Performance come tattica della fuga.
Nel Sulcis, in Sardegna, una delle aree più povere d’Italia, tra case abbandonate e piazze che portano ancora le tracce delle voci, si sperimentano nuove forme di presenza: archivi che non sono solo depositi di memoria, ma strumenti per prefigurare il futuro del presente.
Lo spopolamento non è solo abbandono: è il risultato di scelte politiche ed economiche che hanno impoverito territori e comunità, producendo sradicamento, marginalità e perdita di futuro.
La fuga diventa pratica politica: non solo uscita, ma possibilità di esserci, di costruire comunità oltre i confini, di tessere nuove alleanze affettive nelle diaspore della modernità, dal Mediterraneo al Sud del mondo.
Maria Lai lo aveva intuito: legare le case alla montagna per legare le persone tra loro, fare dell’arte un gesto collettivo, di memoria e di resistenza. Oggi queste pratiche si intrecciano con quelle di chi abita lo spopolamento, trasformando lo sradicamento in nuove cittadinanze e forme di appartenenza.
Comunità che si radicano per ripopolare i luoghi in una visione precaria, fragile ma necessaria: stare insieme, ricomporre spazi di vita, intrecciare il passato al futuro senza garanzie di durata ma con la forza dell’incontro.
Le performance contemporanee – dai lamenti che non hanno potuto essere cantati, ai canti che il mare sincronizza, alle pedagogie radicali dell’accamparsi – aprono spazi politici inattesi. Lo spazio del Mediterraneo diventa luogo di incontro e conflitto, di estrattivismo e resistenza, di spossessamenti e riappropriazioni, di lingue egemoniche e lingue marginali, di corpi che si lasciano decomporsi per diventare materia, necromasse, memoria.
Pratiche di fuga, pratiche di ribellione, pratiche di comunità.
Stare insieme con i vivi e con i morti. Ripensare le tradizioni artistiche non come reliquie ma come possibilità. Abitare più luoghi, in più tempi, in più relazioni. Costruire sul passato non per conservarlo immobile, ma per trasformarlo.
Maria Paola Zedda, curatrice, critica e ricercatrice che lavora tra arte e territori marginali, pratiche comunitarie e pedagogie radicali, docente allo IUAV di Venezia, ha discusso tutto questo in un bellissimo intervento.
Facendo riferimento alle macroaree, ha saputo ricomporre anche la questione delle nostre aree interne, aprendo una visione necessaria: una geografia culturale capace di tenere insieme dispersione e comunità, fuga e radicamento, povertà e possibilità, memoria e futuro.
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Riflessioni dall’intervento di Maria Paola Zedda:
“Fuggitività e unbelonging: strategie dell’impermanenza“
Talk #Performantive05
MAXXI L’Aquila
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