Victor Manuel Fernàndez, Ossessione – Noia #libri #spiritualità [#letture]

cultura, filosofia, leggere, libri, salute e psicologia, spiritualità

Questo giovedì non ho grandi cose da raccontare. Mi sto offrendo tempo per affrontare situazioni nuove, attive per le prossime settimane.

Non mi piace che la pagina rimanga vuota, e tra gli esercizi di lettura presi nei mesi scorsi ho avuto la possibilità di leggere argomenti legati alla spiritualità. Due brevi volumi acquistati mentre facevo una passeggiata tra i monti in un bookshop di un santuario non distante dalle zone in cui vivo.  Si tratta di pratiche di concentrazione dedite al benessere e alla propria persona; entrambi pubblicati dalle Edizioni San Paolo nel 2016, hanno come autore il teologo argentino Victor Manuel Fernàndez, Rettore e docente di teologia morale e teologia biblica presso la pontificia Università Cattolica Argentina.  Sono 12 i testi di questa serie, periodici incentrati su varie riflessioni e raggiungibili per pochi euro (4, 90 cadauno).

Per me ho scelto l’ossessione e la noia.
L’impostazione è tutta votata alla vicinanza a Dio e al raggiungimento di esso tramite preghiera e raccoglimento – questo non toglie, che depauperata del suo potere di condizionamento, non siano buoni elementi da cui partire per affrontare le proprie paure in una chiave atea e distaccata.

Nel primo caso, per spezzare il ritmo di una ossessione, assieme alla vanità e al controllo da un pensiero fisso, tra i tanti esercizi suggeriti, si consiglia di imitare gli animali. Ad esempio, ho iniziato con un’amica a irrompere la monotonia imitando il muggire: farsi mucca, all’improvviso, nei contesti peggiori, con un’ironia che disintegra tutto grazie a una propria risata che coinvolge gli altri. Attraverso questo meccanismo si disintegra ogni forma di autocensura/punizione e si stampa un sorriso in viso difficile da abbandonare.

Sulla noia, invece, ci sono analisi sulle inquietudini e la tecnichedi respirazione per alleviarla e ripartire.

Sono testi pratici e veloci, niente di trascendentale. L’impostazione è rivolta a un avvivinamento al Signore, ma se si è reticenti come me, basta immaginare la vostra vita o la persona che più amate, anche il cane (o qualsiasi altra forma esistente a cui siete legati in natura) per sentirvi in pace e scavare nell’anima.

Victor Manuel Fernàndez,
Ossessioni. Liberati dalle idee fisse,
Noia. Lotta contro gli effetti della routine,
Edizioni San Paolo, 2016.

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La resistenza del maschio – E. Bucciarelli #libri

cultura, Donne, leggere, letteratura, libri

Sono giorni in cui sembra scoppiata una primavera, non solo perché è un febbraio anomalo, ma ho sentito dentro me un risveglio, un superamento di qualcosa di cui ero consapevole ma non riuscivo a rendere reale. Ho messo a posto diverse cose, fatto il punto della mia esperienza curricolare, avviato fasi di ricerca con coraggio, più leggerezza, senza sentire il carico di un dovere la cui spinta non era dettata dalla mia volontà, ma da qualcosa che arrivava da un esterno indefinito. Mi auguro sia stata l’ammissione di un conflitto, o la semplice necessità di un dire, che sento più vero e nudo, a portarmi alla lettura del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio (NN Editore, 2015), che mi ha fatto stare meglio.

