Crepuscolo degli idoli di Friedrich Nietzsche #libri #letture #book [#Recensione]

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Il Crepuscolo degli idoli ovvero Come si filosofa con martello è un saggio di Freidrich Nietzsche edito da Aldelphi nel 1970, arrivato nella mia via dopo una chiacchierata col mio scrittore preferito in un pomeriggio assolato che anticipava l’estate. Si parlava di Dostoevskij, in realtà, e tra una serie di titoli suggeriti, ho aggiunto al carrello wishlist diversi testi di questo filosofo tedesco di origini polacche.

Leggere Nietzsche vuol dire sentirsi per un attimo a casa; le sue parole trasudano contemporaneità illuminata, raccontata con una volontà estrema da una analisi perfetta sul suo tempo, sui contesti storici che lo stavano avvolgendo, anticipando la disgregazione che stiamo sopportando come fosse profezia. Scritto nel 1888, il testo attraversa la figura del decadente – quel soggetto dal quale si dovrebbe scappare nell’attimo in cui ci si trova davanti poiché usurpatore involontario di energia. Nietzsche è per la ricerca costante degli zeri, legato al potere affermativo e all’immoralità.

Tutto partirebbe da un semplice errore: le basi del pensiero occidentale sono racchiuse in Socrate e Platone, secondo lui la dialettica socratica è degenerativa, nel senso che viene usata quando non si hanno altri strumenti a disposizione sul proprio essere. La dialettica rende il nemico violento e inerme, sfrutta il suo potere per tiranneggiare e rendere ridicoli gli altri. Socrate voleva morire, ma costrinse Atene (il popolo di) a dargli la cicuta – non si ammazza da solo, delega la sua morte in maniera subdola e manipolatoria.

Per rendere meglio l’idea,  più comprensibile e leggera, posto un video di un famosissimo film con Adriano Celentano e Ornella Muti, Il bisbetico domato. Il protagonista maschile sfrutta il secchio che ha in mano per deresponsabilizzarsi dal colpo inferto verso quella che sarà poi la sua compagna, con la quale entra in conflitto in questa scena prima del lieto fine.

 

La dialettica è un modo elegante per raggirare. Si pensi a quanto i romantici/nostalgici comunisti abbiano sfruttato questa componente, quanto ci sia dietro la loro vita una totale mancanza di crescita spirituale concentrata in un segreto capriccio adolescenziale chiamato ideale (utopia).

Il suo attacco si riserva soprattutto al cristianesimo: egli crede che la morale cristiana sia il giudizio per il condannato. Sono d’accordo: il prete, il bigotto e il virtuoso sono legati dall’indice comune della morale (giudizio). Alla base di questo disagio ci sarebbe una mancanza di volontà: una volontà sospinta alla negazione. Per Nietzsche la volontà e lo spirito fanno la differenza (l’affermazione). Per lui contano i motivi. Nel cristianesimo si è arrivati, secondo il suo punto di vista, a una situazione in cui ci si trova sottoposti alle regole di una valutazione netta (si/no), innestata sul senso di colpa (devi fare questo, devi fare quello). Esempio pratico: il rituale dell’attraversamento della porta santa del Giubileo non guarisce dai peccati se non ti confessi, se non compi un’azione di carità (ecc.)

Inquadra anche cultura, quella intesa come oggetto nelle mani del potere dello Stato in epoche di crisi, nei grandi processi di cambiamento, quei periodi cioè di decadenza. Da tedesco prende di mira la Germania, il suo popolo. Rende esplicito che musica, alcol e cristianesimo abbiano rappresentato i grandi mali di questi cittadini europei. Si parla di un meccanismo malato che parte dal sistema scolastico dove c’è una predisposizione al fine e al doppio fine, questo avrebbe generato una maturazione sempre più incessante del senso di mediocrità (io ti do questo, se tu mi dai quello in cambio).

Per poter conoscere, invece, bisogna saper vivere: vedere, sapere, parlare, scrivere non senso dimostrativo, ma in una messa in crisi costante del proprio fare. L’opposto di quello che accade nella nostra contemporaneità coi social network: dove tutto è rappresentazione e mistificazione.

Quando osserva Platone, lo considera un vile che si rifugia nell’ideale.

