Il colore è un'opinione,  Agfachrome Master, 1981 - ph. Amalia Temperini

Il colore è un’opinione #tempolibero #pause #libri #fotografia [#recensione]

arte, cultura, giovedì, leggere, libri

Non mi trovo particolarmente simpatica questa settimana, i libri di narrativa che sto leggendo non danno molta armonia, per questo ho deciso che lascerò del tempo affinché siano smaltiti a dovere, capire se meritevoli di un’opinione che possa lasciare qualcosa di sensato mia alla vita.

Ultimamente, sempre più spesso, ho preso quel vizio maledetto di vendere quelli che non hanno contribuito a nulla. Tessera al mercatino dell’usato per un valore che ora è abbastanza alto, che mensilmente genera introiti insospettabili, pronti per essere investiti in benzina, vinili o cianfrusaglie di vario tipo.

Smaltisco perché penso che certe cose siano realizzate per puri scopi di lucro, allora credo che debbano tornare su quella via, svalutati e maneggiati, rimessi in circolo sulla strada, il mercato che ce li ha propinati. Tante volte mi soffermo sul fatto che potrei donarli a qualche biblioteca, ma subito dopo l’idea balenata si neutralizza dalla mente in men che non si dica per via di un sentore di minima responsabilità. Capita anche di essere curiosi delle scelte degli altri, faccio spesso un giro nei vari settori, cerco di immaginare la logica secondo la quale persone come me abbiano deciso sbarazzarsi di un loro passato. Ad esempio, a 2, 60 euro, diverse settimane fa, ho trovato un catalogo di un concorso fotografico del 1981 edito da Agfachrome Master.

Il colore è un’opinione è un volume dedicato alla fotografia.
E’ una raccolta di scatti analogici amatoriali selezionati da un gruppo di professionisti che al tempo si cimentarono in un concorso nazionale mirato su volontà della Afga. Esperimento, progetto, che vide al suo interno testi utili scritti da nomi di rilievo quali: Franco Storaro, Gabriele Mazzotta, Antonio Arcari, Mario De Biasi, Franco Fontana, Michele Ghigo, Giuseppe Turroni, Lanfranco Colombo.

Uno dei tanti dati positivi è la affermazione di aver voluto fare una azione critica in merito a tutto quello arrivato dai partecipati. Si percepisce molta insofferenza nel corso della lettura, c’è chi addirittura evidenziava il caos nato attorno a questa selezione: un presunto scandalo sulla sponsorizzazione per la vendita dei materiali. In pratica un privato che diventa promotore di un’azione presumibilmente culturale.

Nei primi anni ottanta doveva essere stata vista come una sfida, un demonio in forma, dopo aperte ribellioni volute in difesa delle collettività nel decennio precedente.

Il colore è un'opinione,  Agfachrome Master, 1981 - ph. Amalia TemperiniIn realtà la situazione che ne esce è molto chiara: cambia lo strumento, si perfezionano i mezzi, le macchine, ma il messaggio rimane invariato. Nel senso che tutti gli aderenti, dilettanti della tecnica, per fare la differenza, catturavano istantanee di piante, fiori e soli al tramonto con l’idea di essere originali –  come accade coi social network oggi (Instagram). Un altro elemento rilevante è anche il concetto di imitazione: propinare a una commissione di professionisti atteggiamenti di osservazione sfruttati da grandi nomi di rilievo che hanno segnato un momento preciso della storia, con l’assunzione di un determinato gesto per sentirsi vincenti quando in realtà si è stati mediocri. In aggiunta, la chiusura e la scarsa presenza di operatori all’estero capaci di cogliere cambiamenti e prospettive con occhio analitico.

Alcune raccomandazioni appaiono sagge, si suggerisce di cimentarsi in prove su fatte sulle inquadrature con pochi elementi inseriti o dedicarsi giornalmente al linguaggio e all’esericizio. Esiste anche un piccolo focus di come all’interno dei circoli fotoamotoriali ci sia stata una attitudine alla sperimentazione, riportando in breve i cenni dei percorsi di Gianni Berengo Gardin o Mario Giacomelli, e di come la fotografia degli anni settanta sia passata dall’essere sociale e poi ossessivamente privata.