Divorato in meno di cinque ore con una passione sfrenata verso una scrittura da un ritmo pulito ed essenziale, il testo permette di viaggiare in un sistema psicologico che conosco e che da tempo rincorro per approfondire e conoscere con più profondità. La storia narra di un uomo di successo, professore e curatore di arte, sposato con una vita piena di impegni, ma incapace di prendere posizioni importanti all’interno di un contesto di una vita normale. Tutto è calcolato, tutto è funzionale, tutto è enumerato e in lista. Da A si precede dritto a B senza che tra le due rette ci possa essere una valutazione per una ipotetica intersezione, interruzione o sospensione. A cambiare la situazione un incidente, un terremoto sulla propria esistenza, che mostrerà un impatto su un mondo diverso, più libero.
Lo stile dell’autrice è matematico, lineare e logico, razionale e lucido. L’assorbimento alla lettura è totale e si sviluppa in tempo un impazzito dai fatti meditati, pensati, in una catena congiunta e in apparenza disgiunta. Ci si sente immersi in una fiction visiva, più che un libro, un resoconto composto da porte che si aprono e chiudono in varchi che non si omettono, e neppure abbandonano, perché non si riesce a smettere di ricercare quell’interruttore rivolto a una luce che non porterà mai allo spegnimento di una routine del desiderio. Ogni segmento offerto in lettura ha un filo incisivo che guida alla conoscenza di altri personaggi, non secondari, ma neppure protagonisti, i cui tratti caratteriali non sono mai mostrati con rimpianto o freddezza. A volte si percepisce rabbia, ma l’andamento è condotto per permettere alla lettura la ricerca di una distanza analitica per la comprensione dei fatti. In un secondo momento ci si trova all’interno di uno studio medico dove tre donne sono in stallo, in una attesa che arrivi il loro dottore in ritardo. Esse confessano e raccontano, ognuno a suo modo, il regolare disagio che provano con gli uomini che frequentano, o che hanno sposato; parlano del più o del meno, della propria storia con persone sconosciute, facendo emergere situazioni contraddittorie e assurde, ed è qui che si manifesta il climax, il cuore della narrazione. E’ in questa sezione/seduta in cui le donne sono unite da un bivio comune di distanza e scelta, in una area di passaggio, mentre decidono di lasciarsi andare nell’accettazione delle proprie frustrazioni/solitudini sentimentali.

Gli argomenti trattati sono diversi: il narcisismo maschile, l’incapacità di relazionarsi all’altro, la fecondazione come condizione e ricorrente in tutti le discussioni di attualità, e il tradimento, sfiorato in modo intelligente e narrato con un espediente che passa attraverso lo scambio di un profumo.

Lo consiglio vivamente.

La resistenza del Maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

La resistenza del maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

“Non ci sono più progenitori da uccidere, neppure padri contro cui combattere. L’arte lo sta dicendo chiaramente, è visibile, incontrovertibile, nessuna ribellione, nessuna lotta in corso. In cambio c’è la possibilità di una solitudine esasperata, senza possesso, senza perdita. “

L’autrice ne parla qui e qui (programma in due parti).

Ida – Pawel Pawlikowski

attualità, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani

Che settimana strana, sono giorni che osservo l’esterno. In ogni luogo in cui mi trovo cerco di guardare dalla finestra o da una porta le cose che accadono fuori. Rifletto sul mio essere donna oggi, la condizione che mi sono costruita attorno e attraverso i condizionamenti altrui, poi respiro profondamente. Non è la prima volta che affermo di vivere un momento così, quasi bloccato, e questa sensazione si ripete in molte delle persone che incontro portando il cane a passeggio, in chi mi invita a prendere un caffè per il gusto di fare due chiacchiere, in compagnia, al cinema o a teatro; ogni individuo che incontro descrive una propria emozione, uno stato, che provo e condivido, dopo averli ascoltati.

Stiamo vivendo un tempo disperato, ciascuno a guerreggiare con la propria ostentazione per nascondere un disagio talmente profondo da sentirsi umiliati e in piena vergogna al solo pensiero di pronunciarlo. Mi chiedo spesso dove sia racchiusa la vera essenza dell’essere umano, e penso che non avrò mai una consapevole risposta in tempi brevi, poiché abbiamo bisogno di scavare, coltivare, nel nostro intimo, per tanto ancora, almeno finché si arrivi alla ammissione di una propria verità.

 

Leggevo di recente che la necessità è l’elemento che spinge a trovare soluzioni. Ragiono sugli artisti, sulle cause, sui grandi studi, e mi accorgo che molte cose rivoluzionarie nascono per noia. Irrompere in un sistema poiché nauseati da un qualcosa che lenisce l’anima e costringe a essere incorreggibili, fastidiosi pur di provare gioia o piacere, richiedere attenzione.

