La provincia

Sono da poco rientrata. Sono stata in giro dopo una mattinata passata a studiare, creare collegamenti e punti su cose di comunicazione contemporanea. Mi è arrivato un sms al volo in cui mi si chiedeva se alle 16 volevamo raggiungere un posto senza troppo impegno. Ho deciso di andare, ho messo un paio di jeans che ho scoperto sporchi una volta uscita, una maglia sgualcita, scarpe da ginnastica scassate, gli occhiali nuovi per una nuova e lunga vista. I capelli tornati scuri. Mi sono vista più grande, adulta, donna, meno impegnata, libera di essere gioiosa nella mia semplicità, molto fortunata.
Verso le 18.30 sono finita in un bar dove ero già stata con molte persone tanto tempo fa. Mi sentivo benissimo nell’essere me stessa così.
La mia amica era conosciuta da tutti, io ero colei che arrivava da chissà dove, chissà quale paese lontano, tanto da risultare oggetto di sguardi rapidi come a dire: “chi è questa? da dove esce?”. L’oste tanto premuroso si è messo anche a chiedermi più volte se gradivo le cose, se apprezzavo la birra, se la reputavo giusta al palato. Una bianca e una rossa, le abbiamo abbinate a pane e prosciutto e pomodoro.
In Abruzzo si bada sempre alla sostanza.
Ho sempre preferito le rosse, decise, birre di carattere più marcato rispetto alle altre. Nel mentre, il bar si riempiva sempre più. Per buona parte erano maschi di una certa età. Pochi giovani. Quelli che c’erano, erano operai al rientro da lavoro. Gente disperata, semiubriaca, che ha tentato di chiedermi da dove arrivavo, ma si è presa un cambio un silenzioso sorriso.
Se avessi avuto un computer avrei scritto immediatamente le loro storie. Tutte particolari. La mia amica conosceva la maggior parte di loro perché in quel posto, il quel paese, ci vive da una vita. Un bar che al suo fianco ha un supermercato dove tutti vanno quando si scordano le
cose essenziali, quelle che ti salvano le situazioni in corner quando stai facendo un dolce al volo e si rinuncia ai grandi centri commerciali poiché caotici e inutili.
Mi ha reso partecipe di questa scoperta, lei.
Molti di loro avevano avuto storie amorose disintegrate alle spalle, crimini, furti. Ognuno che aveva pestato l’altro con oggetti contundenti. Mandato in coma un tizio. Questioni di spaccio.
Ho riso molto, devo dire, tanto bella questa ricchezza di autentico.
Ho preso il telefono in mano sommariamente per immortalare quel momento, fatto di bevute e cibo, ma soprattutto pieno di ascolto.
Ho dimenticato la virtualità, le fiere, le inaugurazioni, il cinismo, il sarcasmo e le immagini. Mi sono lasciata immergere in uno spaccato potentissimo, ricco di vivacità e vitalità. Strilli. Se ci fossi andata un anno fa credo sarei rimasta molto infastidita. Non avrei voluto riconoscere quel mondo così lontano. Poi è arrivato un tizio tornato da una crociera. È venuto a salutarci. Ha raccontato di come fosse andato in pensione e di come avesse odiato certi punti della Spagna.
S. mi ha riferito che era molto amico di suo nonno. Un uomo che ha avuto la fortuna di realizzarsi con le proprie forze, non dimenticando mai le proprie radici. Uno verace che a fine chiacchiera rincarava l’affermazione infilandoci una Madonna a coronamento, proponendosi di pagarci da bere.
Ho ripensato a quando ero piccola negli anni ottanta. Vicino casa avevo un campo di bocce sempre strapieno di signori che nelle sere d’estate si radunavano a fare combutta, a litigare con rispetto non invadendo la realtà dell’altro, mantenendo la regola di rispetto come fondante nei loro rapporti. Queste persone d’inverno cambiavano luogo, ogni sera, in posti diversi, giocavano a carte parlando in codice e lanciandosi segnali con gli occhi. Avrò avuto sei o sette anni, mi piaceva ammirare questa sinergia, il sincronismo del potere dello sguardo per mandare un avviso all’altro. Fregarmi. Tutelarsi della strategia dell’altro in piena complicità.
Un po’ come i bari raffigurati da Caravaggio.
Mi sono sentita a casa in tutto questo, mi sono sentita fortunata nell’aver avuto conferma di chi ero, di chi sono diventata, di come non ho mai chiesto a nessuno nulla, stringendo i denti sempre, facendocela da sola per me. Grazie a tutto questo, negativo, ma vivo, autentico e unico di vissuto.

Digito di nuovo dal cellulare, mi appresto a fare cose. Non correggo. Sono le 22.21 di Venerdì 6 novembre 2015.
Il cane gioisce col suo squeak cercando di corrompermi per giocare.

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