Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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Piigs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre #documentario [#recensione]

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Ho visto questo film in una domenica pomeriggio distratta, una di quelle dove si è catapultati sul letto quando fuori ci sono centomila gradi di caldo africano che strappano la pelle dal viso.

Piigs è un documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre uscito lo scorso anno. Parla dei quei meccanismi politici e finanziari che hanno generato la grande crisi economica che ha stravolto il mondo dal 2007 in poi. Minuti che focalizzano quei paesi dell’Unione Europea che hanno il più grande deficit pubblico, racchiusi in un acronimo che è una lista di Stati membri considerati dalle più grandi testate economiche come veri e propri maiali (Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo). Si tratta di una rete di persone etichettate e umiliate da strategie di comunicazione che delimitano con cinismo il buonsenso e la normale convivenza tra pari, come se nulla fosse.

In tutta la sua durata si è di fronte a una situazione che mette luce agli occhi dello spettatore due realtà: la storia della cooperativa “Il pungiglione” – che si occupa del reinserimento di persone con problematiche sociali – e la finanza mondiale – il macro tema che regola i rapporti tra cittadini, imprese e politica, ogni giorno.

Il lavoro sembra dimostrare come la Comunità Europea -meccanismo che garantisce libera circolazione di merci, persone e capitali – sia sulla soglia dell’implosione.

Il quadro che ne esce è oltremodo disastroso e i motivi sono diversi. I cittadini europei hanno un grande dislivello educativo fin dalla loro unificazione. Popolazioni le cui culture sono maturate in momenti differenti nel corso della storia e mai di pari passo alle tecnologie e ai cambiamenti sociali. Per mettere riparo a questa condizione il modello di recupero cavalcato è stato quello americano. Si è messa a confronto l’azione compiuta da Barack Obama negli Stati Uniti e la nostra, del vecchio continente. L’esito è stata la mancanza totale di coordinamento nell’eurozona causata da una manovra imitata e non adatta alle nostre esigenze e con un risultato fallimentare che ha rafforzato solo lo stato di menzogna.

Uno dei dati più allarmanti è come le nostre singole costituzioni, sebbene siano nate sotto l’auspicio di ottimi principi, una volta istituito il Trattato di Lisbona nel 2007, esse siano state depotenziate nella loro autonomia proprio da quest’ultimo documento.

La regia ripercorre i momenti più salienti della politica italiana, da Berlusconi a Monti, le lacrime di Elsa Fornero, le dichiarazioni di Matteo Renzi, la Francia, la Germania, il contesto greco con l’opposizione e i loro referendum, Mario Draghi, e tutte quelle situazioni dove gli esercizi di diritto individuale sono confluiti in occasioni di rivolta alle istituzioni centrali, incluso l’anno della Brexit e il rafforzamento dei populismi.

Il documentario apre riflessioni su più fronti. La sua peculiarità è offrire occasioni per porsi delle domande mirate. Ad esempio, una di quelle più semplici è questa: nel caso di una maggiore privatizzazione degli enti pubblici le fasce più deboli come potrebbero ottenere una garanzia sui servizi minimi?

È disponibile su Rai play, il link è in basso. Qualcuno di voi lo ha visto? Sono curiosa dei vostri commenti.

Piigs di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre (2017) - Img_web

Piigs di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre(2017)
Guarda il documentario su RaiPlay

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Ophelia (1852) (dettaglio) di John Everett Millais (1829-1896)

La mite. Racconto Fantastico – Fëdor Dostoevskij #libri #adelphi [#recensione]

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Quando acquisto un libro mi capita ogni tanto di essere catturata dalle immagini di copertina. Stavolta ne ho scelta una che non aveva un volto, ma un titolo netto con un apparente margine di respiro.

La mite. Racconto Fantastico è un’opera di Fëdor Dostoevskij a cura di Serena Vitale (Adelphi, 2018). La storia è lineare: una donna muore e nel corso di poche ore il suo compagno manifesta le sue antiche frustrazioni. Lui è stato cacciato da un famoso reggimento militare: è altezzoso, sadico e manipolatore. È un personaggio maschile semi-adulto capace di compiere torture psicologiche verso la sua compagna sedicenne con forte spirito di asprezza e giudizio. Lei è un modello di profonda attualità, che richiama molte donne intrappolate in una spirale di possesso, gelosia e desiderio.