Spunti  che rimettono in gioco molte cose, soprattutto negli atteggiamenti. Penso ai quanti come me abbiano cellulare in mano e vagano. Nel caso dei selfie potrebbero venir fuori mille interpretazioni differenti, in primis quello di uno studio sul mito e le sfaccettature dell’autorappresentazione on-line.

Ho trovato paradossale questa parte, profondamente attuale.

In meno di ottanta pagine, la cui maggioranza composta da immagini, ho scoperto un concentrato di informazioni fresche, seppur ovvie per chi è del mestiere, e mi chiedo se al posto dell’utente che lo ha abbandonato avrei fatto la stessa cosa.

Certe volte è meglio radicalizzare, scegliere e non guardare più al passato, ripristinare un ordine a costo di perdere qualcosa che si è ritenuto prezioso incastonato nella melanconia.

                                                                                    

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Anche io

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 “«Credo nella gente – risponde in inglese – nelle leggi della natura umana». Ed è straordinario sentirglielo dire.”

La malvagità di cui parlava Einstein, esiste. Non per questo abbandono la speranza.
Leggere questo articolo mi ha fatto affiorare alla mente due testi di Cesare Pavese.
Nella mia tesi di laurea discussa nel 2009, estrapolai due parti comuni, da entrambi i libri.
Citazioni che inserii all’inizio e alla fine della ricerca, come augurio e come necessità.
E’ stato un anno tragico per la mia terra.

La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo a case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora al danno materiale e ai morti, dispiace pensare ai tanti anni vissuti, tante memorie, spartiti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falo’ d’erbe secche e che la gente ricominci“.
La luna e i falo’ (Einaudi, 1950)

La vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno…
La casa in collina (Einaudi, 1948)

Dal testo dedicato ai fatti di Sarajevo dei primi anni Novanta, poco fa linkato, trovo altri elementi importanti, molto affini, a quanto espresso sopra da questo nostro immenso scrittore italiano:

«Una mattina ci siamo svegliati, nella nostra casa in collina, e abbiamo visto del fumo provenire dalla zona dove era la Biblioteca. Eravamo pronti, avevamo già iniziato a mettere in salvo i libri nel caveau o a portarli altrove. Comunque rimanemmo sbigottiti. La biblioteca bruciava». Era il 25 agosto del 1992. Vi ricordate l’immagine del violoncellista, Vedran Smailovic, che suona composto e distrutto tra le rovine?
Oggi la biblioteca è finalmente riaperta: è vuota, non ci sono libri, ma è diventata un museo alla memoria, con una piccola esposizione al pian terreno, ed è bellissima. Residbegovic ci lavorava già da quindici anni: ha dedicato tutta la sua vita ai libri, e quell’incendio non l’ha scoraggiata

«I libri possono anche bruciare, ma nella nostra memoria restano, come restano le biblioteche. L’Umanità sapeva della Biblioteca di Alessandria, la “ricordava” anche senza averla mai conosciuta. Così è per la Biblioteca di Sarajevo: certo, mi mancano quei libri, mi mancano i colleghi che sono caduti, ma la memoria non è stata distrutta dalle bombe».

 

Mi sento in pace, in piena fiducia.
Oggi è nuvoloso, ieri è stata una giornata strana, speriamo nevichi davvero.

Ecco, ci sono. I’m back!

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A Roma è stato tutto strano, sabato, il giorno dopo gli attentati di Parigi, in Francia. Arrivare a Termini è stata una impresa. C’era lentezza e un urticante fastidio di attesa. La metro b era in ritardo, il personale di sicurezza faceva scendere tutte le persone dalla parte opposta rispetto a dove eravamo noi, e non ne comprendevamo i motivi. L’atmosfera era surreale, quando sono scesa, ho scoperto, grazie a facebook, che il problema fosse un furto di rame su alcuni tratti delle linea.