Mentre ero a prendere quel caffè, ieri, una signora mi raccontava di quando era bambina. Un giorno era a scuola e a quel tempo faceva rientro di pomeriggio in aula. Una maestra presente, che non era la stessa della mattina, decise di aiutarla per lo svolgimento di un tema. Era molto soddisfatta della fiducia ottenuta, della cooperazione che aveva visto nascere e crescere coi propri occhi grazie all’aiuto di un adulto che le aveva concesso supporto. Il giorno seguente ha presentato il documento alla sua solita insegnante che lo ha valutato come peggiore di tutti gli altri, spiegandone i motivi. Quella bambina reagì, e illustrò che tutto era nato col l’aiuto dell’altra sua collega, così da decidere di andare a chiamarla nell’altra stanza per autenticare il valore di una verità, ingenua e giusta, poiché tanto sconvolta. La seconda maestra, quella del pomeriggio precedente, arrivò e negò qualsiasi cosa di quel compito, lasciandola lì, imperterrita nel fastidio e nella totale delusione.

L’amarezza di questa situazione mi ha suscitato il ricordo del film Ida del regista polacco Pawel Pawlikowski. Visto pochi giorni fa, si tratta di un lavoro ambientato tra gli anni cinquanta e sessanta, quando la Polonia aveva subito l’irruenza del nazismo della seconda guerra mondiale e successivamente si è vista occupata dalla violenza estenuante dei russi e della sua ideologia. La storia narra di una ragazzina salvata durante un eccidio di ebrei, in una delle fasi di quei crimini commessi in tutto il paese, in cui lei è stata l’unico essere umano, di un gruppo di persone, a essere salvata poiché non presentava tracce visibili della sua appartenenza religiosa. Ida – senza cognome – è stata nascosta in un convento di suore cattoliche affinché fosse difesa da quegli inspiegabili e tragici delitti. E’ solo lì, in quel luogo, che poteva rimanere protetta. A partire da questa incongruenza di fatti, l’intera produzione si sgretola in lentezza, in riprese a camera fissa, in inquadrature posizionate verso la riflessione su un periodo non ancora chiaro, bianco e nero, che pone al centro un discorso l’identità, l’appartenenza e la rinuncia alla vera natura. Vivo, vedo, attraverso ma torno alla mia pace. Sebbene la protagonista sia una suora che accompagna la ricostruzione di una vicenda storica, dai toni privati e pubblici, essa rappresenta l’espediente essenziale per ricostruire un tradimento facendo leva sul principio del perdono. La madre badessa del convento la invita ad incontrare sua zia che vive a Lodz, ed è da lì inizia la lenta ricucitura di un tessuto che mostrerà aspetti di una questione irrisolta, violenta, indifferente, meccanica, alla cui base è collocato solo un nascondimento di eventi atroci, di una madre che rinuncia alla sua esistenza per un ideale.

Continuo a essere convinta che la giustizia a questo mondo esista, e i film, a volte, possono essere atroci nell’indurre a pensare, a prendere distanza dalle cose.

Buona visione.

Ps. il primo video e l’ultimo sono tratti da Onirica – Fields of dogs di Lech Majewski, anche lui polacco.

 

Puer Aeternus – James Hillman

cultura, leggere, libri, Studiare

hillmanOggi parlo di un volume letto nell’intrepida foga di voler capire cosa venisse fuori dai suoi contenuti. Ho avuto modo di scoprire Puer Aeternus di James Hillman (Adelphi, 2007) dopo aver preparato un esame di lettere, nel cui programma era previsto uno studio dedicato all’immaturità della società contemporanea.

Non sono una specialista di queste discipline cercherò di dare una lettura personale al contenuto illuminante dello scritto. Per questo, se commetterò alcuni errori interpretativi lo farò solo sulla base del mio modo di vedere e approcciare la vita.

Puer Aeternus è un saggio composto di due sezioni: la prima dedicata al concetto di tradimento, mentre la seconda a quello di eterno ragazzo. L’occhio attento di Hillman ci porta in due analisi diverse tra loro ma collegate da alcuni elementi. Entrambi gli scritti sono il prodotto di due conferenze dedicate alla psicologia, tenute tra il 1964 e il 1967.

