Ci sono momenti in cui la fiducia che doniamo non viene restituita. Momenti in cui l’impegno, la lealtà e la disponibilità sembrano cadere nel vuoto, lasciando ferite profonde.
Per molto tempo ho creduto che fosse giusto offrire sostegno a una persona vicina a me. Le ho presentato contatti importanti, persone capaci di darle strumenti utili per orientarsi nel suo nuovo lavoro. Lei ci ha creduto. Ha creduto in quel luogo, in quell’ambiente, in quella possibilità di crescita. Ma quando avrebbe avuto più bisogno di supporto, è stata respinta.
Chi avrebbe dovuto ascoltarla, invece, l’ha esclusa. È rimasta fuori dalla cerchia, proprio nel momento in cui aveva bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
A casa mia conservo ancora del materiale, frutto di chi non ha voluto tenerne conto. Mi sono chiesta se lasciarglielo, perché potrebbe servire ai suoi futuri clienti. Ma dentro di me si agita un conflitto: da un lato, il desiderio di aiutarla ancora; dall’altro, la difficoltà di accettare il gesto ingiusto e irresponsabile di chi avrebbe dovuto agire con coscienza.
Quello che mi ha ferito di più non è solo il silenzio, ma il senso di superiorità con cui tutto è stato gestito. Un ego che nasconde solitudine, e un uomo che, pur considerato di valore, si è mostrato presuntuoso, scorretto e privo di responsabilità.
Forse un giorno non ricorderò più come andrà a finire questa storia. Forse ne sarò lontana già da tempo. Ma credo fermamente che esista una giustizia più grande di quella umana.
Come ricorda la Bibbia (e come ricordo io l’impatto su questa lettura):
«Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.» (Ecclesiaste 1:9)
Nel bene e nel male.
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