#cinema Da Manchester a Cellino Attanasio. Un film, una generazione, una cassetta

locadina e biglietto cinema teramo, ph. AT

Sono passati alcuni giorni da Don’t Look Back in Anger, il documentario dedicato agli Oasis e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Più che raccontare una reunion, il film racconta cosa accade quando una musica torna a incontrare le persone che l’hanno accompagnata per una parte della loro vita.

Dylan Southern e Will Lovelace alternano palco, backstage, prove e pubblico, ma sono soprattutto i volti e le reazioni a dare senso al film. Guardando quelle persone cantare, urlare, commuoversi, ho iniziato a riconoscere qualcosa di me. E, senza quasi accorgermene, sono tornata a quella ragazza davanti alla televisione, negli anni in cui gli Oasis erano una scoperta.

Una stanza, una televisione, una parabola e MTV dall’Inghilterra, prima ancora che arrivasse MTV Italia. Guardavo i video e cantavo, con la sensazione di essere arrivata prima degli altri a qualcosa che sembrava venire da lontano. Poi è comparsa un’immagine ancora più precisa: una cara amica, conosciuta proprio in quegli anni, e la prima cassetta degli Oasis che le avevo regalato, duplicata appositamente per lei.

Oggi quella cassetta mi sembra raccontare molto più di una semplice passione. Non c’erano playlist da condividere con un clic. Se scoprivi qualcosa che ti piaceva, dovevi procurartelo, registrarlo, aspettare. E poi passarlo a qualcuno. Io l’avevo fatto per lei perché quella musica non volevo ascoltarla da sola. Volevo che la conoscessero tutti.

Un gesto piccolo, quasi banale. Eppure dentro c’era tutto: la scoperta, l’entusiasmo, il desiderio di condividere qualcosa appena trovato. La musica passava davvero di mano in mano. È da qui che il film mi ha portata altrove. Mentre guardavo quella folla cantare gli stessi pezzi dopo quasi trent’anni, pensavo a noi. A quella generazione. A cosa è successo nel frattempo.

Abbiamo fallito? Forse sì, almeno in parte. Abbiamo ereditato una rabbia e un desiderio di cambiamento che non sempre siamo riusciti a trasformare. Ma vedere oggi quei ragazzi e quei bambini cantare, i genitori accompagnare i loro figli urlare e piangere sulle stesse nostre canzoni mi dà coraggio. Perché significa che qualcosa è rimasto. Qualcosa che abbiamo ricevuto e che, anche solo in piccola parte, abbiamo contribuito a trasmettere.

La storia degli Oasis nasce dentro una precisa classe sociale e in una precisa città: la Manchester degli anni Novanta, segnata dalla rabbia e dalla povertà di una parte della sua classe operaia. Eppure quella voce ha attraversato il mondo. È arrivata anche molto lontano da lì, fino alla ruralità di Cellino Attanasio, in provincia di Teramo : dentro una casa con una parabola, davanti a una televisione, dentro una cassetta duplicata per un’amica.
E chissà quante altre realtà, apparentemente lontanissime da Manchester, sono state raggiunte da quelle canzoni.

Forse è questo che la reunion rende nuovamente evidente: la cultura non conosce le distanze che noi le attribuiamo. Una storia nata in una città industriale del nord dell’Inghilterra può diventare, decenni dopo, parte della vita di chi è cresciuto in un piccolo paese dell’Abruzzo.

Dopo sedici anni di silenzio, gli Oasis non hanno semplicemente ricominciato a suonare. Hanno riacceso qualcosa: ciò che siamo stati e una domanda su ciò che possiamo ancora realizzare.

Perché forse la musica ha proprio questo dovere: passare di mano in mano, attraversare le generazioni, arrivare dove non immaginiamo. E lasciare qualcosa che, molti anni dopo, qualcuno possa ancora riconoscere come proprio.

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Oasis: Don’t Look Back In Anger
diretto da: Dylan Southern, Will Lovelace
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