#serietv ACAB: tra violenza, solitudine e resistenza di una società divisa

ACAB, serie Netflix che sta dominando la Top Ten in Italia, scava a fondo nei temi di violenza, solitudine e le ferite della società. Ambientata a Roma, tra gli scontri con la polizia e le lotte dei No Tav in Val di Susa in Piemonte, la serie intreccia verità sottaciute e drammi personali che esplorano la condizione umana partendo dalla peggiore squadra dei celerini in circolazione. Un aspetto centrale è il ruolo delle donne, spesso vittime di crudeltà e violenza, il cui destino si lega alla lotta per un posto in una società che le emargina. Come Pasolini ha sottolineato nei suoi scritti, queste vittime sono coloro che vivono ai margini, cercando di riconquistarsi una voce, un’identità, un’esistenza. La sua analisi della società dei consumi evidenziava la frattura profonda tra le classi sociali, dove le persone più vulnerabili sono costrette a lottare per un posto nel mondo, ma spesso vengono sopraffatte dal sistema.

ACAB mostra il punto di vista della sicurezza. Pietro, protagonista ambiguo della serie, sembra ispirato al Tenente Dan del film Forrest Gump, segnato dalla solitudine e dai traumi personali, in un lavoro che lo immerge nel crudo e violento mondo dello squadrismo poliziesco. Al comando, Pietro incarna il ruolo di uomo di Stato, ma la sua adesione alla violenza sistematica e la sua disillusione lo rendono anche un uomo di Governo, disposto a piegarsi alle leggi del potere pur di mantenere il controllo, spesso ricorrendo alla violenza fisica e verbale.

La colonna sonora e la fotografia creano un’atmosfera cupa, accompagnando lo spettatore in un viaggio che suona più come un rinculo verso gli stessi organi di polizia, mettendo in luce come chi sceglie di partecipare a questo gruppo lo faccia per solitudine o per drammi familiari non risolti.

La serie fa anche eco al canto dei celerini, che si contrappone in modo significativo al canto delle Brigate Rosse, creando un rimando al film Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, dove l’intreccio tra violenza, coscienza sociale e lotta per la giustizia è al centro della narrazione. ACAB diventa così il racconto di chi è costretto a scegliere tra oppressione e resistenza, tra la violenza del sistema e la solitudine di chi si sente invisibile, mentre mette in evidenza le cicatrici di una società che, pur di mantenere il proprio ordine, continua a emarginare chi si trova ai suoi margini. ACAB non si limita a rappresentare il punto di vista degli uomini, ma porta in primo piano anche la forza e la coscienza delle donne. Le parole delle donne sono potenti, in grado di svelare le contraddizioni del sistema e di resistere alle violenze quotidiane a cui sono sottoposte. Nonostante la predominanza maschile e la brutalità della realtà che vivono, le protagoniste femminili fanno forza su se stesse lottando per mantenere la loro dignità e la loro protezione in un mondo che le emargina. La resistenza alla morte e ai rischi, simbolo di una forza che sfida le convenzioni sociali, si manifesta come una lotta per la sopravvivenza e per la ricerca di un posto che le riconosca come soggetti e non come vittime.

Quello che emerge dalla serie è un quadro buio di un’Italia che si interroga, divisa tra schieramenti e ideologie, ma incapace di trovare una verità condivisa. Il confine tra giusto e sbagliato sembra sfocato, non rispecchiando né gli uomini di estrema destra né quelli di estrema sinistra. In questo scenario, ACAB solleva domande profonde sulla violenza, la giustizia e la resistenza, delineando una società che, pur di preservare l’ordine, distrugge chi si trova ai margini e non ha una voce chiara. La serie invita a riflettere su un conflitto sociale che non si limita a una mera contrapposizione ideologica, ma che affonda le radici nelle disuguaglianze, nei traumi e nelle lotte individuali di chi vive in un mondo che li ha dimenticati.

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