Il romanzo è stato scritto a metà Ottocento ed è ispirato ai fatti di cronaca della Russia di quel tempo. In quegli anni, in quella porzione di Europa, esisteva una percentuale di suicidi femminili talmente tanto alta da trascurarne la diffusione delle notizie. Il dato che porta alla riflessione è il rapporto con l’Italia di oggi, lontana dalla monarchia assoluta dell’impero sovietico. Basti pensare ai dibattiti nelle aule di tribunale, sui giornali, sul web, sui social network, in tv, dove accade proprio il contrario, con una autopsia di indagine che va oltre l’accanimento dei corpi stessi e che sposta l’attenzione su un altro tipo di informazione dai contorni macabri.

Melancholia_dettaglio_ diretto da Lars von Trier (2011)

La figura femminile richiama diversi momenti della storia dell’arte, del teatro, del cinema e della musica, ma l’immagine immediata a cui si associa la sua disperazione è Ofelia tratta dall’Amleto di William Shakespeare.

Durante la lettura si vive nel flusso di coscienza di un uomo di quarantuno anni immerso in una immobilità che trova slancio sul finale, nell’apoteosi di un delirio che nasconde una dilaniante tragicità. E’ proprio qui che si incontrano l’autore russo e quello inglese, quando si innesta la parte di una inquietudine viscerale comune a entrambi i libri.

La Mite ha una struttura letteraria che cresce a ritmi ansiogeni e contraddittori. Dostoevskij trascina la narrazione in una marasma che disorienta chi cerca di capire le dinamiche del racconto; crea una condizione che si dichiarerà letale senza offrire mai risposte chiare; apre a una riflessione religiosa a partire dall’uso di una icona nel rapporto tra vita e morte.

È un libro ideale per ha bisogno di essere schiaffeggiato.

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La mite. Racconto Fantastico di Fëdor Dostoevskij (Adelphi, 2018)
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Amleto di William Shakespeare (Mondadori, 2010)
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Melancholia di Lars von Trier (2011)
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Cover di copertina:
Ophelia di John Everett Millais (1851-1852)
Tate Britain – UK

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The #FlorenceExperiment a Palazzo Strozzi #Firenze #mostre [#recensione]

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Eccomi qui a parlare del mio ultimo viaggio fuori dalle cinta abruzzesi. Questa volta ho deciso di fare un salto in Toscana per visitare alcune mostre che avevo pianificato da tempo e alle quali riserverò due momenti differenti sulle pagine di questo blog.

La prima di cui voglio parlare è The Florence Experiment a cura di Arturo Galasino, un progetto dell’artista – scienziato belga Carsten Höller in collaborazione con il fondatore della neurobiologia vegetale Stefano Mancuso. Si tratta di un’opera site specific realizzata per Palazzo Strozzi a Firenze. Un esperimento che crea una relazione tra l’essere umano e le piante dove il pubblico è chiamato a partecipare con viva sincerità alla ricerca.

L’azione si sviluppa in due momenti. Il primo prevede due grandi scivoli in acciaio e policarbonato alti 20 metri che attraversano il cortile dello stabile. Alcune persone – 500 ogni settimana – sono scelte in maniera casuale e coinvolte in uno studio pensato con un team di ricercatori che analizza le molecole emesse da noi esseri umani a contatto con una piantina di fagiolo da portare in custodia nel flusso di discesa verso il piano terra, da consegnare nei laboratori sotterranei del museo.

Ai piani bassi – nella Strozzina – l’attenzione è sulla mancanza di illuminazione e sulla presenza di alcuni box che anticipano l’esperienza successiva. I visitatori sono invitati a entrare in due speciali aree cinematografiche che proiettano sequenze di film horror e scene comiche.

La finalità è generare, catturare e trasmettere, composti chimici capaci di influenzare la crescita di piante di Glicine poste sulla facciata esterna del palazzo. Il sistema di aerazione è un meccanismo costituito da condotti di aspirazione che recepiscono le sostanze rilasciate dalle nostre reazioni chimiche esercitate durante l’intero processo di osservazione delle pellicole. Lo scopo è comprendere come le emozioni umane influiscono sulla viva intelligenza dei vegetali.