Arrivata a San Lorenzo, ho trovato la galleria dove Bruno stava aprendo una nuova fase della sua vita, chiudendo un passato che lo aveva fatto un po’ sentire inadeguato e insicuro. E’ arrivato in ritardo, rispetto a noi altri. Ha aspettato che uscissi dallo spazio, dicessi cio’ che pensavo. Ho riso, era tenerissimo vederlo mentre cercava di fare il duro. Dopo un po’ di sue titubanze, nervosismo, normale ansia da prestazione, mi sono messa a fare delle foto esternamente, mentre lui temporeggiava con una mia cara amica la quale gli comunicava, sfottendomi, frasi del tipo: “muoviti a entrare altrimenti il generale Temperini s’incazza”.
Io sono rientrata all’insaputa di questa cosa, poco dopo lui si avvicina e mi fa: “lascio tutto sopra e arrivo”.

E’ arrivato davvero, con un nuovo cravattino e gilet, come lo avevo conosciuto nel 2013. Nell’anno 2014 aveva perso questa sua eleganza, si era fatto crescere la barba, era spesso insoddisfatto. Una volta sceso dai piani superiori si è messo vicino a un lavoro su cui ci eravamo confrontati in un giardino pubblico questa estate, quei giardini sfigati che volgono verso il mare e l’orizzonte lontano. Ho visto una persona che si è fatta un po’ più grande e sicura ascoltando tanto e avendo fiducia in me, ma prima di tutto in se stesso. Poi è partito. Si è fatto coraggio con la sua umiltà e senza pretese. Si è dedicato alle persone incuriosite delle sue opere, ai giornalisti. Ci sono stati due grandi abbracci tra noi, di quelli sinceri e fraterni, di rispetto e gratitudine. Un trionfo professionale che ci ha visti e messi alla prova, offrendoci scambi di onesta’, promessi poco meno di un anno fa, nel suo studio, in un giorno di sole di dicembre, dove la mia vita il giorno prima stava per sospendersi a causa di un incidente mancato mentre andavo ad Ancona.
Le cose cambiano, se si vuole veramente, e questa ne è la prova.

Questo 2015 è un anno di transizione personale per tutti, a quanto pare.

Per mio conto quando sono arrivata lì, nello spazio, da anonima quale sono, è stato straniante sapere che in molti mi conoscevano già. Si fermavano e mi dicevano sorridenti: “Ah, tu sei il suo mentore”.
Ho chiacchierato tanto con il gallerista che sembra aver proprio capito come lavorare con Bruno, chi fosse, come tutelarlo, mi sono rassicurata anche io.

Ho riso. Ho riso tanto, sul taxi mentre tornavo a Tiburtina in un ritardo mostruoso perculata fino alla morte da S., che non faceva altro che dirmi: “non muoverti mai da dove vivi, se questo è il risultato”.
Penso che anche il tassista abbia ascoltato collassandosi, non capendo le nostre frasi abruzzesi, nel mentre arrivavamo alla stazione con la nostra potenza rumorosa di provincia al cospetto della grande capitale.

C’è stata una ragazza (un’artista) che lavorava lì, voleva conoscermi e ascoltarmi. E’ tornata più volte a parlarmi, soffermarsi per capire chi fossi. Aveva uno sguardo vivissimo, poiché incuriosita. Mi ha trovato degli agganci per lavorare. Mi ha invitato ad andare al Quadraro.

Ho riso davvero, perché sembra che la vita voglia comunicarmi ancora qualcosa. Qualcosa di ormai chiuso. Le ho detto che io non pianifico niente, che se vogliono possono contattarmi e invitarmi, soprattutto per capire chi sono loro attraverso le opere, le persone, più che artisti,  più che il grande showbiz che vogliono raccontare e il successo che vogliono raggiungere.
Ho ribadito che per me l’arte è responsabilità verso se stessi, non fogli di giornale volanti per mostrare una bella foto falsamente sorridenti.
Lei sembrava in pace mentre mi ascoltava, ed è stato molto bello questo scambio.

In questa Roma silenziosa, attraversata a piedi correndo per il ritardo, con S. che aveva bolle stratosferiche e soffriva per il dolore, fatta di tanti stranieri assiepati lungo la stazione, in una puzza di piscio aberrante, mentre si bestemmiava in tutte le versioni inimmaginabili, ho visto, capito, che ancora una volta mi sono mossa per qualcosa di veramente importante, cui è valsa la pena esserci, superando una paura falsamente costruita da chi vuole sottrarci la possibilità di confronto.

