Oggi ho colto la differenza tra possesso e detenzione. Non mi ero mai soffermata su queste due definizioni, ma ci sono arrivata dopo una telefonata di circa un’ora.
Ancora una volta mi sono stati ripetuti gli stessi argomenti, con il tono di chi parla di capricci.
Mi raccontano di fragilità, di mancanza di riconoscenza, di assenza di ascolto.
In realtà, dopo più di un anno passato ad osservare gli atteggiamenti di chi comunicava, ho capito che il vero nodo è l’orgoglio.
Il punto di vista è quello dell’accumulo: se io ti offro qualcosa, e tu non me la restituisci triplicata, allora mi riprendo tutto. Dentro questa logica nasce la manipolazione. È una dinamica che ormai so riconoscere: negli anni ho imparato ad annusarla.
Questa volta, però, mi sono fatta suggestionare dalle tante parole che mi ruotavano attorno. Erano parole che dipingevano una personalità magnanima. In realtà, dietro quello schema mentale, si nascondeva un forte egoismo.
Il bello e il brutto di queste situazioni è sempre lo stesso: non riconoscere i propri difetti e scaricare la responsabilità sugli altri.
C’è una teoria ideologica ben costruita, la convinzione di “saper fare bene” sul piano teorico. Ma quando si tratta di trasformare quella teoria in comunicazione e comunione reale, tutto si sgretola. La comunicazione diventa falsa, filtrata da una maschera, da un falso sé.
Non mi pento della mia scelta, né del cammino fatto.
Mi pento soltanto delle emozioni provate: erano il classico love bombing di una vita annoiata.
Una vita senza vera volontà di cambiare. Distesa come Adamo sulla zolla di terra, convinta di essere simile al padre divino. Ma in realtà di divino resta soltanto un grande vuoto esistenziale.
Sono stata brava a dire no.
Eppure, ho paura.
Quella paura è l’effetto del patriarcato.
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