Di notte, a fine novembre

amore, cani, vita

Mi chiedo che cosa non mi permetta di dormire stanotte. Non sono tornata tardissimo ieri sera. L’aperitivo si è prolungato in un doppio giro. Conoscenze nuove, risate leggere, per me, fuori contesto rispetto al mio solito ambiente. È un bene ci siano le rotture. Quelle grandi però, dove recuperi il senso delle cose e vedi in trasparenza i segmenti delle sfumature che si stanno risanando dopo un po’ di tempo. Mi sento ancora molto offesa nella mia dignità di donna e di essere umano. A volte ho dei sentori di rabbia che controllo veicolando in cose costruttive. Quando finisci la serata rimani quasi sempre in macchina per terminare un tempo che non si vuole accettare, ma che devi abbandonare. Ti accorgi, chiacchierando, di come, in realtà, tutto sia rarefatto. Sotto quella Chiesa, a fine novembre, le luci di Natale erano piatte, identiche ai pali che emettono la luce gialla che si riversa nelle nostre membra quando attraversi le grandi città. Non so cosa sto scrivendo. È qualcosa che sto cercando di elaborare poiché vivo dentro. Anche il cane sospira ai miei piedi cercando di capire perché mi sono alzata dal letto. Ho fatto un giro vagante di riflessione per casa.
Ho bevuto un sorso d’acqua.
È sceso con me a terra, ha seguito i miei passi nel buoio. Quando sono rientrata in camera ho acceso la luce, mi ha guardato come a dire “io sono sempre con te”.
Le ho dato una carrezzina, ha scodinzolato felice per questo piccolo gesto e si e’ rimessa a dormire.
Stasera Teramo era un fiorire di animali, corso San Giorgio non era pienissimo, alle 23 c’era solo il vuoto cosmico. Un freddo lancinante. Fortuna che avevo indossato diverse maglie.
Mi chiedo se certe notti sia solo io a provare una sensazione si incompletezza, di mancanza di elementi non dichiarati, ma soffocati o smorzati. Le cause non le so spiegare, forse ho bisogno ancora di tempo da smaltire, magari in un altro inverno giusto.
Con l’aperitivo, stasera, oltre alle solite cose servite (pizzette, crocchette, salamini, ecc.) ci hanno offerto pollo e patate e un cannelone di parmigiana ricoperto di prosciutto. Strano per un periodo Veg.
Avevamo chiesto un aperitivo fruttato alcolico, abbiamo constatato che la frutta aveva ucciso la vodka. Potrebbero essere pensieri sconnessi quelli che digito, ma hanno una loro logica.
A me sembra che siamo bloccati tutti sulla stessa scena, in una sorta di stand by dove non si riesce a premere il pulsante del telecomando per accettare di andare avanti.
Non vedi l’ora di tornare a casa tua per sentirti a rifugio. Su Rai 3 ho sentito il nesso che comunica, in termini linguistici, le parole ostaggio e ospite. Non deve essere bello essere nel mondo oggi. Nella provincia si dibatte di cellulite, nelle fabbriche, nei momenti di pausa. Ho riso di come mi raccontavano, di come sia piccola la mentalità di chi è inscatolato in un ambiente che io stimo molto. Umanamente non deve essere facile sopportare la dimensione di essere impiegato in un lavoro a catena. Apprezzano cio’ che hanno gli operai nella loro semplicità.
Leggevo di recente che le nostre sorti professionali muteranno sempre più. Ci si lamenta del cambio degli orari e di tante cose. Nel pieno dell’epoca virtuale non possiamo più ragionare in una logica di orologio che suddivide il giorno e la notte. A volte penso a come le nostre serate siano mutate dagli a
anni ottanta ad oggi. Il film del lunedì, prima, iniziava alle 21. Adesso, prima delle 21. 30, niente, se guardi la tv generalista. L’influenza dei mezzi di comunicazione ci plasma, ci rende grotteschi e morti. L’impiego professionale subisce la medesima dipartita con l’influenza del cambiamento che si riversa sulle nostre abitudini grazie a degli schermi.
Sono le 4.05 e io digito. Condivido con tutto il mondo un qualcosa che avrei potuto scrivere su un diario personale.

E’ possibile che l’invidia possa seguire le sorti una persona, mentre l’altra, la corrispondente, speculare, nutre solo amore?

E’ brutto rendersi conto di quanto l’ammirazione possa confonderci.

Digito da cellulare. Mi pizzicano gli occhi per i residui di trucco non puliti bene.
Non indosso gli occhiali.
Ho sete.
Non rileggo.
Ho anche fame.
Vorrei alzarmi a fare colazione, prendere del pane, appoggiarlo sul fuoco, inzupparlo nel latte e caffè zuccherato, tiepido.

Io ti penso.
Il pensiero si propaga.

