Educazione Siberiana – Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores torna al cinema con un prodotto tratto dall’omonimo libro di Nicolai Lilin, Educazione Siberiana.  Un lavoro importante da ogni punto di vista, che ha una pluralità di elementi da analizzare.

Alla base della narrazione c’è il conflitto tra un bene e un male. Tutto ruota attorno a questi due assi, in una giusta scansione di tempo e parole, usati e ricercati nella creazione di una sceneggiatura molto efficace. Anche in questo caso (come per Tornatore) mi sento di dire che Salvatores si è allontanato molto dal suo cinema di pancia, per avvicinarsi a una dimensione più da grande, lontana dalla tradizione italiana, nonostante tragga le basi da un romanzo di formazione.

Ci troviamo a cavallo di un tempo storico molto lungo. Il periodo è quello comunista, e il luogo è l’area siberiana.

I protagonisti sono un gruppo di ragazzini che crescono e maturano con la mentalità da clan, in cui ogni area territoriale è distribuita in gruppi appartenenza. mi sento di aggiungere che il lavoro mi ha riportato alla scrittura di Gomorra di Roberto Saviano, come se quest’ultimo anticipasse, in una versione documentaria scritta, ciò che in realtà Lilin e Salvatores mostrano nel loro progetto uscito nelle sale pochi giorni fa.

Chi ha dimestichezza con le controculture giovanili troverà molti degli aspetti visti in Arancia Meccanica, Quadrophenia, Absolute Biginners (tanto da esserci, di quest’ultimo, anche il medesimo brano che si può ascoltare nella scena della giostra).

La cosa più accattivante è la predisposizione verso il mondo dell’arte: il regista si spinge verso una costruzione spaziale che coinvolge fasi differenti, ed è facile identificare rimandi al Rinascimento, ai tagli di luce di Jan Vermeer, ma anche all’ottocento, con un Monet che spunta all’improvviso, dal quale è difficile sfuggire se ha un po’ di dimestichezza con quest’ambiente.  Garagarin, poi – la faccia del male -, ha un viso che ci porta  direttamente al quadro “Ecce Homo” di Antonello da Messina, e in una inquadratura arriva addirittura a toccare tutta l’iconografia creata attorno alla figura dei vari san Sebastiano.

Come si può capire la scelta fotografica è ottima, avrei bisogno di una seconda visione per valutare se certi frame siano stati elaborati in conformità ad alcuni fotografi dell’est, impegnati magari nella ricostruzione di un periodo chiuso ufficialmente meno di trent’anni fa.

La rottura del regime comunista è riportata attraverso l’inserimento di più dettagli: senza troppe spiegazioni ci sono mostrate la caduta del muro di Berlino del 1989, la conseguente resa del regime comunista in Russia nei primi anni novanta, e l’ingresso al nuovo mondo occidentale, vissuto come una scoperta rivoluzionaria, in quelli che sono i suoi simboli per eccellenza (jeans e consumismo).

Il progetto ruota attorno all’etica del giusto, nonostante all’interno si ha un insieme armato di persone che uccidono, feriscono, rifiutano soldi, corruzione e controllo politico: c’è un accanimento chiaro verso le forze di polizia colluse con la mafia locale.

John Malkovich è Lenin, è chiamato nonno, e sembra un saggio oculato che educa a qualsiasi azione Kolyma, il protagonista assoluto, che porterà alla resa dei conti una situazione diventata troppo pensate, che ha rovinato da la vita di Xenjia – una voluta da Dio -, secondo lo stile del linguaggio usato dal quel raggruppamento, che non osa definire pazzo un essere umano.

Quello che voglio far capire – cioè quello percepito all’uscita dalla sala discutendone – è che tutto il film ruota attorno all’idea di un paese che nasce attraverso un’idea politica precisa, sorta, appunto, con Lenin e poi passata tragicamente nelle mani di Stalin, dal 1924 al fino al 1953.
Sebbene tutto questo non sia dichiarato, poiché la dimensione individuale prevale su quella pubblica, i chiari riferimenti a questi due mondi sono nettissimi.

La cosa che ha permesso di  rafforzare la mia posizione è un film di cui non conosco né regista né titolo, ma visto per caso su Sky, il cui tema era la morte del compagno Lenin, con sottotitoli e canti che sono similmente inseriti con quella modalità anche in Educazione Siberiana.

Tornando a Malkovich vorrei aggiungere che la costruzione del suo personaggio è simile a quella del Marlon Brando in Apocalypse Now, sia in taglio di  luce e inquadrature, sia in comportamenti.

L’intenzione di chi ha proposto questo film è stata di lavorare su un disegno ad ampio raggio. Io credo ci siano riusciti molto bene, per questo consiglio a tutti voi di vederlo.

Ps. La chiave di lettura, a parer mio, parte da una fotografia scattata nella parte iniziale, indice di memoria e testimonianza di fatti veramente accaduti e romanzati da Lilin.

Vi lascio questo collegamento per capire meglio:

6 pensieri su “Educazione Siberiana – Gabriele Salvatores

  1. bellissima recensione specie la parte sulla fotografia e i rimandi artistici che io (mi son sentita molto ignorante leggendoti!) non ho colto affatto neanche quelli a Vermeer che è uno dei miei pittori preferiti… però oggettivamente ci sta, anche se l’illuminazione me l’hai data col parallelo con Brando in Apocalypse Now… per me i rimandi del film stavano tutti in c’era una volta in america, la formazione alla criminalità è tutto, anche se molto vagamente negli interni della casa di nonno Malkovich…
    un saluto!

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  2. Sai che io invece non l’ho particolarmente apprezzato, ma ho letto con piacere la recensione, soprattutto la parte sulla fotografia.
    Non sono molto d’accordo sui riferimenti all’URSS e avvenimenti geopolitici contemporanei alle vicende, sia perché sono appena appena accennati – il Muro di Berlino crolla e compaiono i jeans e la musica occidentale con una giostra, ma niente di più – sia perché ho percepito l’ambientazione come un luogo a sé stante, lontano dai rapporti con qualsiasi altra realtà. Quasi un mondo autosufficiente, disinteressato a ciò che accade oltre i suoi confini.

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    1. può essere letto anche così. In realtà lo scopo non era passare nella storia, viene detto dai due nel secondo video che ho postato. Non si può negare però che i riferimenti ci siano tutti. Pensa alla scena del francobollo, quando si picchiano tutti per vendicare quello rubato. I due protagonisti (Kolima e l’altro) parlano prima di Stalin, ma invece viene pronunciato Lenin, e il bambino – che poi il primo a morire – lo richiama all’ordine parlando di Stalin.

      Sono solo percezioni, non ho la risposta.
      C’è di fatto che mi ha dato da pensare perché il rapporto a parer mio rimane non slegato. Certo è che dovrei anche leggere il libro così da capire meglio, poiché il coautore della sceneggiatura e’ il protagonista stesso.

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