Giulio Turcato (Mantova 1912-Roma 1995) Comizio 1950, olio su tela, cm 145 x 200. Roma, Galleria d'Arte

Nascita di una Nazione. Tra #Guttuso, Fontana e Schifano #mostra #PalazzoStrozzi [#recensione]

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Come annunciavo settimane fa, eccomi a parlare della seconda mostra vista a Firenze a Palazzo Strozzi, ma in un’altra prospettiva rispetto a The Florence Experiment recensita la volta scorsa.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero apre una riflessione sull’Italia degli anni ’50, quella del boom economico, fino al 1968, quando il nostro Paese ha vissuto quel cambiamento generazionale che ha segnato l’intero sistema socio-politico di quegli anni. I linguaggi artistici hanno rappresentato il codice di rottura massimo, oggi testimonianza di un periodo fertile imposto sul mercato come risorsa fondamentale per una indagine intorno alle arti di secondo Novecento.

Il percorso inizia con una fase immersiva. Raccoglie alcuni aspetti post-unitari fino al 1968. Un dialogo tra video e pittura dove i lavori di Renato Guttuso e Giulio Turcato accolgono lo spettatore con aperture a pensieri su qualcosa che si dichiara radicale fin dalle prime sale.

Burri, Fontana, Vedova trasportano il visitatore nell’Arte Informale e intensificano il potere della materia. Questo ambiente è buio ed è annientato dall’esplosione di luce dei monocromi cui è dedicata la sala successiva – quella più potente – in un impatto che stravolge la percezione del viaggio attorno all’intera esposizione.

Artisti come Enrico Castellani e Piero Manzoni introducono a un nuovo inizio, mentre Giosetta Fioroni e Domenico Gnoli offrono rinnovato valore stilistico alle immagini.

Subentra l’epoca esistenzialista e gli artisti di Piazza del Popolo – tra i quali Franco Angeli e Mario Schifano – diventano sempre più impegnati, rigettano molte condizioni pregresse con la loro ricerca su un panorama che vuole una maggiore e marcata identità politica.

Si torna a lavorare in gruppo, su due vaste vie, nelle quali si riconoscono le linee tracciate dagli artisti poveristi e i concettuali, che sradicano e trasportano a rigenerate geografie di pensiero.

Il corpus della mostra è di ottanta opere distribuite sul piano centrale del museo. Per la prima volta un nucleo di lavori ragiona sul concetto di Nazione e si ha modo di osservare un’orbita che ruota attorno al sole, ma anche a una pluralità di pianeti che hanno una singola e singolare storia. Argomenti che hanno necessità di essere affrontati in termini di comunità, unita, sotto un’unica forma di appartenenza universale, nell’odierno.

Chi ha poca dimestichezza con i fatti storici, avrà difficoltà a comprendere l’intero percorso e si sentirà spaesato nonostante la ricchezza di materiale informativo. È stato un disorientamento che ho avvertito, e portato a chiedere in questo lasso di tempo dalla visita alla stesura dall’articolo, se tale condizione dipendesse dagli eventi traumatici che ci trasciniamo addosso come popolazione o se si trattasse di un fatto di responsabilità personale.

Il titolo trasporta in un film dei primi anni del secolo scorso che ha cambiato il modo di fare cinema (Nascita di una nazione/The Birth of a Nation di David Wark Griffith del 1915), ma anche al passaggio di Firenze come capitale italiana tra il 1865 al 1871.

La cosa buffa è stata associare Leonardo, Michelangelo e Raffaello, che da questa città toscana sono partiti in epoca rinascimentale alla volta di Roma, e ora, al contrario, raccoglie in una manciata di Maestri provenienti da una frammentazione regionale disparata e in condizioni economiche completamente diverse. Quei giorni di visita sono stati gli stessi della prima nomina di Giuseppe Conte a ministro dell’attuale governo, e proprio sulla base di questa situazione contemporanea, l’opera di Luciano FabroItalia, 1968 – mi è sembrata la più profonda e meritevole nel raccontare l’attualità.