Anche oggi c’è il sole. Ascolto canzoni stupide.
Sento freddo. E’ cambiata la temperatura, ma eccomi, viva, pronta ad accogliere un nuovo inverno.

Per chi fosse interessato, la mostra è questa:
Bruno Cerasi. Through The Black Mirror

e
 si trova qui, fino al 09. 01. 2016:
White Noise Gallery,
Via dei Marsi 20/22
Roma

Abruzzo, parte 2: Il calore

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Bavarese all’arancia o al frutto che vuoi tu!

cultura

Da diverso tempo m’impegno a fare torte, la mia preferita è una bavarese che ho sperimentato in diverse versioni, in più periodi della mia vita.
Oggi propongo quella all’arancia. Senza troppa difficoltà e con molta pazienza, seguendo passo passo gli step che suggerisco, si può fare un figurone assoluto, per bontà e delicatezza.

Mi sembra un buon motivo per tornare a postare qualcosa che non sia il solito classico polpettone letterario o cinematografico .A volte la vita è bella perché colorata, ma anche un po’  profumata!

Bavarese all’arancia o al frutto che vuoi tu!

Ingredienti:

Per la base:

200 gr di biscotti tritati (tipo orosaiwa)
100 gr di burro morbido.

Per la crema:

100 gr di burro morbido
225 gr di zucchero
3 uova intere
1 tuorlo
150 ml di succo d’arancia filtrato
scorza sminuzzata di due arance
400 ml di panna da montare per dolci già zuccherata
12 grammi di colla di pesce (ossia una bustina di tortagel paneangeli)

Per la copertura:

75 gr di zucchero
10 gr di maizena (amido di mais)
100 ml di succo d’arancia filtrato
100 ml di acqua

Procendimento:

Primo passo da fare è quello di tritare i biscotti grossolanamente. Una volta fatto, uniamo il burro e  continuiamo a lavorare per creare un composto adatto per la base.

Prendiamo una tortiera – possibilmente con gancio laterale (esempio) – versiamo il composto sistemandolo e schiacciandolo affinché si fermi bene. Mettiamo in frigo per almeno due ore così da far solidificare il tutto.

Nel frattempo, in attesa, iniziamo a portarci avanti alcuni passaggi:

In un piatto pieno di acqua fredda mettete a scogliere la colla di pesce per 10 minuti circa.

Passate poi a pulire e tritare la scorza di due arance con l’aiuto del mini-blender , unendo a esse, i primi 100 gr di zucchero. Da qui, versate tutto nella pentola preposta alla preparazione della crema, assieme agli altri 125 gr di zucchero, le 3 uova intere, il tuorlo, i 100 gr di burro tritato a cubetti e i 150 ml di succo d’arancia filtrato.

Accendete il fornello, e lasciate cuocere per 7 minuti girando costantemente. Spegnere. Dopo aggiungere la colla di pesce ammorbidita, continuando a mescere a una normale velocità.

Lasciate raffreddare.

Per un’oretta potete darvi alla pazza gioia. Passato questo tempo, assaggiate la crema d’arancia con il ditino e vagliate. Se è abbastanza fredda, potete pensare ai 400 ml di panna per dolci da montare. Una volta fatto, incorporiamo alla crema, tenendo sempre a mente la regola del “dal basso verso l’alto”, così da far assorbire aria e non far smontare il tutto.

Da qui, prendiamo la base biscotto posta in frigo a solidificare, versiamo la crema mischiata alla panna, rendendo la superficie piana. Poniamo al refrigerio nuovamente per almeno 2 ore.

Passato questo tempo – dove nel frattempo avete ammazzato la noia a colpi d’accetta – prepariamo il tortagel casalingo: 10 ml di maizena (amido di mais), 100 ml di acqua e succo d’arancia filtrato e i 75 gr di zucchero. Mettiamo sul fornello per 12 minuti girando spesso.
Spento il fornello, lasciate raffreddare per 5 minuti, versatelo sulla crema solidificata. Rimettiamo in refrigerio per almeno 12 ore.

Decoriamo a piacimento.
Et voilà, le jeux son faits!


bavarese

Buona Domenica!
Ps: Mi raccomando attenzione ai bordi quando state per toglierla dalla sua formina!