte a ministro dell’attuale governo, e proprio sulla base di questa situazione contemporanea, l’opera di Luciano FabroItalia, 1968 – mi è sembrata la più profonda e meritevole nel raccontare l’attualità.

La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Main sponsor Banca CR Firenze Intesa Sanpaolo. Sarà visitabile fino al prossimo 22 luglio.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
a cura di Luca Massimo Barbero
Dal 16 marzo al 22 luglio
Firenze, Palazzo Strozzi
Info: +39 055 2645155 | info@palazzostrozzi.org | #NascitaNazione
http://www.palazzostrozzi.org

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Gianluigi Colin. A futura memoria

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Ieri non è stata una giornata dedicata solo al cinema, nel pomeriggio ho fatto una piacevole camminata con un’amica storica dell’arte e curatrice.

Gianluigi Colin è un artista nato a Pordenone nel 1956, e la sua mostra è tenuta presso LARCA – Laboratorio per le arti contemporanee di Teramo,  in Abruzzo.

Il lavoro è stato organizzato in quattro stanze che ruotano attorno a diversi soggetti legati al mondo della comunicazione (mitografie; presente storico /i disastri della guerra; vie di memoria; amami). L’elemento principale, che si pone al centro dello sguardo, è il rapporto che lui instaura con l’informazione, giocando con le nostre esistenti occasioni culturali, nelle quali siamo immersi ogni volta  che sfogliamo giornali,  riviste, o al bombardamento mediale e mediatico cui siamo sottoposti ogni giorno, senza accorgercene.

Gli ambienti sono distribuiti in maniera del tutto scorrevole; ciò che emerge  è la relazione sinergica che si crea tra lo spazio ospitante e le opere, le quali hanno una forte gradazione e connotazione stilistica di rimando alla Pop Art.

L’enorme differenza è data dal fatto che Warhol lavorava per sottrazione – in sostanza, usava la serialità come elemento di decostruzione delle immagini provenienti dal mondo pubblicitario, lasciando frantumare il senso attraverso la ripetizione.
Gianluigi Colin, invece, usa la postmodernità creando confronti e incroci che rinviano ovviamente a matrici di scuola americana, ma offrendo un punto di vista netto, anche se liquido, di accrescimento e costruzione del significato.

Un percorso intriso d’impegno sociale e critica civile, in una montagna d’immagini che richiamano Mario Schifano, Mimmo Rotella e certe increspature di Alberto Burri – non tralasciando poi, argomenti legati a dibattiti sull’uso tecnico delle riproduzioni di massa, che hanno coinvolto, e coinvolgono ancora oggi, l’ambiente accademico e della divulgazione scientifica legata a questi temi.

Gianluigi Colin. A futura memoria è titolo della mostra che ci introduce un catalitico viaggio.
Il fotoreportage incrocia pittori cruenti della storia dell’arte rinascimentale e barocca. In colori  fluorescenti che fungono da spartiacque, in una stampa di grandi dimensioni, che segue una drammaticità unica tra passato e presente.

Uno dei progetti realizzati che mi ha colpito di più, è stato appositamente creato per quel luogo; la prima opera che si incontra arrivando in quei corridoi: una grande parete ricca di fogli A4 su cui sono stampate fotografie e indicazioni informative essenziali, provenienti da tutte le agenzie stampa che arrivano, in una sola giornata, alla redazione giornalistica del Corriere della Sera – dove Colin è art director.

L’opera, dal titolo, 12.12.12. Quel che resta del giorno, pone l’attenzione su due figure centrali: la prima è la ricorrenza di Piazza Fontana (12.12.1969); l’altra, invece, una riproduzione dell’opera di CaravaggioL’incredulità di San Tommaso.

A termine, un video in bianco e nero costruito seguendo le fila di uno scandagliamento oculare: due e più fogli di giornale che riflettono il movimento degli occhi alla lettura, in maniera schematica o causale, in notizie che subiscono radicali modifiche, seguendo la grammatica di un linguaggio filmico, facendoci capire come funzionano il meccanismi di manipolazione, applicati alla stampa.

La maggior parte dei lavori presentati ha tonalità sgargianti, mentre quest’ultimo è monocromatico.

Il sito dell’artista non è piacevolissimo; la resa  è dal vivo è di gran lunga migliore: http://www.colin.it/colin.html

Gianluigi Colin. A futura memoria
a cura di  Umberto Palestini

L’ARCA – Laboratorio per le arti contemporanee 
Largo San Matteo, Teramo
21 dicembre 2012 – 10 febbraio 2013

Orari /dal martedì alla domenica 16.00-19.00
Ingresso gratuito

http://www.larcalab.it/a/