La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Main sponsor Banca CR Firenze Intesa Sanpaolo. Sarà visitabile fino al prossimo 22 luglio.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
a cura di Luca Massimo Barbero
Dal 16 marzo al 22 luglio
Firenze, Palazzo Strozzi
Info: +39 055 2645155 | info@palazzostrozzi.org | #NascitaNazione
http://www.palazzostrozzi.org

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Tiziano, Helmut Newton, Fiona Tan. Un giorno a Roma in giro per mostre

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Il giorno di Pasquetta ho deciso di tornare a visitare Roma; un viaggio programmato e pensato da diverso tempo con gli amici. La mia missione è stata visitare a tempo record tre grandi spazi espositivi, giusto per valutare la soglia di overflow, quell’atto di autolesionismo che si genera quando si è sovraccarichi d’informazioni e immagini.

Non mi dilungherò nel descrivere cose e situazioni, cercherò di mettere in chiaro alcuni punti positivi e negativi di questa giornata, iniziata visitando le Scuderie del Quirinale, attraversata in una visita a Palazzo delle Esposizioni e terminata al Maxxi con una piacevole sorpresa. Ho camminato attraverso la storia, passando dalla pittura, alla fotografia fino ad arrivare all’arte contemporanea, e solo ora che ne scrivo, me ne rendo conto.

Le Scuderie del Quirinale ospitano un’esposizione dedicata a Tiziano, che terminerà il 16 giugno prossimo. Egli è ultimo artista di un ciclo ampio che negli anni ha visto protagonisti nomi imponenti della storia dell’arte moderna (Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto e Tintoretto).
Italiano, veneto, nato a Pieve di Cadore nel 1470 e morto a Venezia nel 1576 circa, Tiziano ha vissuto fasi importanti della sua vita che l’hanno visto protagonista europeo di scenari imponenti legati al Sacro Romano Impero in piena epoca rinascimentale.
Di lui conosciamo moltissime opere, una tra tutte Amor sacro e l’Amor profano custodito alla Galleria Borghese.
L’incontro romano è particolare, pensato dal curatore Giovanni C.F. Villa, come un cammino di ricostruzione dell’operato dell’artista, facendoci percepire le sfumature che lo legano ai suoi maestri (Giovanni Bellini e Giorgione), ai suoi committenti (Gli Este e i Della Rovere) e ai mecenati Carlo V e Filippo II d’Asburgo.

Sebbene la mostra sia pensata per una serie di incroci che pongono in dialogo la grammatica compositiva del Maestro, sono costretta a dire che a causa del grande flusso di persone, e di uno studio illuminotecnico pesante al piano terra, tutti questi accorgimenti non si percepiscono, e anzi risultano abbastanza confusionari, soprattutto in quei punti dove sono concentrati lavori di vaste dimensioni a carattere religioso.

La parte superiore – quella prima dell’uscita – è dedicata in particolar modo alla ritrattistica. Qui si ha la vera potenza, che cattura l’attenzione del visitatore trasportandolo in una dimensione, fatta di sguardi che escono dalla tela e penetrano in maniera intensa nel proprio intimo.

Le opere che mi hanno colpito di più sono due:
L’annunciazione, il cui rosso del velo dell’arcangelo Gabriele rende la pienezza del movimento in un gioco di trasporti dal quale è difficile staccarsi.

Il ritratto di Giulio Romano, architetto e pittore italiano, allievo di Raffaello, attivo a Mantova in pieno cinquecento, il cui sguardo, sebbene possa sfigurare da questa freddezza virtuale, dal vivo ha quell’ambiguità giusta da lasciar senza parole chi osserva, anche di sfuggita, l’opera.

Per info più dettagliate: http://www.scuderiequirinale.it/

A Palazzo delle Esposizioni passiamo per la riproducibilità tecnica. Helmut Newton. White women/ Sleepless Nights/ Big Nudes, è una mostra curata da Matthias Harder, in collaborazione con la Helmut Newton Foundation di Berlino, inaugurata il 6 marzo, sarà aperta fino al 21 luglio 2013.

Lo scopo è di offrire un profilo articolato sul fotografo tedesco, nella proposizione di duecento lavori esposti e pubblicati in tre libri differenti, i cui titoli completano quello dell’evento pensato per l’incontro romano. Potrei espormi, e dire che si tratta di una sorta di retrospettiva, poiché passeggiando ci si accorge di come, nel giro di venti anni, sebbene il corpo femminile sia stato trattato in maniere differenti nell’uso dei suoi scatti, si percepisce con certezza un cambiamento di rotta nella fotografia contemporanea, che lo incastra in una linea di pensiero statica, fatta di perfezione e pulizia tecnica.