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Fear

cani, vita

Il cane si punta d’improvviso davanti a una segnaletica piantata per comunicare uno smottamento. Abbaia, sotto una pioggia torrenziale perché è una cosa nuova, mai vista prima lì.
Indosso una felpa con cappuccio. Mi congelo perché è suo dovere avvertire, manifestare un disagio.
Penso: “paura, a volte sei davvero inutile”

#buongiornismi #todayisnotabaday #rainydays #mood

L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

attualità, cani, cultura, libri, vita

Ieri ho avuto un grosso blocco di scrittura, volevo introdurre L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, ma in modo paradossale sono rimasta impossessata dal suo stesso titolo.

Edito negli anni ottanta, il volume è costituito da sette capitoli che lo rendono uno dei capisaldi della letteratura mondiale. Non so quanti di voi abbiano avuto modo di riflettere sui suoi contenuti, ma personalmente, oltre alle trame dei protagonisti, credo che il suo essere compiuto si trovi nella forte riflessione storica, che si autoalimenta attraverso la narrazione dei suoi stessi personaggi.

Questa recensione, seppur voglia essere un invito all’acquisto, in realtà è un ragionamento che parte da alcuni meccanismi di pensiero elaborati durante tutta la consultazione. C’è da dire che mi è occorso molto tempo per giungere al termine, poiché l’accettazione di un viatico legato al proprio vissuto è sempre un labirinto da compiere, soprattutto se si vuole entrare in totale sintonia con l’immaginario dello scrittore.

Sono arrivata a Kundera dopo essere passata dall’Immaturità di Francesco Cataluccio e Puer Aeternus di James Hillaman, penso che proseguirò la scia affrontando le tracce di Paul Vilirio – ma vi accorgerete di tutto questo nel momento in cui ne parlerò qui nel blog.

Il primo elemento cui voglio fare riferimento è il potere della coincidenza: la leggerezza. L’elemento di scatto che permette a tutti noi di tuffarci nell’oblio della felicità dettata da un’azione, una situazione o un atto, che ci sorprende e porta a sentirsi quasi onnipotenti davanti allo stacco della speranza. Il secondo, invece, è la pesantezza (l’insostenibile), dettata dal senso di oppressione causato anche dall’occlusione fisica che ci provoca disagi e blocchi mentali di ogni tipo.

La visione dello scrittore è d’impostazione archetipica basata sulle singole storie di Tomas, Sabina, Tereza e Franz. Ognuno di loro impossessato dal passato, da modelli parenterali e formativi che hanno inciso le loro singole esistenze, diretti verso vie complesse e alternate in un’intera vita.

Non è tanto lo spessore qualitativo di tutto questo a colpire, ma piuttosto come l’autore identifica il malessere nella merda e nel kitsch, e di come tutti siamo tendenti idealizzare il cattivo gusto nella nostra testa per paura dell’abbandono, dell’infedeltà, del concetto di eterno ritorno e dai condizionamenti degli sguardi esterni di un’intera società.

Il senso più angosciante è racchiuso nella chiara esplicazione della Storia della Primavera di Praga, e della condizione cecoslovacca nel 1968, mostrando tutta la ferocia comunista, in una militanza totalitarista che cancella e minaccia le singole identità attraverso le strategie di ricatto più estreme.

Proprio in questi ultimi dettagli ho ritrovato i racconti di persone a me care che hanno sostato per alcuni anni della loro vita in un paese sovietico durante gli anni ’90, e di come, essendo italiani, subivano concretamente controlli di ogni tipo che partivano dalle loro case, per opera spie russe. O anche, il punto di vista di alcuni amici tornati dall’Ungheria che mi raccontavano di aver visitato La casa del terrore a Budapest, dove hanno camminato in un corridoio fatto di blocchi ricavati dal grasso di persone morte nei gulag, ma anche visto e sentito, nello stesso luogo, le trucidazioni commesse dai nazisti sul popolo ebraico boemo.

Come potete ben capire ho trovato L’insostenibile leggerezza dell’essere un libro il cui valore assume una forte potenza nell’intimo di ciò che siamo. Inutile negare che mi sono soffermata nella parte finale il cui si parla del cane di Tomas e Tereza, Karenin.

Quando aveva visto che era a casa e aveva riconosciuto le persone a lui più vicine, non aveva resistito al desiderio di condividere con loro la sua terribile gioia, la gioia del ritorno e della rinascita“.

Ed è proprio così.

Ho apprezzato inoltre i cambi di registro di un narratore incisivo.

Buona lettura.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985.

Abruzzo, parte 2: Il calore

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Amici cani

cani, vita

Quando tra una pausa e l’altra tra colleghi si dibatte ferocemente di lavoro e politica, Ugo mangia indisturbato un osso.


Le Kessler

attualità, vita

Sto sviluppando un’insana curiosità per le mucche. Ogni mattina, durante la mia solita passeggiata, le incontro, mi fissano e seguono. Mi chiedo che tipo di personalità abbiano, che tipo di confidenza danno agli uomini, se sono curiose e/o affettuose.

Come posso resistere loro?