In una chiesa silenziosa, durante una messa in ricordo di una persona cara, un giovane sacerdote ha pronunciato una frase che mi ha colpita come uno schiaffo:
“Il riposo è un atto di dignità.”
Negli ultimi mesi, questa parola – dignità – è diventata il filo conduttore delle mie scelte.
Ho lasciato luoghi che mi davano sicurezza, ma che pretendevano in cambio che io abbassassi la testa. Ho smesso di accettare che la mia persona fosse messa in secondo piano.
Forse è vero, come mi hanno detto tante volte, che il mondo funziona così e non cambierà mai. Ma io so che il contesto può trasformarsi se lo guardi con occhi diversi. A volte la dignità è fatta anche di decisioni estenuanti, di scelte che ti costano, di limiti che scegli di riconoscere.
Non sono quei soldi. Non sono il silenzio che qualcuno pretende da me.
Non sono il prodotto di una cifra che mi sottostima come persona.
Ho cercato di vedere ciò che avevo davanti con uno sguardo nuovo. Ma se il sistema resta quello del padrone e del subordinato, se la regola è il potere di pochi e la voce abbassata di molti, allora non c’è equilibrio. Sono pianeti che fingono di guardare lo stesso punto, ma non lo fanno davvero.
Quello che mi ha sempre colpito di quel sacerdote è la sua gioia di vivere. La capacità di incarnare con coerenza il verbo che ha scelto, guardando alle cose con profondità e fiducia. Persone così ti fanno sentire che esiste un progetto, scavato dentro il proprio destino, che vale la pena seguire.
Forse il mondo non cambierà mai.
Ma io sì.
E questa è la mia dignità.
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