Newton è incassasellato riduttivamente nella categoria “fotografi di moda”, ma i suoi lavori sono aperti a un rigore compositivo estetico, estetizzante e lacerante. La sensazione che si prova uscendo da quelle mura è di un’eccessiva mancanza di trasporto. Un’elaborazione stilistica che cancella ogni lato emotivo della propria persona.
In alcuni scatti la sensualità arriva prorompente, in altri, invece, lo schifo dell’atto devasta, e pone chi guarda in maniera critica rispetto a quelle che potrebbero essere le reali intenzioni dell’artista. L’allestimento ha come rischio di risultare confusionario in certi punti, ma il dialogo toccato da alcuni frame è creato al fine di esibire i corpi vestiti come meno potenti rispetto ai nudi.

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Ci sarebbe da soffermarsi lungamente, soprattutto nell’uso che ha avuto nel ricalcare le riflessioni che ruotano attorno all’iconografia dell’arte classica, fino ad arrivare alla cinematografia del regista statunitense Stanley Kubrick, ma v’invito, se avete la possibilità, ad andare e farvi una propria idea.

Info:  http://www.palazzoesposizioni.it

Potete usufruire di un biglietto cumulativo se decidete di accedere a questi due spazi.

Da via Nazionale, con una voglia di caffè straziante, ci spostiamo rapidamente verso Piazza del Popolo, e scopriamo che, a differenza dello scorso anno, nello stesso giorno, la gente è triplicata. Turisti stranieri e italiani invadono via del Corso, tanto da farci sottoporre alcuni quesiti di natura esistenziale: sarà l’effetto Papa? Hanno sciolto le redini ai VIPS? E’ la crisi?
Se quest’ultima implica una riscoperta dei luoghi di cultura, e una sensibilizzazione verso quello che si ha, nonostante gli elevati costi d’accesso a ogni singola attività, e scartando l’anima del commercio, allora ho voglia credere che le persone necessitano ancora di essere nutrite dal bello e stimolate dalla curiosità.

Arrivate al MaXXI – Museo Nazionali delle arti del XXI secolo grazie a un signore disposto ad aiutarci senza impegno e con una galanteria e una gentilezza d’altri tempi – poiché noi non ricordavamo assolutamente la fermata “Apollo d’oro” della filovia romana – troviamo sei progetti differenti ad attenderci.

Avevo pianificato di soffermarmi su approfondimenti dedicati ad Alighiero Boetti a Roma, ma mi sono accorta che il lavoro temporaneo, dalla durata espositiva di circa un anno, non appagava le mie attese. Video introduttivi non funzionanti, passaggi che stridevano l’un l’altro, informazioni scarsissime per un artista così immenso, immerso nella composizione concettuale delle sue opere, che mi sono buttata su altro.

Fiona Tan è una multimedia artist nata in Indonesia nel 1966, la cui mostra Inventory durerà fino all’8 settembre 2013.  Stanca di aver oltrepassato Energy. Architettura e reti del petrolio e del post – petrolio, Modelli/Models, e in procinto di avvicinarmi a Tav Bologna – Milano. Fotografia ricerca e territorio, sottovaluto inizialmente il suo operato, leggendo un pannello di ricerca da una poltroncina dove mi ero un attimo schiantata a morire per la stanchezza del cammino.

Arrivo così al livello 3 dell’imponente struttura di Zaha Hadid e trovo un gentile ragazzo che invita a mettermi delle cuffie, spiegandomi che non dovevo premere nessun tasto del dispositivo collegato, e che ogni qualvolta mi sarei avvicinata a un video l’audio partiva in automatico. Questa traslazione relazionale mi ha convinto a capire che dietro tutto un processo doveva esserci qualcosa di più grande che, come un’ebete, avevo sottovalutato da allocca impoltronita. Rimango colpita da due progetti enormi, introspettivi ma pubblici, dai quali è difficile liberarsi.

Quello che cattura la mia attenzione è Disorient, presentato alla Biennale di Venezia nel 2009. Si tratta di due mega schermi in cui sono proiettati due video differenti con un unico audio. Il lavoro è ispirato dai diari di Marco Polo in un viatico tra storia, memoria, oggetti e architettura museale.

