Chi decide cosa è periferico? Chi stabilisce cosa resta ai margini e cosa, invece, può stare al centro?
È da questa domanda che sono partita quando mi sono candidata come speaker a INTERNA(MENTE) – Esperienze di rigenerazione sociale nelle aree interne.
Non cercavo una risposta teorica. Volevo portare dentro una stanza il punto di vista di chi vive un territorio spesso raccontato come margine, ma che per chi lo abita è semplicemente casa.
Venerdì 25 settembre quella domanda l’ho portata a Roma, nell’ambito della Rome Future Week, nella sede dell’AIC – Associazione Italiana Coltivatori.
Ci sono arrivata attraverso la rete di Scuola per Abitare, fondata da Gianluca Palma. Gianluca ci definisce partigiani della cultura. Mi riconosco in questa definizione perché racconta una scelta: esserci e assumersi la responsabilità di ciò che ci circonda.
Avevo con me un doppio ruolo, associativo e istituzionale, ma l’ho detto subito: ero lì prima come cittadina e poi come rappresentante. Vivo in una contrada, nell’entroterra abruzzese della provincia teramana, in un territorio di circa 40 chilometri quadrati. Qui la distanza non è un concetto astratto: significa spostarsi, fare i conti con la riduzione dei servizi e mantenere relazioni che permettano alle persone di restare.
È da questa esperienza che nasce la mia diffidenza verso i modelli pensati altrove e trasferiti nei territori come se fossero tutti uguali. Prima di decidere cosa un territorio dovrebbe diventare, credo sia necessario capire cosa è stato, quali relazioni lo hanno costruito e quali pratiche continuano a tenerlo vivo.
È anche per questo che ho parlato del sentire collinare.
Durante l’incontro si è parlato molto di montagna. Io ho portato la collina, perché è da lì che vengo e perché nella narrazione dell’Abruzzo vedo spesso prevalere il rapporto tra mare e montagna, lasciando sullo sfondo una parte della nostra storia.
La collina non è una fascia intermedia: è paesaggio, storia agricola, un modo di vivere. La cultura che ho conosciuto era fatta di produzione, ma anche di scambio, aiuto e vicinato. Pratiche che appartengono alla memoria del territorio e che possono ancora orientare il modo in cui affrontiamo le trasformazioni.
Questo vale anche per l’agricoltura. Guardo con attenzione ai nuovi investimenti quando arrivano senza confrontarsi con la storia sociale e con chi abita un territorio. Non è l’innovazione a preoccuparmi, ma l’idea che sviluppo possa significare sostituire ciò che esiste con un modello deciso altrove.
La stessa domanda riguarda chi arriva da altri Paesi europei ed extraeuropei: come cambiano le relazioni quando cambiano le persone che abitano un luogo? Come si costruisce appartenenza senza chiedere a chi arriva di rinunciare alla propria identità e senza pretendere che chi già c’era rimanga uguale?
Ed è qui che la rete diventa parte del territorio. Se non ci fosse stata la rete online, probabilmente molte delle persone presenti a Roma non avrebbero mai avuto modo di incontrarsi.
Tecnologia e social non sono il demonio. Possono aggregare, mettere in relazione persone lontane e permettere di riconoscere dove stare e con chi costruire qualcosa. Una rete digitale può diventare una rete reale: generare incontri, pratiche e collaborazioni. Anche così si possono ricostruire relazioni quando quelle territoriali rischiano di indebolirsi.
Alla fine, tutto torna alla stessa domanda: come continuare ad abitare i territori quando cambiano le persone, il lavoro, i servizi e le relazioni?
L’acqua e il rischio di una sua crescente privatizzazione, la tutela delle produzioni agricole, la mobilità, la denatalità, la riduzione della popolazione e i servizi sospesi o ridimensionati sono aspetti dello stesso problema: trasformare un territorio senza cancellarne la storia e mantenerlo vivo senza congelarlo.
INTERNA(MENTE) non è stato soltanto un incontro sui problemi. Sono state condivise esperienze, soluzioni già individuate e questioni ancora aperte. Gli speaker arrivavano da diverse parti d’Italia e molte testimonianze provenivano dal Centro-Sud. Ricerca e pratica si sono incontrate, così come generazioni e percorsi diversi.
Francesca Vitelli, moderatrice e parte di NOI – Not Ordinary Innovation, ha reso possibile un passaggio che mi porto a casa: il passaggio di testimone tra generazioni. Ha saputo tenere insieme le voci, mettere in dialogo esperienze diverse e, soprattutto, lasciare spazio a chi sarebbe venuto dopo di lei. In questo gesto ho riconosciuto anche qualcosa del suo modo, femminile, di stare nello spazio: esserci, creare le condizioni perché gli altri possano emergere e poi fare un passo indietro. Non tutti hanno l’onestà di farlo. Ed è proprio da qui, per me, che si apre un varco intergenerazionale.
Quattro ore di ascolto, dalle quali mi porto a casa soprattutto le voci giovani del Centro-Sud: persone che hanno scelto di portare con sé la propria radice e di parlarne anche fuori dal contesto da cui provengono.
Non è nostalgia. È il riconoscimento che un’appartenenza può viaggiare, essere custodita a chilometri di distanza e trasformarsi in impegno nel lavoro, nella ricerca, nella cultura, nelle relazioni.
Sono tornata a casa pensando a quanto spesso continuiamo a raccontare il Sud attraverso la distanza da qualcosa che consideriamo centro. Forse, però, la questione è un’altra.
Non come avvicinare il centro, ma cosa siamo ancora capaci di riconoscere come centro.














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Interna(mente). Esperienze di rigenerazione sociale nelle aree interne,
AIC – Associazione Italiana Coltivatori, Roma, 25 settembre 2026
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