La prima parte del testo inizia con una riflessione sul concetto di “caduta” che si può racchiudere in questa citazione:

” se saltiamo dove ci sono sempre braccia ad accoglierci, non c’è un vero salto“.

Il termine posto da Hillaman è quello di un padre che attraverso la sua capacità educativa decide di sottoporre il figlio a una prova di resistenza. Imparare che la persona a te più cara possa ferirti, equivale a dire che si ha già una buona capacità nell’esporti a situazioni poco piacevoli che caratterizzeranno la tua vita. Per l’autore, tradimento e fiducia viaggiano sempre in parallelo e si sviluppano con dei riti d’iniziazione. La criticità sovviene nel momento in cui s’innescano dei meccanismi mentali che non portano all’accettazione di questa logica. Per questo motivo, il rifiuto e la non comprensione del gesto paterno instaurano nel ragazzo una serie concatenata di eventi che lacerano il suo essere, che a sua volta sfocia nell’idea di tradimento. Dalla rottura muore il puer, l’anima leggera del nostro io più fanciullo e si entra nella fase dell’età adulta.

Essere grande vuol dire compiere delle scelte. Un ragazzino ingannato può intraprendere la via del perdono – intesa come resurrezione e accettazione della nuova vita -, o intraprendere un cammino complesso, composto di diversi step: vendetta, negazione, cinismo, tradimento di sé e scelta paranoide. Questi passaggi sono rivolti al nostro io più intimo: se ognuno di noi si immedesimasse in questo viatico, si troverebbe a percorrere un viaggio introspettivo capace di condurci da soli alla soluzione finale. Capire chi siamo vuol dire aprirci all’altro assumere un senso di responsabilità nei confronti della propria natura e vita. Essere traditi, invece, implica sapersi perdonare, indulgere e saper comunicare, trasformando  l’amarezza nella forma più sana di saggezza.

Sebbene tutto questo ragionamento possa essere all’apparenza semplice, dobbiamo sempre tener conto delle mille dinamiche che si sviluppano. Le forme di tradimento possono manifestarsi sottoforma di disonestà, adulterio, potere o in altre mille ambientazioni, conoscere e chiarire a sé, i motivi per i quali ci si trova invischiati in tali processi è una fase di enorme potenzialità, soprattutto per mantenere integra la fedeltà nei confronti del proprio io più profondo.

La stessa cosa vale per il traditore: ridurre la sua figura al padre, sarebbe un escamotage stupido che porrebbe fine anche al senso di questo mio scritto, poiché tutto potrebbe ridursi a una semplice chiacchierata da bar. L’ingannatore, l’opportunista, il doppiogiochista, il fariseo, chiamiamolo come vogliamo, non vive bene in questa condizione, poiché anche lui avrà il suo processo di elaborazione visto che è parte integrante di un meccanismo che ha generato egli stesso. Il risultato è di arrivare all’Anima,  nel saper conosce i propri limiti e i propri vantaggi.

Nella seconda sezione Hillman pone l’attenzione sul legame Puer e Senex (Il fanciullo /Il saggio) e su come il primo sia una figura nostalgica, narcisistica, fortemente legata alla sua immaturità, colui che non vuole abbandonare mai questo status di leggerezza fondato sul desiderio di scoperta. Lui ripudia il Senex, il tempo, il lavoro e l’ordine, continuando a trasgredire su tutto quello che potrebbe far mutare di segno il suo comportamento e le sue convinzioni (l’eterno Peter Pan quarantenne).

Questa parte del volume è la più complessa, occorre risvegliare gli aspetti più elaborati della nostra preparazione poiché gli esempi riportati si basano per buona parte sulla letteratura mitologica, su riferimenti di matrice archetipica junghiana e gli studi portati avanti da Louise Von Franz.

Non è una lettura facile, la consiglio a piccole dosi, soprattutto a chi è interessato veramente al tema.

James Hillman, Puer Aeternus, Adelphi, 2007
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