Anora di Sean Baker ha conquistato la Palma d’Oro nell’ultimo edizione del Festival di Cannes.
Il film segue Ani, una spogliarellista di Brooklyn che si ritrova catapultata in un mondo di lusso e potere dopo aver sposato per un colpo di testa il figlio di un oligarca russo. Siamo negli Stati Uniti, in un immaginario che sembra attingere dai racconti della filmografia di Sofia Coppola, ma che richiama anche la tradizione letteraria di Nabokov, con la sua capacità di esplorare il fascino pericoloso del desiderio e le dinamiche di potere celate dietro la seduzione.
Anora mette in evidenza l’eccesso di una generazione cresciuta nel benessere e nella disperazione, dove sesso e droga non sono semplici trasgressioni, ma strumenti di definizione personale. C’è un’eco lontana di “Lolita” nella relazione squilibrata tra Ani e Vanya, nel modo in cui lei incarna insieme fragilità e controllo, vittima e agente del proprio destino, mentre lui si lascia trascinare dagli eventi senza mai affermare una vera volontà.
Lei, Ani, è senza famiglia – non si capisce se la sua coinquilina sia un legame o solo una convivenza di circostanza. Lui, Vanya, è alla deriva, incapace di governare se stesso e interamente sotto l’influenza della madre, una donna che lo protegge da Ani, ma non dagli eccessi che lo distruggono. La loro relazione è una danza di potere e autodistruzione, dove il controllo sfugge continuamente dalle mani di chi crede di averlo.
Anora è un film provocatorio, che pone un interrogativo sulle relazioni di potere tra donne ed è un’opera che raccoglie e trasforma visioni letterarie già immaginate, portandole fino ai confini del nostro presente.
E proprio oggi, in un mondo dove il futuro sembra essere deciso da una cerchia ristretta di uomini che impongono la loro tirannia su ogni prospettiva possibile viene da chiedersi: i giovani possono ancora immaginare un destino diverso dal caos e dall’autodistruzione che gli viene lasciato in eredità?


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