Mi spaventa sempre di più il rapporto che esiste tra alcol e provincia.
A volte ho la sensazione di vivere in un incubo, dove chi pratica l’esercizio del bere non ha alcuna consapevolezza dell’impatto che questo possa avere sui giovani.
Capisco che l’entroterra abbia le sue routine, le sue chiavi di lettura criptiche. Ma nel 2025, sopravvivere in queste aree con tali pensieri mi lascia perplessa e disorientata.
Non riesco a capire se si tratti di educazione, di pratica, di una sorta di svezzamento sociale. Trovo però poco valido l’esempio di un bere scorretto e inconsapevole, usato solo per riempire i propri vuoti umani e le proprie solitudini esistenziali.
La mancanza di alternative culturali diventa un peso collettivo, una sorta di destino che si ripete e che avvolge le comunità.
Sempre più spesso sento dire che la mia area territoriale è piena di droga. E comincio a credere davvero che gli anni ’80 non siano mai passati: come se fossimo intrappolati in un trauma continuo, incapaci di andare oltre.
Mi chiedo se riusciremo mai a spezzare questo ciclo, o se resteremo prigionieri della stessa eredità, generazione dopo generazione.
E tu, che vivi forse la stessa realtà, pensi davvero che il bere sia solo un rito innocuo o piuttosto un sintomo di qualcosa che non vogliamo affrontare?
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