Anche io

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 “«Credo nella gente – risponde in inglese – nelle leggi della natura umana». Ed è straordinario sentirglielo dire.”

La malvagità di cui parlava Einstein, esiste. Non per questo abbandono la speranza.
Leggere questo articolo mi ha fatto affiorare alla mente due testi di Cesare Pavese.
Nella mia tesi di laurea discussa nel 2009, estrapolai due parti comuni, da entrambi i libri.
Citazioni che inserii all’inizio e alla fine della ricerca, come augurio e come necessità.
E’ stato un anno tragico per la mia terra.

La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo a case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora al danno materiale e ai morti, dispiace pensare ai tanti anni vissuti, tante memorie, spartiti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falo’ d’erbe secche e che la gente ricominci“.
La luna e i falo’ (Einaudi, 1950)

La vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno…
La casa in collina (Einaudi, 1948)

Dal testo dedicato ai fatti di Sarajevo dei primi anni Novanta, poco fa linkato, trovo altri elementi importanti, molto affini, a quanto espresso sopra da questo nostro immenso scrittore italiano:

«Una mattina ci siamo svegliati, nella nostra casa in collina, e abbiamo visto del fumo provenire dalla zona dove era la Biblioteca. Eravamo pronti, avevamo già iniziato a mettere in salvo i libri nel caveau o a portarli altrove. Comunque rimanemmo sbigottiti. La biblioteca bruciava». Era il 25 agosto del 1992. Vi ricordate l’immagine del violoncellista, Vedran Smailovic, che suona composto e distrutto tra le rovine?
Oggi la biblioteca è finalmente riaperta: è vuota, non ci sono libri, ma è diventata un museo alla memoria, con una piccola esposizione al pian terreno, ed è bellissima. Residbegovic ci lavorava già da quindici anni: ha dedicato tutta la sua vita ai libri, e quell’incendio non l’ha scoraggiata

«I libri possono anche bruciare, ma nella nostra memoria restano, come restano le biblioteche. L’Umanità sapeva della Biblioteca di Alessandria, la “ricordava” anche senza averla mai conosciuta. Così è per la Biblioteca di Sarajevo: certo, mi mancano quei libri, mi mancano i colleghi che sono caduti, ma la memoria non è stata distrutta dalle bombe».

 

Mi sento in pace, in piena fiducia.
Oggi è nuvoloso, ieri è stata una giornata strana, speriamo nevichi davvero.

Ecco, ci sono. I’m back!

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A Roma è stato tutto strano, sabato, il giorno dopo gli attentati di Parigi, in Francia. Arrivare a Termini è stata una impresa. C’era lentezza e un urticante fastidio di attesa. La metro b era in ritardo, il personale di sicurezza faceva scendere tutte le persone dalla parte opposta rispetto a dove eravamo noi, e non ne comprendevamo i motivi. L’atmosfera era surreale, quando sono scesa, ho scoperto, grazie a facebook, che il problema fosse un furto di rame su alcuni tratti delle linea.

Arrivata a San Lorenzo, ho trovato la galleria dove Bruno stava aprendo una nuova fase della sua vita, chiudendo un passato che lo aveva fatto un po’ sentire inadeguato e insicuro. E’ arrivato in ritardo, rispetto a noi altri. Ha aspettato che uscissi dallo spazio, dicessi cio’ che pensavo. Ho riso, era tenerissimo vederlo mentre cercava di fare il duro. Dopo un po’ di sue titubanze, nervosismo, normale ansia da prestazione, mi sono messa a fare delle foto esternamente, mentre lui temporeggiava con una mia cara amica la quale gli comunicava, sfottendomi, frasi del tipo: “muoviti a entrare altrimenti il generale Temperini s’incazza”.
Io sono rientrata all’insaputa di questa cosa, poco dopo lui si avvicina e mi fa: “lascio tutto sopra e arrivo”.