Correction, invece, nasce su ispirazione di progetti concepiti dall’utilitarista inglese Jeremy Bentham. Nel 1791 egli sviluppò l’idea di Panopticon – un modello di carcere ideale. Una struttura circolare dove al centro è posto occhio  che monitora la situazione in un penitenziario.


bentham

La Tan, crea un lavoro spiazzante, una video istallazione di oltre 300 ritratti filmati sviluppati in due sequenze. Un punto di vista interno ed esterno su cornici poste a mezz’aria in cui siamo sottoposti a subire l’occhio di delinquenti, poliziotti e carcerieri in una sequenza lunga oltre 3 ore.


Info: http://www.fondazionemaxxi.it/

Con la speranza di essere stata utile, mi scuso per la prolissità.

Après Mai/Qualcosa nell’aria – Olivier Assayas

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In una sala non pienissima per una serata alternativa dedicata a un film del periodo sessantottino, rabbrividisco e penso che la crisi stia mietendo vittime tra un pubblico fidelizzato, quello del lunedì, in un numero troppo alto di persone, vista la serata accessibile a soli 4, 50 €.

Après Mai /Qualcosa nell’aria è un lavoro immobile, distaccato, con un climax appeso, sospeso e mai creato. Ci si trova a vivere una situazione di staticità tra fatti ed eventi, inseriti nel progetto di Olivier Assays, come ricordi che spuntano a caso, in una filiera che vede l’uso costante di giornali e libri come arma d’unione tra la realtà e il ragionamento.

Ci troviamo nella provincia francese, un po’ abbandonata dal mondo, con un gruppo di liceali che giocano a fare la rivoluzione. Ci provano a orientare politicamente le strutture verso un’idea efficace, ma rimangono assorbiti da un sistema che in quegli anni cambia rapidamente, e ci si spinge verso un fermento che è descritto come perdita dell’orientamento. Ne è un esempio, la presenza di un giovane russo comunista che si trova a parlare con i due protagonisti francesi, appartenenti alla medesima corrente, che bevono una coca cola, di fronte a lui, come se essa non fosse il simbolo del capitalismo per eccellenza; o anche l’incapacità di preoccuparsi a una malattia di un padre che confessa la gravità del suo stato, con un menefreghismo puro e totale distacco.

In sostanza è una concezione non dichiaratamente esistenzialista, ma che pone in primo piano l’incapacità di capire come cambiano le cose e le tendenze, nonostante la partecipazione attiva alle situazioni che si presentano e si trasformano in fughe, viaggi, fatti, paure, disperazioni e incontri.

Uscendo dalla sala una signora lo definiva nostalgico. A parer mio non lo è, benché alcune costanti amorose lo facciano apparire così.

E’ un film troppo autobiografico, reso complesso dal non esplicitare i riferimenti letterari, artistici e musicali. La cosa che mi ha colpito di più, ad esempio, è stata l’inserimento di alcuni elementi che rimandavano ad Alighiero Boetti – l’artista concettuale vissuto a Kabul, conosciuto per l’ideazione delle mappe cucite da donne afgane – oppure la scelta di non inserire brani francesi, in una colonna sonora del tutto angloamericana. Il fare cinema, che in quegli anni ha visto i suoi periodi d’oro, sembra una forma accessoria, usata certo politicamente, ma vissuta qui come distrazione da fatti  lontani decenni, da un protagonista che guarda silenziosamente e confusamente il futuro, tanto da mettere in crisi anche la sua predisposizione verso quel mondo artistico che arriverà ad essere abbandonato dopo convinzioni precise e indirizzate verso quella strada, durante tutta la visione.

Personalmente ho trovato l’idea molto elitaria, racchiusa in codici che un fruitore medio non riesce ad afferrare. E’ come se fossimo stati davanti a un’opera minimalista, dove sfugge la narrazione, e ci si trova a vedere la perfezione di un montaggio lineare e di un contenuto troppo profondo da non riuscirlo ad afferrare.

Mi sono posta in una posizione di lontananza rispetto agli eventi storici, nel senso che il sessantotto italiano è stato diverso: il nostro lo si conosce per una visceralità prorompente, molto maggiore rispetto a una visione francese legata, per studio e altre cose, perlopiù solo al Maggio rivoluzionario. Dopo? Dopo cosa è stato? E perché il titolo italiano è tradotto in “Qualcosa nell’aria”?

