È da un po’ di tempo che rifletto su un libro che ho studiato ormai più di 15 anni fa tra i banchi dell’università. Si tratta di un testo che continua a influenzare il mio modo di vedere l’arte e, soprattutto, il concetto di talento. Il libro in questione è Artisti si diventa di Angela Vettese, un’opera che affronta in modo incisivo il tema del talento e del percorso necessario per diventare un artista.
Nel suo libro – edito per la prima stampa nel 1998 da Carocci – Vettese sfata l’idea romantica del genio innato, sottolineando come l’arte non sia un campo riservato a pochi eletti dotati di capacità sovrannaturali, ma piuttosto il risultato di un processo di apprendimento e pratica costante. Questo concetto si riflette nel rifiuto della parola talento da parte di molti giovani artisti contemporanei, che vedono questa nozione come limitante e inadeguata rispetto alla complessità del loro lavoro.
Il termine talento, comunemente percepito come una qualità innata, è considerato riduttivo da Vettese e da numerosi artisti. Suggerisce che l’abilità creativa sia una dote che si possiede senza sforzo, ignorando il valore di anni di studio, dedizione e sperimentazione che stanno dietro ogni opera d’arte. Come sottolinea Vettese, l’arte è frutto di un percorso di maturazione e formazione, non semplicemente una questione di predisposizione naturale.
La critica al talento è profondamente legata alla democratizzazione dell’arte, un tema centrale nel pensiero di Vettese. L’idea che chiunque possa intraprendere la strada artistica, indipendentemente dalla presenza di un presunto talento, apre a una nuova visione: l’arte non è più dominio esclusivo di pochi geni, ma di chiunque abbia il coraggio di mettersi in gioco, sperimentare e apprendere attraverso i fallimenti. In questo senso, il talento viene sostituito dalla curiosità intellettuale e dalla ricerca personale.
La studiosa accademica e penna massima di riferimento sulle arti contemporanee, esplora anche le pressioni sociali esercitate sui giovani artisti, spesso etichettati come talentuosi sin dai primi lavori. Questa bollatura può trasformarsi in un peso, creando aspettative eccessive di eccellenza costante. Molti artisti, pertanto, preferiscono allontanarsi da tale concetto per concentrarsi invece sull’autenticità del loro processo creativo e sulla continua sperimentazione.
Il rifiuto della parola talento da parte dei giovani artisti contemporanei, come analizzato da Angela Vettese in Artisti si diventa, riflette – a questo punto – un cambiamento profondo nella concezione dell’arte. Non è più l’idea di genio a guidare la creazione artistica, bensì il riconoscimento del lavoro, della ricerca e della dedizione necessari per diventare un artista. Questo approccio, più inclusivo e realistico, apre le porte a una visione dell’arte come processo continuo, fatto di evoluzione e scoperta.
Al contrario, chi si pone in quest’ottica di osservazione, non fa altro che praticare una visione vecchia che ha poco a che fare con il sistema delle arti e dimostra la mancata conoscenza che ruota attorno a queste tematiche legate a un mondo che per i nostri territori è ancora inaccessibile, da imprudenti e rischioso.


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