Per molti anni ho cercato soluzioni alternative per esprimere la mia identità, il valore delle mie idee, attraverso forme di comunicazione che mi liberassero dai limiti di una piccola realtà territoriale che percepivo come soffocante. Quando parlo di questo, lo faccio con rispetto verso il mio territorio e con la consapevolezza della mia passata incoscienza: allora, come cittadina, non ero ancora in grado di osservare certi aspetti della realtà con uno sguardo maturo.
Da circa quindici anni, questo spazio web – come ho imparato a chiamarlo – è la mia finestra virtuale sul mondo. Un luogo che ho cercato di costruire con l’intento di incontrare persone che, come me, non usano il web per proiettare un’immagine idealizzata di sé, ma per cercare un dialogo autentico. Un dialogo con chi si sente schiacciato da una realtà capitalista centrata sul potere maschile e sugli ego smisurati di chi, grazie alla propria forza economica, controlla molti aspetti della società.
Sebbene tutto ciò riguardi anche le dinamiche globali e le figure riconducibili ai cosiddetti poteri forti, è importante riconoscere che questo stesso linguaggio e questi stessi meccanismi si riproducono anche nei contesti locali. Esistono piccole realtà in cui è facile sentirsi uomini di valore semplicemente esercitando, in scala ridotta, dinamiche di potere, esclusione e controllo.
Da quando ho scelto di entrare in politica, ho toccato con mano questa realtà. Le persone ci sono, vivono nei territori e hanno un grande rispetto per se stesse. Ma molte inseguono reti di potere mutevoli e instabili, simili a quelle descritte da Silone in Fontamara: vittime di un sistema che le condiziona e disorienta, anche per la mancanza di strumenti culturali utili a leggere e comprendere ciò che le circonda.
Sono amministratrice di un piccolo comune della provincia di Teramo, Cellino Attanasio. Un luogo in cui non ci sono librerie, e neppure edicole. La popolazione diminuisce di anno in anno, e l’uso dei social si concentra in reti ristrette, dove i messaggi si irrigidiscono nella ripetizione e nella condivisione passiva.
Non so cosa mi aspetti nel futuro. Ma so che restare immobili davanti a tutto questo, accettare le stesse proiezioni, subire pettegolezzi e desideri inespressi, significa diventare parte del problema. E allora mi trovo a pensare, spesso, a quanto tutto questo ci riguardi: come comunità, come microcomunità, come individui che vivono e si interrogano.
Io credo che la provincia abbia un valore inespresso. Ma se neppure la provincia crede più in sé stessa, nei suoi disordini creativi, allora il problema è serio. E dobbiamo cominciare a rifletterci davvero.
Non so se qui c’è ancora qualcuno in grado di cogliere quello che cerco di dire. Ma se c’è qualcuno che frequenta ancora questi spazi, oggi tanto silenziosi, si faccia avanti. Perché — anche se pochi — siamo ancora un gruppo. E questo conta.
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