La mostra Tombaroli Maledetti di Giuseppe Di Mattia, curata da Massimiliano Scuderi, si addentra nelle ombre del nostro rapporto con il passato, mettendo al centro la figura del tombarolo, ossia il ladro di tombe che scava non solo nella terra, ma nella memoria culturale personale e collettiva. Questo viaggio nelle profondità dell’identità, come emerge dal titolo, non è solo una provocazione, ma un allarme che ci interroga sulla sacralità dei reperti e sulla violenza della loro profanazione.


Giuseppe Di Mattia, con Tombaroli Maledetti, compone un percorso visivo di forte impatto che utilizza l’installazione, la pittura e il segno linguistico, per creare lavori che ricordano simulacri di un passato in apparenza rubato alle possibilità di un bambino. Ogni pezzo sembra emergere da uno strato di terra, sospeso tra il reale e il mitico, ed è una testimonianza della delicatezza con cui si dovrebbero trattare i resti archeologici e della brutalità con cui vengono spesso decontestualizzati per fini illeciti o collezionistici.


La scelta di Di Mattia di dare vita a una mostra che prende spunto da atti vandalici come quelli dei tombaroli offre un parallelo tra il lavoro dell’artista e il processo di scavo: entrambi cercano, con i loro metodi, di portare alla luce qualcosa di sepolto, di non detto o dimenticato che ci accomuna nella intimità e nel gioco del ricordo. Tuttavia, mentre i tombaroli violano e depredano, Di Mattia riflette, rievoca e restituisce, un senso di appartenenza, di percezioni e proiezioni bambine feroci e ironiche, invitando le persone a riappropriarsi di un passato che ci accomuna nell’immaginare e che sembra ormai lontano.


Il titolo stesso – Tombaroli Maledetti – evoca un sentimento di condanna verso chi si appropria di pezzi e di territori senza considerarne il valore autentico del fare arte. Il processo si trasforma in interrogativi comuni che riguardano i campi dell’arte e della sua velocità, di come in realtà, questo toglie al meccanismo di produzione il giusto valore di contenuto da lasciare, ereditare e plasmare nei tempi, e tra i processi di trasformazione sociale, dei ricordi.

Attraverso materiali scelti, il valore di pittorico che si addentra in un bianco e nero fotografico, nel segno di Di Mattia si costruisce un linguaggio visivo di denuncia, che pone la storia – quella di un artista e di un uomo – spesso sfruttata o ignorata agli occhi di un bambino.


La sua letteratura visiva porta alla luce l’atto in sé del furto come costante dei suoi progetti, ma custodisce e anche le conseguenze di un’appropriazione indebita in pezzi di una storia che perde il loro contesto originario e il loro significato. In questo contesto, proprio il pensiero dell’artista diventa uno strumento veloce di rielaborazione e mezzo per mettere insieme frammenti perduti per reinterpretarli in una chiave narrativa pubblicitaria e tragica. Le sue opere-manifesto incarnano il desiderio di far riflettere su cosa significhi realmente conservare il passato nel ricordare ai visitatori che la memoria culturale intima è un bene fragile, come fragile è l’oggetto rubato e deprivato del suo contesto originario, di cui è necessario prendersi cura collettivamente per rigenerarlo.

Quando un reperto viene sottratto dal suo paesaggio, esso perde una parte del suo significato: non è solo una breve narrazione, ma un pezzo di identità culturale che ci aiuta a comprendere chi siamo o cosa stiamo stati con il filtro della distanza di una età adulta.
La mostra sembra essere una riflessione chiara su questa perdita.

Il lavoro di Di Mattia, carico di tensione tra distruzione e recupero, lascia chi guarda con un senso di inquietudine esilarante e poetico su una consapevolezza che le vicissitudini (di ognuno) sono un tesoro condiviso tenuto dal silenzio, e la sua conservazione è una responsabilità evidente e di tutti.

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TOMBAROLI MALEDETTI
Giuseppe De Mattia
a cura di Massimiliano Scuderi
Fino al 2.12.2024
Spazio Sei, Pescara
evento promosso da Fondazione Zimei
Ph. Credit: Amalia Temperini, Isabella De Luca, Giovanna Eliantonio
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