Una volta terminato il percorso si supera la condizione letteraria della famosa favola inglese di Jack che lancia i semini magici dalla finestra che generano un enorme pianta su cui salire per rubare l’abbondanza a un gigante cattivone ed egoista, si vive un ambiente asettico che concentra l’attenzione nel ribaltamento di una situazione che si presenta come un’analisi sulla vita stessa. La natura è sottoposta allo stesso circuito dell’uomo in una struttura che ha forti rimandi a un’elica di DNA, che si riorganizza e rigenera al passo dei tempi, nella forma e nelle cellule senza occuparsi di quegli aspetti di intermediazione economica che regolano i rapporti di tutti i giorni concentrati su un’idea di possesso e di dominio.

Gli scenari di riflessione che si aprono allora sono molteplici. Il primo è nel connubio tra arte e scienza, sui concetti di coscienza ed ecologia nel raggiungimento di una consapevolezza nella relazione che esiste e coesiste tra persona e natura; il secondo è un discorso di metodo, su come si esercita una verifica sul funzionamento e il comportamento di alcuni elementi che compongono gli organismi, le cellule, le molecole, nei vari ecosistemi presenti in ambiente; il terzo è un dilemma: il cinema, che interviene con l’immagine a generare uno shock (trauma o risata), che influenza con la sua componente onirica la scelta dei nostri comportamenti, ha per noi la stessa misura di indagine che si sviluppa in uno laboratorio scientifico? Siamo noi l’oggetto sfuggente da analizzare al vetrino in un processo fotosintetico generato da una luce trasmessa in maniera artificiale?

La mostra è un gioco, un invito alla rinascita, ha un maxi moto discensionale che confluisce nella Nursery, un vero e proprio nido poetico dalle luci rosa fluorescenti; area dove si attiva in pensiero massimo di elevazione e sensibilità in cui come un’incognita sei tu a stabilire il tipo di percorso da intraprendere una volta superato il varco di uscita della struttura. Il risultato delle nostre sensazioni rilasciate si osserva nella crescita e nell’andamento dei rampicanti una volta terminata l’esperienza al museo. Sulle pareti esterne è visibile la dimostrazione che siamo noi a dover metterci in discussione, sfruttare la nostra coscienza in anticipo e captare il valore di una comunità nell’esempio della natura autentica dei vegetali: organismi pionieri, radicati, ma capaci di trasformare questa impossibilità in un movimento ascenzionale che è una occasione di adattabilità, di resilienza e resistenza, in uno spazio definito nel tempo.

Il progetto è promosso e organizzato da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il fondamentale contributo di Fondazione CR Firenze e sarà visitabile fino al 26 agosto 2018.

The Florence Experiment
Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso
a cura di Arturo Galansino
Firenze, Palazzo Strozzi 19 aprile-26 agosto 2018
www.palazzostrozzi.org / @palazzostrozzi / #FlorenceExperiment

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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
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45 anni film Andrew Haigh (2015) - scena - Img presa da http://www.ifcfilms.com/films/45-years

45 anni di Andrew Haigh #film [#recensione]

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Ero al Ghetto ebraico di Roma la prima volta che mi hanno parlato di 45 anni anni di Andrew Haigh, a cena, dopo una giornata intensissima di lavoro. Non ne avevo mai sentito parlare di questo film, ma la persona che era con me lo raccontava come fosse presa nell’intimo, come se avesse capito che quella narrazione le avesse smosso la parte più profonda del proprio essere.

Tra un carciofo alla giudìa, un piatto puntarelle, un quarto di vino, nella totale rilassatezza, possono venir fuori tante confessioni, così questo atteggiamento empatico mi ha trasmesso la voglia di vederlo e recensirlo, nonostante non fosse una produzione di recentissima uscita.