La riflessione personale che riesco a scaturirne dopo questa prima lettura è di qualcosa che ci condiziona nell’intimo. Se la vera truffa fosse la concezione stessa di idea? Se l’idea non fosse supportata da ironia e umiltà, il processo scaturito non sarebbe una cosa meccanica fine a se stessa? un apparato idilliaco che non calcola gli errori?

Io sono per l’errore. Sbagliare, fallire e ammettere sono il cure della propria rivelazione. Un utile che parte da me,  arriva in favore degli altri.

crepuscolodegliidoli

 

Albert Camus, Lo straniero #Bompiani #letture #libri [#recensione]

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Lo straniero di Albert Camus (Bompiani, 1947/2016) arriva nella mia vita in una scelta fatta per caso in libreria. Non avevo preso mai nulla di questo autore, anche se le persone a me vicine non facevano altro che consigliarlo. Senza pensarci troppo l’ho acquistato. Sono passati alcuni giorni, ma è stato un gesto istintivo avviare la sua lettura.

Lo straniero
è un libro che ha poco a che fare con l’esistenzialismo di Jean Paul Sartre, lontano dalla trappola del processo kafkiano. E’ un testo inerme, passivo, dotato di una stesura raffinatissima, non cristallizzata. Non è possibile allontanarsi dal volume tanta la forza semplice dello stile nell’attrarre il lettore.

Lo straniero di Albert Camus, Bompiani, 1947/2016.Il protagonista è vittima degli eventi: un non resistente; accoglie le situazioni che gli capitano dalla morte della madre come nulla fosse.
E’ proprio con un innesco dichiarato nella sua prima riga che inizia il risveglio: l’osservazione di una vita piatta, ripetitiva, abbandonata alla noia, all’abitudine, che porta a persone, cose e fatti, senza valore. Alla scoperta di situazioni che lui non aveva mai vagliato, cui si era reso complice, senza un motivo dichiarato, passivo al giudizio, in un senso di colpa e sospetto, interrotto dalla presenza di Marie, una donna che lo ha fatto sentire vivo per la prima volta, meritevole di felicità.
L’evento che crea lo sconvolgimento è l’uccisione di un arabo su una spiaggia in un momento in cui la sua vita sembra assemblare a una normalità – o almeno, a quella cosa che potrebbe essere definita tale, secondo i canoni comuni di condivisione sociale.

L’autore mostra un antefatto e un fatto suddividendo il testo in due parti, guida a un risultato sconvolgente; lascia inerme il lettore proprio sulle battute finali per durezza, rabbia, disperazione e angoscia  in un dialogo esplosivo con un sacerdote, durante una confessione che viene rifiutata nel momento in cui sta per avvenire una esecuzione finale.

E’ paradossale la calma che Albert Camus riesce a costruire, far parlare di un omicidio senza avere un briciolo di pentimento nell’efferatezza del gesto, creare una distanza rispetto ai fatti. Non si rende conto, il personaggio, del distacco che crea negli altri, come se egli avesse eretto un antro-condanna per proteggersi. E’ disturbato dalla luce perenne del sole, ne osserva tutte le sfumature, le riconosce, le sente come peso e afflizione continua. Un combattimento costante, tra un buio radicato e un sole che lo insegue incalzante.
La prigione è l’ospizio in cui è ospitata la madre, dove il figlio la porta a stabilirsi e morire nella totale indifferenza; la stessa prigione che lui sceglie come sua condanna, generata dall’assenza di un padre sadico che lo ha reso immaturo e immotivato nella scelta, condotto alla morte per opera di una devozione/deviazione nella ricerca di una sublimazione che avviene nella tortura.

In alcune descrizioni sembra di essere collocati in alcune scene di The Tree of life di Terrence Malick, quando Sean Penn vaga in questo paradiso artificiale di perdoni e pentimenti raggiungendo la sua pace nella volontà della grazia (Eternity). Quelli che hanno vissuto l’adolescenza negli anni Novanta, invece, in un brano dei 99 Posse, situato nell’album Cierco tiempo, Spara. (clicca).
Oggi, si è innescata in me la necessità di capire le parole di Julia Kristeva tratte da Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità. 

