ArteFiera – Bologna, 26 gennaio 2013

Mi faccio coraggio, dovevo iniziare a studiare, ma la voglia di scrivere è stata impellente.

Sabato scorso sono stata ad ArteFiera a Bologna per il regolare incontro dedicato al mercato dell’arte contemporanea, in cui i maggiori collezionisti si incontrano per dare adito alle loro più nascoste ferocità.

Spero di essere breve e concisa, poiché quello che mi preme dire è legato solo a pochi aspetti di quella giornata, iniziata prestissimo, finita tardissimo, e con residui di me lasciati in varie parti d’Italia, tra un viaggio di andata e quello di ritorno.

Se si va a guardare il significato del termine fiera, oltre a raduno di venditori ambulanti e compratori, troviamo anche al suo interno un lemma che indica un animale feroce collegato al suo sinonimo belva.  Questi, dovrebbero essere segnali per capire la mia posizione in merito all’incontro.

La cosa più imbarazzante – emersa a chiare lettere – è la poca considerazione di avviare una  visione che vada  verso una nuova sperimentazione, magari vicina alla new media art – soprattutto se si parla di artisti italiani. Tanta pittura in crisi esistenziale; molti nomi che governano il mercato delle medie e grandi gallerie; le piccole o giovani, invece, fagocitate e imboscate in un programma relegato e fine a se stesso, senza nessun margine di spiraglio o con la voglia di presentare qualcosa di diverso, che non sia la solita pop art o quelle accozzaglie di commistioni varie vicine all’informale.

A parer mio la nuova frontiera italiana deve essere  fotografica, lontana da schemi accademici di vecchio stampo, collegata a una visione antropologica, d’indagine, che si unisca a preparazione intellettuale valida, con dietro, quanto meno, la volontà di un pensiero di realizzazione basato su un progetto calibrato in un obiettivo stabile da raggiungere.

Basta con questi artistuncoli che vogliono entrare nel mercato per fare soldi. Basta con questo sputarsi e prostituirsi intellettualmente per un’idea d’artista che solo in pochi eletti – tralasciando i loro uffici stampa – possono raggiungere.

Mi meraviglio ancora una volta di chi decide di acquistare pezzi d’impatto, dai quali ci si può liberare subito, passato il momento dell’entusiasmo. Da “cane mangia cane” dovremmo un attimo aprirci e porci verso un “cane non mangia cane” (canis canem non est).

Inutile dire che viviamo in un blocco creativo. Il nostro mercato è fossilizzato sul grande movimento dell’Arte Povera teorizzato da Germano Celant nel 1967. Giulio Paolini, Zorio, Merz, Alighiero Boetti (anche se poi è andato verso il concettuale), Michelangelo Pistoletto, sono quelli più quotati, che assieme a Melotti, Fontana, De Chirico, Guttuso, Manzoni, si fanno avanti nelle sezioni eleganti e riversate a clienti esclusivi, dove ci si può sentire a casa, meno confusi, con qualcosa di concreto e meno effimero in mano. Un piccolo Paladino era in un angolo, solo soletto, per comunicarci che anche la Transavanguardia, di sfuggita, era presente.

Il distacco è netto nell’organizzazione degli spazi. E’ visibile nei colori scelti e nell’organizzazione e distribuzione delle aree; ciò – come ovvio – si riflette nella distribuzione di un pubblico che si contraddistingue per stili d’osservazione e d’acquisto completamente diversi tra loro.

Ottime occasioni per ottenere cataloghi a prezzi stracciatissimi, ottime occasioni per stipulare contratti d’abbonamento; rigetto totale per alcun riviste di settore che mettevano a prezzo pieno le loro pubblicazioni ultime.

Credo sia tempo di andare oltre. Iniziamo ad attendere la Biennale di Venezia prossima, curata da Massimiliano Gioni.

Ps. dateci la “relazionale”!!

17 pensieri su “ArteFiera – Bologna, 26 gennaio 2013

  1. Pino Boresta vivrà. Nuova performance-blitz dell’artista romano durante la conferenza stampa della Biennale. L’outsider per eccellenza rivendica ancora una volta la propria esistenza
    “I don’t give up”, urla a pieni polmoni Pino Boresta. E se c’è qualcosa che va riconosciuto all’artista romano, insieme a una rara genuinità, sono la tenacia e la convinzione con cui porta avanti la sua ricerca, da almeno un paio di decadi. Performer, situazionista (o “situazionauta” come ama definirsi), oltre che street artist ante litteram, Boresta è sbucato fuori dal pubblico della conferenza stampa della Biennale di Venezia, ieri a Roma, al grido di “Io vivrò”.
    Dopo aver provocatoriamente annunciato, con email, post su forum e pubblicità sui giornali, che si sarebbe tolto la vita se Gioni non l’avesse invitato alla mostra, ha invece a sorpresa deciso di riaffermare con forza la propria esistenza, la propria condizione di outsider, di irregolare, di allegro e consapevole disturbatore. La performance, interrotta dal servizio d’ordine come ogni blitz che si rispetti, si è chiusa con un forte applauso, mentre Paolo Baratta, presidente della Biennale, riprendeva la parola dicendo a Massimiliano Gioni: “pensavo fosse una delle tue trovate”…
    Valentina Tanni

    Qui ii video:

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  2. Patrick Mimran ha scritto nella sua opera: A good piece of art is the one you still love when it’s worth nothing. Credo sia verissimo riguardo all’arte contemporanea, ma purtroppo non è un principio molto seguito…ed è un peccato perché cose buone ce ne sono, anche in Italia.

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  3. Amo l’arte contemporanea, quella delle grandi mostre, ma oltre un certo punto ancora non mi azzardo ad andare… E’ che sono convinto che in un mondo in cui da tempo ogni criterio ‘oggettivo’ per ‘giudicare’ l’opera d’arte è venuto meno, l’unico parametro è la ‘resistenza al passare del tempo’. Non conosco nessuno degli artisti che citi, l’unico è Pistoletto, ma solo per ‘sentito dire’, mi chiedo talvolta se tra 20, 30, 40 anni le sculture di Cattelan o le vacche in formaldeide di Hirsh saranno in mostra nei musei… è che l’arte, e quello che scrivi me ne dà la conferma, ormai è diventata troppo un mercato, dove l’importante non è ciò che si dice o il modo in cui lo si dice, quanto il fatto di avere un agente in gamba che ti faccia diventare un ‘nome caldo’… che poi, estremo squallore, sembra che tutto si rapporti al prezzo a cui vengono vendute le ‘opere d’arte’… bella situazione, davvero…

    P.S. Grazie per il saluto!! 🙂

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    1. Cattelan e Hirst sono già musealizzati, quindi no problem 😉
      Il dibattito che ruota attorno a loro è accesissimo. Che le opere sotto formaldeide stanno marcendo è un altro conto. Non so se resisteranno per così lungo tempo.
      Devi sapere che lui (Hirst) è nato nella corrente dello YBA (Young British Artist) – del noto pubblicitario e gallerista Saatchi. E’ stata una strategia, soprattutto di comunicazione.

      Il punto è che la logica di mercato è sempre esistita ed esisterà, prima c’era il mecenatismo.Oggi c’è il sistema.
      Il problema è che noi italiani arranchiamo e non produciamo niente di nuovo. le tendenze artistiche provengono tutte dall’estero. Serve una svolta epocale per riprenderci. tutto qui 🙂

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