Arrivo a credere che sia solo una pellicola di transizione, e vi consiglio di vederla per incrementare il dialogo attorno al quale il regista sembra voler condurci per approfondire una fase, lontana dai gruppi e dalle idee, verso un modo di vivere per nulla entusiasmante, dal quale sembra ristabilirsi e fuggire solo una giovane americana, quella dai capelli rossi, che diventa responsabilmente matura nel tornare a vivere la sua presenza, rientrando nella propria vita di tutti i giorni, abbandonando l’Europa.

Frase:

Sei giovane, stai attento a quello che leggi

ArteFiera – Bologna, 26 gennaio 2013

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Mi faccio coraggio, dovevo iniziare a studiare, ma la voglia di scrivere è stata impellente.

Sabato scorso sono stata ad ArteFiera a Bologna per il regolare incontro dedicato al mercato dell’arte contemporanea, in cui i maggiori collezionisti si incontrano per dare adito alle loro più nascoste ferocità.

Spero di essere breve e concisa, poiché quello che mi preme dire è legato solo a pochi aspetti di quella giornata, iniziata prestissimo, finita tardissimo, e con residui di me lasciati in varie parti d’Italia, tra un viaggio di andata e quello di ritorno.

Se si va a guardare il significato del termine fiera, oltre a raduno di venditori ambulanti e compratori, troviamo anche al suo interno un lemma che indica un animale feroce collegato al suo sinonimo belva.  Questi, dovrebbero essere segnali per capire la mia posizione in merito all’incontro.

La cosa più imbarazzante – emersa a chiare lettere – è la poca considerazione di avviare una  visione che vada  verso una nuova sperimentazione, magari vicina alla new media art – soprattutto se si parla di artisti italiani. Tanta pittura in crisi esistenziale; molti nomi che governano il mercato delle medie e grandi gallerie; le piccole o giovani, invece, fagocitate e imboscate in un programma relegato e fine a se stesso, senza nessun margine di spiraglio o con la voglia di presentare qualcosa di diverso, che non sia la solita pop art o quelle accozzaglie di commistioni varie vicine all’informale.

A parer mio la nuova frontiera italiana deve essere  fotografica, lontana da schemi accademici di vecchio stampo, collegata a una visione antropologica, d’indagine, che si unisca a preparazione intellettuale valida, con dietro, quanto meno, la volontà di un pensiero di realizzazione basato su un progetto calibrato in un obiettivo stabile da raggiungere.

Basta con questi artistuncoli che vogliono entrare nel mercato per fare soldi. Basta con questo sputarsi e prostituirsi intellettualmente per un’idea d’artista che solo in pochi eletti – tralasciando i loro uffici stampa – possono raggiungere.

Mi meraviglio ancora una volta di chi decide di acquistare pezzi d’impatto, dai quali ci si può liberare subito, passato il momento dell’entusiasmo. Da “cane mangia cane” dovremmo un attimo aprirci e porci verso un “cane non mangia cane” (canis canem non est).

Inutile dire che viviamo in un blocco creativo. Il nostro mercato è fossilizzato sul grande movimento dell’Arte Povera teorizzato da Germano Celant nel 1967. Giulio Paolini, Zorio, Merz, Alighiero Boetti (anche se poi è andato verso il concettuale), Michelangelo Pistoletto, sono quelli più quotati, che assieme a Melotti, Fontana, De Chirico, Guttuso, Manzoni, si fanno avanti nelle sezioni eleganti e riversate a clienti esclusivi, dove ci si può sentire a casa, meno confusi, con qualcosa di concreto e meno effimero in mano. Un piccolo Paladino era in un angolo, solo soletto, per comunicarci che anche la Transavanguardia, di sfuggita, era presente.

Il distacco è netto nell’organizzazione degli spazi. E’ visibile nei colori scelti e nell’organizzazione e distribuzione delle aree; ciò – come ovvio – si riflette nella distribuzione di un pubblico che si contraddistingue per stili d’osservazione e d’acquisto completamente diversi tra loro.

Ottime occasioni per ottenere cataloghi a prezzi stracciatissimi, ottime occasioni per stipulare contratti d’abbonamento; rigetto totale per alcun riviste di settore che mettevano a prezzo pieno le loro pubblicazioni ultime.

Credo sia tempo di andare oltre. Iniziamo ad attendere la Biennale di Venezia prossima, curata da Massimiliano Gioni.

Ps. dateci la “relazionale”!!