Sempre sulla tematica dei padri violenti, mancanti, ho visto in settimana il film di Kim Rossi Stuart, Tommaso. Il regista sdogana in malo modo tutti i personaggi di Nanni Moretti dal suo narcisismo, per mostrare quello che centinaia di autori nella letteratura mostrano da sempre: il problema di una radice e il suo relativo tradimento.

 

 

La resistenza del maschio – E. Bucciarelli #libri

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Sono giorni in cui sembra scoppiata una primavera, non solo perché è un febbraio anomalo, ma ho sentito dentro me un risveglio, un superamento di qualcosa di cui ero consapevole ma non riuscivo a rendere reale. Ho messo a posto diverse cose, fatto il punto della mia esperienza curricolare, avviato fasi di ricerca con coraggio, più leggerezza, senza sentire il carico di un dovere la cui spinta non era dettata dalla mia volontà, ma da qualcosa che arrivava da un esterno indefinito. Mi auguro sia stata l’ammissione di un conflitto, o la semplice necessità di un dire, che sento più vero e nudo, a portarmi alla lettura del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio (NN Editore, 2015), che mi ha fatto stare meglio.

Divorato in meno di cinque ore con una passione sfrenata verso una scrittura da un ritmo pulito ed essenziale, il testo permette di viaggiare in un sistema psicologico che conosco e che da tempo rincorro per approfondire e conoscere con più profondità. La storia narra di un uomo di successo, professore e curatore di arte, sposato con una vita piena di impegni, ma incapace di prendere posizioni importanti all’interno di un contesto di una vita normale. Tutto è calcolato, tutto è funzionale, tutto è enumerato e in lista. Da A si precede dritto a B senza che tra le due rette ci possa essere una valutazione per una ipotetica intersezione, interruzione o sospensione. A cambiare la situazione un incidente, un terremoto sulla propria esistenza, che mostrerà un impatto su un mondo diverso, più libero.
Lo stile dell’autrice è matematico, lineare e logico, razionale e lucido. L’assorbimento alla lettura è totale e si sviluppa in tempo un impazzito dai fatti meditati, pensati, in una catena congiunta e in apparenza disgiunta. Ci si sente immersi in una fiction visiva, più che un libro, un resoconto composto da porte che si aprono e chiudono in varchi che non si omettono, e neppure abbandonano, perché non si riesce a smettere di ricercare quell’interruttore rivolto a una luce che non porterà mai allo spegnimento di una routine del desiderio. Ogni segmento offerto in lettura ha un filo incisivo che guida alla conoscenza di altri personaggi, non secondari, ma neppure protagonisti, i cui tratti caratteriali non sono mai mostrati con rimpianto o freddezza. A volte si percepisce rabbia, ma l’andamento è condotto per permettere alla lettura la ricerca di una distanza analitica per la comprensione dei fatti. In un secondo momento ci si trova all’interno di uno studio medico dove tre donne sono in stallo, in una attesa che arrivi il loro dottore in ritardo. Esse confessano e raccontano, ognuno a suo modo, il regolare disagio che provano con gli uomini che frequentano, o che hanno sposato; parlano del più o del meno, della propria storia con persone sconosciute, facendo emergere situazioni contraddittorie e assurde, ed è qui che si manifesta il climax, il cuore della narrazione. E’ in questa sezione/seduta in cui le donne sono unite da un bivio comune di distanza e scelta, in una area di passaggio, mentre decidono di lasciarsi andare nell’accettazione delle proprie frustrazioni/solitudini sentimentali.

Gli argomenti trattati sono diversi: il narcisismo maschile, l’incapacità di relazionarsi all’altro, la fecondazione come condizione e ricorrente in tutti le discussioni di attualità, e il tradimento, sfiorato in modo intelligente e narrato con un espediente che passa attraverso lo scambio di un profumo.

Lo consiglio vivamente.

La resistenza del Maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

La resistenza del maschio, Elisabetta Bucciarelli (NN Editore, 2015)

“Non ci sono più progenitori da uccidere, neppure padri contro cui combattere. L’arte lo sta dicendo chiaramente, è visibile, incontrovertibile, nessuna ribellione, nessuna lotta in corso. In cambio c’è la possibilità di una solitudine esasperata, senza possesso, senza perdita. “

L’autrice ne parla qui e qui (programma in due parti).