Una stanza tutta per sè, Virginia Woolf - ph. Amalia Temperini

Una stanza tutta per sé – Virginia Woolf #libri [#recensione]

Ci sono aspetti sulla propria esistenza che non si riesce a comprendere e questo molte volte pone nella condizione di entrare in crisi, provare rabbia e allo stesso tempo voglia di reagire.

Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf rafforza l’idea che mi sono fatta sulla mia condizione di donna e del tempo in cui vivo. Il titolo dice molto di questo piccolo saggio dove la stanza è una croce: lo spazio in cui si implode e si esplode. L’autrice parla di come siamo state oppresse da un maschile, vittime di una immagine che non ci apparteneva sul quale è stato scritto un monte di letteratura dal loro punto di vista che non corrisponde alla realtà, ma più che altro a un disturbo di percezione.

E’ un ragionamento che ho trovato anche nella costruzione delle immagini del passato esaminate da John Berger.

Il libro di Virginia Woolf è scritto nel 1928 in occasione di due conferenze tenute in Inghilterra e aperte solo a un auditorio femminile, E’ fondamento per la riflessione sui femminismi. nel discorso sull’androgino legato al maschile e al femminile, ma anche a come la donna abbia ancora troppo bisogno di un riconoscimento di autonomia e indipendenza economica.

Il discorso sulla androginia nasce dalla osservazione della poetica di Shakespeare, La Woolf inventa di sana pianta la figura della sorella dell’autore inglese, mette in luce la diversità di trattamento assieme bisogno di autoaffermazione nella società e alla quale collega la ricerca filosofica e la poesia per avvicinarsi alla costruzione della propria saggezza.

Concordo quando viene detto che il problema delle donne è connesso alle madri. Se uno si sofferma a pensare, la prima fonte di rispecchiamento è proprio lei – colei che ci ha generato e plasmato  -secondo quella che era la sua educazione del tempo e quando noi eravamo bambine, cioè in una variabile diversa dalla nostra in termini di processo e cambiamento della società.

In questo meccanismo, seppure esista la grammatica della nostra educazione per affrontare i vari contesti che si palesano davanti ai nostri occhi, si aggiunge una componente importante: la solidarietà tra donne. Un esempio di conflitto è visibile nelle serie tv degli ultimi anni tratte dal libro di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella o anche in Motherland, una serie tv prime che sto vedendo in questi giorni.

Quello che voglio dire è che, a impedire che la situazione evolva, sono le donne stesse e su questo concordo con il punto di vista della scrittrice. Molte rimangono ancorate a sistemi di valori e di educazione che vogliono mantenere come tradizione senza scegliere per se stesse.

Molto fa pensare che la natura di questa condizione è nel bisogno di assistenza, trovare un punto su cui agganciarsi per essere protette da qualcuno e non andare avanti da sole. Un tipico esempio è la paura della solitudine, il rimanere con un/a compagno/a sbagliato/a.

L’autrice pone una semplice domanda: se imparassimo a vedere la forza che hanno messo le nostre madri per combattere con le loro e riuscissimo a pensare alle nostre figlie per la costruzione del loro futuro, cosa potrebbe accadere oggi in nostra presenza?

Il volume non è la classica lettura narrativa, non potrebbe piacere a tutti. lo consiglio a chi si trova a dover superare le proprie paure, ma ne ha ancora troppe per paura di osare.

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