Hamnet: Tra #cinema e tragedia

Hamnet, Smeraldo Cinema, Teramo_ph. Amalia Temperini

In una sala semivuota, alla seconda settimana di programmazione, spinta dall’impeto di uno scontro acceso di opinioni, sono andata a vedere Hamnet, progetto cinematografico che incrocia teatro, letteratura e poesia.

Intrecciando le vicende classiche di Orfeo ed Euridice, si approda al tormento di Amleto, tragedia tra le più note di William Shakespeare. Il legame tra Hamnet e Amleto è profondo: Hamnet, figlio realmente esistito e morto in tenera età, diventa la soglia tra vita e creazione artistica. Il lutto intimo si trasfigura in materia scenica; il corpo perduto del figlio trova nuova vita nella parola tragica. Eppure, in questo passaggio, l’unicità di quel dolore rischia di diluirsi: quel bambino concreto, collocato in un tempo e in una famiglia precisi, viene assorbito in una dimensione universale, quasi mitica.

Non mi interessa soffermarmi sugli aspetti strettamente cinematografici; ho preferito partire da una domanda: cosa significa, nel 2026, archiviare la figura di un bambino biondo dagli occhi azzurri in una struttura filmica così simbolica?

La pellicola segue uno schema lineare: nascita di un amore impetuoso, fuga degli amanti, conflitti familiari, pestilenze, malattie e morte. Al centro si colloca il piccolo Hamnet, chiamato dal padre a essere coraggioso già nell’infanzia, mentre il padre parte per Londra per inseguire la propria vocazione artistica. La madre, capace di intuire il futuro e di percepire le sorti di chi le sta accanto, incarna una forza radicata nella natura e nella resistenza.

La contrapposizione è evidente: uomini fragili, sospinti dall’ambizione e dall’inquietudine, e una donna solida, connessa alla terra. Una scelta efficace simbolicamente, ma anche riduttiva, che sostituisce un cliché con un altro.

Nel 2026 l’immagine del bambino biondo dagli occhi azzurri non è più neutra: non incarna un’innocenza universale, ma un immaginario storico e culturale. In un tempo che ripensa infanzia, paternità e genio, archiviare quella figura nella tragedia significa chiedersi quale innocenza raccontiamo ancora e quale lasciamo ai margini.

Nonostante tutto, ho pianto tutte le lacrime che avevo in corpo sulla scena finale.

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Hamnet – Nel nome del figlio
di Chloé Zhao

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