E’ arrivato davvero, con un nuovo cravattino e gilet, come lo avevo conosciuto nel 2013. Nell’anno 2014 aveva perso questa sua eleganza, si era fatto crescere la barba, era spesso insoddisfatto. Una volta sceso dai piani superiori si è messo vicino a un lavoro su cui ci eravamo confrontati in un giardino pubblico questa estate, quei giardini sfigati che volgono verso il mare e l’orizzonte lontano. Ho visto una persona che si è fatta un po’ più grande e sicura ascoltando tanto e avendo fiducia in me, ma prima di tutto in se stesso. Poi è partito. Si è fatto coraggio con la sua umiltà e senza pretese. Si è dedicato alle persone incuriosite delle sue opere, ai giornalisti. Ci sono stati due grandi abbracci tra noi, di quelli sinceri e fraterni, di rispetto e gratitudine. Un trionfo professionale che ci ha visti e messi alla prova, offrendoci scambi di onesta’, promessi poco meno di un anno fa, nel suo studio, in un giorno di sole di dicembre, dove la mia vita il giorno prima stava per sospendersi a causa di un incidente mancato mentre andavo ad Ancona.
Le cose cambiano, se si vuole veramente, e questa ne è la prova.

Questo 2015 è un anno di transizione personale per tutti, a quanto pare.

Per mio conto quando sono arrivata lì, nello spazio, da anonima quale sono, è stato straniante sapere che in molti mi conoscevano già. Si fermavano e mi dicevano sorridenti: “Ah, tu sei il suo mentore”.
Ho chiacchierato tanto con il gallerista che sembra aver proprio capito come lavorare con Bruno, chi fosse, come tutelarlo, mi sono rassicurata anche io.

Ho riso. Ho riso tanto, sul taxi mentre tornavo a Tiburtina in un ritardo mostruoso perculata fino alla morte da S., che non faceva altro che dirmi: “non muoverti mai da dove vivi, se questo è il risultato”.
Penso che anche il tassista abbia ascoltato collassandosi, non capendo le nostre frasi abruzzesi, nel mentre arrivavamo alla stazione con la nostra potenza rumorosa di provincia al cospetto della grande capitale.

C’è stata una ragazza (un’artista) che lavorava lì, voleva conoscermi e ascoltarmi. E’ tornata più volte a parlarmi, soffermarsi per capire chi fossi. Aveva uno sguardo vivissimo, poiché incuriosita. Mi ha trovato degli agganci per lavorare. Mi ha invitato ad andare al Quadraro.

Ho riso davvero, perché sembra che la vita voglia comunicarmi ancora qualcosa. Qualcosa di ormai chiuso. Le ho detto che io non pianifico niente, che se vogliono possono contattarmi e invitarmi, soprattutto per capire chi sono loro attraverso le opere, le persone, più che artisti,  più che il grande showbiz che vogliono raccontare e il successo che vogliono raggiungere.
Ho ribadito che per me l’arte è responsabilità verso se stessi, non fogli di giornale volanti per mostrare una bella foto falsamente sorridenti.
Lei sembrava in pace mentre mi ascoltava, ed è stato molto bello questo scambio.

In questa Roma silenziosa, attraversata a piedi correndo per il ritardo, con S. che aveva bolle stratosferiche e soffriva per il dolore, fatta di tanti stranieri assiepati lungo la stazione, in una puzza di piscio aberrante, mentre si bestemmiava in tutte le versioni inimmaginabili, ho visto, capito, che ancora una volta mi sono mossa per qualcosa di veramente importante, cui è valsa la pena esserci, superando una paura falsamente costruita da chi vuole sottrarci la possibilità di confronto.

Anche oggi c’è il sole. Ascolto canzoni stupide.
Sento freddo. E’ cambiata la temperatura, ma eccomi, viva, pronta ad accogliere un nuovo inverno.

Per chi fosse interessato, la mostra è questa:
Bruno Cerasi. Through The Black Mirror

e
 si trova qui, fino al 09. 01. 2016:
White Noise Gallery,
Via dei Marsi 20/22
Roma

Abruzzo, parte 2: Il calore

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