Il censimento dei radical chic, Giacomo Papi, Feltrinelli, 2019 - ph. Amalia Temperiini

Il censimento dei Radical Chic di Giacomo Papi #libri #feltrinelli [#recensioni]

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Che cosa accade quando durante un confronto in un talk show un intellettuale e un ministro degli interni si scontrano dopo che uno dei due osa citare Spinosa? Giaco Papi nel suo ultimo libro racconta in forma romanzata, e con ironia spigolosa, una Italia quasi contemporanea.

La storia di una figlia che osserva quanto accade in questo paese da un certo momento in poi, l’accorgersi della vita parallela di suo padre che in nome di una rivolta feroce verso un mondo politico manipolatorio, agisce attraverso pseudonimi sul web. L’osservazione di come alcune figure, necessarie in alcuni periodi della storia, siano passate in secondo piano per incapacità di comprensione delle esigenze attuali di una società divenuta per buona parte populista, dove gli intellettuali sono visti come demonio in terra, vittime incapaci di lavorare sulla umiltà perché il loro linguaggio è complesso, ricercato e inarrivabile, a chi, a una popolazione che, ha costante bisogno di umiltà e leggerezza.

Il ministro degli Interni è colui che pilota la rivolta e addita queste condizioni secondo lui inaccettabili. Istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic, distorce ancora una volta la visione di un gruppo ristretto di persone che vuole a tutti i costi, secondo il suo punto di vista, schiacciare l’intelligenza altrui.

Il censimento dei radical chic (Feltrinelli, 2019) diventa così un libro esempio di come la censura possa agire sotto gli occhi del lettore che vede disturbata la riflessione su quanto legge dalla azione dell’Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana. L’autore adotta una strategia intelligente nella costruzione del suo testo che volge a una doppia funzione su chi sceglie di continuare a leggere tra le righe censurate e chi invece compie un salto senza ricorrere a quanto riportato.

Una delle parti più belle è quando mette a nudo il ministro, la relazione che ha con la madre, di come lei lo aggredisce con verità estrema nell’aver tradito se stesso e la sua intelligenza per quella che può essere considerata una forma di egomania ipertrofica, un andare avanti senza una meta precisa coinvolgendo gente inconsapevole delle sue reali intenzioni.

Ci sono i salotti, ci sono le gabbie, esiste uno zoo, esistono gli anarchici, esiste ancora piazzale Loreto che raccoglie un momento preciso quello che forse è uno dei traumi che questo paese non ha saputo ancora metabolizzare.

Inutile dire che Cosma è il personaggio più spietato, quello più radicato che con la sua forza affronta e sradica qualcosa con quella che è a tutti gli effetti una strage.

Il censimento dei Radical Chic di Giacomo Papi (Feltrinelli, 2009)

 

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Pietà – Kim Ki Duk

cinema

Pietà, il film uscito lo scorso settembre in Italia, che ha vinto l’ultimo Festival del cinema di Venezia, mi ha lasciato perplessa.

E’ un lavoro particolare, senza stravolgimenti strutturali. Il montaggio è sporco e la sceneggiatura meccanica. Quando sono tornata dalla visione, non ho resistito: ho cercato di capire cosa avrebbe voluto comunicarci il regista Kim Ki Duk; i simboli che ha adottato e i motivi per i quali li ha inseriti.

Il viaggio di ritorno a casa è stato un delirio di risate – come del resto tutta la visione – con un pubblico a dir poco turbato dalle scelte apparentemente incestuose che si susseguivano; dalle pizze in faccia tirate; dai personaggi esteticamente anime; da una sproporzione di gusti nella scelta delle personalità volutamente ironiche; ma soprattutto, dalla gente che usciva dalla sala e non aveva capito un’emerita ceppa delle dinamiche finali che erano – forse – le più chiare.

La storia è di un giovane trentenne cresciuto senza madre che di mestiere è strozzino; per diversi tizi si occupa della riscossione di tassi al 1000% su prestiti concessi. Quando i poveracci – indebitati fino all’osso – non possono pagare, interviene decidendo di spaccare e storpiare braccia e gambe a tutti. Un giorno però arriva una figura minuta che gli s’inginocchia davanti chiedendogli scusa per una vita d’assenza e dichiarandosi sua madre.

Una donna assente che ha generato un mostro ingordo e capace di efferata vendetta, anche sulla pelle della propria genitrice.

La pellicola è costruita a scatti, saltando da un eccesso all’altro. Kang-do (il protagonista) oggi è cattivissimo; domani sarà buonissimo e pentissimo delle azioni che ha commesso; fino a un finale che lascia inebetiti, poiché è l’unico punto centrale dove si tocca un alto spessore lirico nella costruzione immaginifica dello spettatore.

La cosa vergognosa è stata lo scoppio di risa del pubblico, nel quale ero pure io, che sbeffeggiavo le azioni di cuore e spernacchiavo rumorosamente su scene che lasciavano frastornata anche la peggior capra tibetana sperduta nel monte più lontano, lisciandosi la barbetta, con tanta pazienza.

Ho speso 4 euro e 0,50 centesimi, potendoli tenere ancora in tasca.
Non accresce in emozioni; è statico e freddo come solo un’opera minimalista sa essere.

L’interesse per un cinema sud coreano potrebbe finir qui se non avessi quel peccato malefico di donna espressamente curiosa e cervellotica.
Per approfondimenti, e senza troppi stravolgimenti, lascio alcune delle recensioni che stanotte ho letto/ascoltato; per capire i motivi per i quali la giuria gli ha concesso la vincita della palma d’oro. Senza aggiungere altro, perché potrei eccedere in opinioni personali che non invoglierebbero ulteriormente alla comprensione, lascio qui i link:

Paolo Mereghetti – Corriere della sera
Alessandro Baratti – Glispietati.it
World Social Forum – collegamento a recensione

Trailer: