Chiara Valerio. La matematica è politica. #libri

Non ho mai amato la matematica, non capisco assolutamente niente di logica. Qualsiasi ragionamento che implica i numeri mi manda in bestia. Se ho davanti un problema sbaglio il modo di guardare l’oggetto. Ho sempre preso due e tre alle interrogazioni su radicali e calcolo degli algoritmi. Ho scelto una facoltà che è un DAMS, una via di mezzo tra la sociologia, il giornalismo e l’analisi dei campi culturali per non avere niente a che fare coi numeri. Ho pensato che questo libro facesse per me, che ho rigettato tutti quegli strumenti negli anni, e l’ho scelto come banco di prova per capire se sono io il problema in merito a questo argomento oppure se esiste chi le cose non sa insegnarle perché l’amore è duro, si sceglie, è cosa complessa da disciplinare, interiorizzare e trasmettere.

Ho iniziato a leggere La matematica è politica di Chiara Valerio subito, ma avevo capito che il momento era sbagliato. L’approccio era sbagliato. Ho preso sottogamba la sua velocità. È un autentico saggio critico che riporta alle menti rivoluzionarie dei tempi passati del Novecento. Mi sono concessa il momento giusto per averlo tra le mani e sfogliarlo con cura, il valore che merita.

Quando affermo questo, lo scrivo perché ho ritrovato al suo interno il pensiero di molti di quegli autori incisivi che ho incontrato e scelto, hanno formato il mio fare negli anni offrendo la conoscenza di una visione anarchica in una logica di sistema. Parlo di Ernst Jünger (Trattato del Ribelle, Adelphi, Milano, 1990), di Czesław Miłosz (La mente prigioniera, Adelphi, Milano, 1981), Simone Weil (La prima radice, Edizioni di Comunità). Autori che abbracciano una attenta valutazione sugli impatti delle dittature, i loro metodi, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una eccezione è quello della Weil, una studiosa che osserva le tre chiavi di attraversamento dell’esistenza umana che si compiono nelle idee di radice, radicamento, sradicamento, tra patria e religione, partendo dai contadini e dalla Rivoluzione francese.

Al momento non ho letto niente di più attuale, una analisi lucidissima su quello che ci attraversa: il periodo storico più buio che abbia mai visto nel senso di maturità politica, questo 2020. Anche io – come la Valerio – concordo su quanto afferma, forse perché coetanee, di rimpiangere chi la politica la esercitava tanto tempo fa, si faceva giudicare dalla azione, la serietà e dall’attenzione riservata alle persone nel costruire un futuro, non per simpatia tra like, cuoricini, tra camicie bianche confusionarie.

Chiara Valerio traduce un linguaggio, il codice matematico, in letterario. E viene da chiedersi se questa condizione rientra in un processo che ci appare lentissimo, identificato come transizione. Un tempo storico in cui sembra di essere descritto come quei sonni profondi di Orlando di Virginia Woolf (Mondadori, 1995), dove il lettore non percepisce il tempo reale del** protagonist*, ma quello di chi sfoglia le pagine in base al proprio esercizio di lettura, umore e trasporto nella letteratura.

Se la matematica non la capisci, esiste la Valerio che ne parla come fosse un racconto, permette di capire una disciplina che è metodo. Una forma mentis che è resistenza e si sceglie. Accetta i margini di errore che possono essere dimostrati, verificati o confutati, che dialoga incessantemente con una comunità: l’incontro.

Se dovessi relazionarmi alla mia preparazione potrei dire che ha ragione, la trappola di chi è abituato alle arti letterarie o visive è l’interpretazione nella quale si inciampa. Un quadro è cosa chiusa. Molto spesso chi compie una lettura critica ha una impostazione che non tiene a bada le proprie proiezioni. Se non si è bravi a mettere un freno, a chi si è, all’idea sconosciuta di sé, il rischio di plagiare chi guarda è sempre alle porte.

Questo dipende dalla propria maturità, dalla capacità di riconoscersi dei limiti, dal senso di rispetto e di responsabilità del sottrarsi, per dare possibilità a chi esprime un concetto di avere ha un’altra voce in piazza, giusta o sbagliata che sia.

Entrare in una crisi, che è un problema, sviluppare una variante di soluzioni concrete, sapere che quel sistema può vedere una alternativa, relativa, e non una assoluta verità, ma un punto sul mondo – o una serie di mondi – dipende dalla portata di chi si sposta, riesce a fare posto con un gesto leggero che è esempio.

Un professore che cancella la lavagna a fine lezione, un professore che insegna il valore del no per una denuncia non effettuata. Diritti e doveri, lezione numero uno per essere diversi, se stessi, accettare gli altri e parlare una lingua comune fatta di codici complessi, ma più semplici di quelli che si possa immaginare.

Mi piace pensare che questo piccolo volume, pieno di sicurezza e fermezza, fedeltà e fiducia, politica, possa essere scoperto da chi decide di studiare questo nostro presente, il loro passato, in futuro. Avere la fortuna di capire che non siamo stati delle pessime persone, ma che abbiamo cercato di reagire a qualcosa che non ci piaceva, con degli strumenti, e ognuno con il proprio, della propria formazione, con determinazione, con educazione, per loro: chi ha sguardo dritto e attento per ricostruire i nostri vissuti, i tanti dubbi, di oggi, domani.

Chiara Valerio
La matematica è politica
Einaudi editore, 2020

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