45 anni narra la storia di una coppia benestante che ha vissuto parte della sua vita nella tranquillità di una agiatezza economica e culturale da fare invidia. Una lettera improvvisa riaccende il desiderio soppresso di Geoff (Tom Courtenay) quando Kate (Charlotte Ramplig) sta organizzando la festa per il loro anniversario di matrimonio. A sconvolgere la situazione una figura fondamentale, ritrovata nei ghiacciai delle alpi svizzere che riemerge dal 1962.

L’intera visione è pilotata da un costante stato ansiogeno e il cobattimento che si avverte oscilla tra la voglia di sapere, la comprensione, l’accettazione della difficoltà e la gelosia. A dominare sono le pulsioni, la rimessa in discussione dopo tutti quegli anni di amore vissuto alla stregua di ogni altro apparente sentimentalismo costruito fino a quell’esatto momento.

A giocare un ruolo decisivo è il rapporto con la fotografia, la memoria che conferma quanto l’immagine sia oggetto di un trauma che non può essere gestito e pilotato, ma piuttosto visto e affrontato anche quando di fronte si ha un marito che ama da sempre un’altra.

Allora che valore ha la fiducia oggi? Quanti ci attraversano la vita e hanno la loro stessa situazione? Conosco molte coppie che vivono in una armonia apparente, incapaci di affrontare per paura quello che ci ha segnato l’esistenza; un bisogno che sembra di natura economica, sfruttato per tamponare una effettiva mancanza più che un pensiero di crescita assieme, nell’altro, in una dimensione a due.

Esiste davvero il vero amore o è solo una grande illusione letteraria?

Voi cosa ne pensate?

45 anni di Adrew Haigh, Drammatico, Gran Bretagna, 2015

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Easy - Un viaggio facile facile di Andrea Magnani - dettaglio film_ Via Web

Easy – Un viaggio facile facile di Andrea Magnani #film [#recensione]

attualità, cinema, costume, cultura, film, giovedì, politica, società

Ho scelto di vedere questo film alcune settimane fa in un sabato sera del tutto casalingo. Sono stata attratta dalla locandina poetica tanto da credere che fosse di un regista nord-europeo e ho scoperto in secondo tempo che fosse italianissimo.

Easy – Un viaggio facile facile è diretto da Andrea Magnani e uscito nelle sale nell’estate 2017.

Easy - Un viaggio facile facile di Andrea Magnani - dettaglio film_ Via Web

Easy – Isidoro (Nicola Nocella) – ha 35 anni, un fratello farabutto (Libero Di Rienzo) e una madre iperprotettiva fissata con il benessere (Barbara Bouchet).

L’intera produzione racconta le vicende di un personaggio caduto in depressione dopo essersi addormentato in pista durante una importante gara di Go – Kart. A risvegliare la sua vera natura una rapidissima passata in Ucraina per accompagnare la salma di un operaio caduto dalla impalcatura di un cantiere italiano.

La pellicola ha una struttura da road movie di formazione dove i temi sociali pilotano l’evoluzione del progetto in una leggerezza che trasporta la visione fino alla ilarità; mostra come la colonna sonora sia funzionale a raccontare situazioni assurde proprio in quei territori sconosciuti e incontaminati che assomigliano tanto alla provincia italiana. Le mille peripezie condurranno Isidoro a tagliare la barba per oltrepassare un limite e diventare uomo con un leitmotiv costante che è la canzone Felicità di Al Bano e Romina Carrisi.

Al livello immanente la pellicola sembra portare a una sceneggiatura che dice addio a una ideologia e alla fine di un periodo di vita vissuta nell’oblio di una patologia; sfrutta questo espediente di un ragazzo per mostrare una terra abbandonata dell’ex impero sovietico come il tramonto di una intera generazione che ha creduto per troppo tempo in una filosofia di cambiamento, una condizione, quest’ultima, che nel mondo della realtà si concretizza con la propria volontà e senza l’aiuto di nessuno.

Chi lo ha visto?

easy_locandina

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Terry Notary e Claes Bang in "The Square" di Ruben Östlund, la settimana del biotopo. Pressbild - img taken form - https://www.metro.se/artikel/biotoppen-the-square-ny-etta-xt

The Square di Ruben Östlund #film #arte #società [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, comunicazione, concerti, costume, cultura, danza, film, fotografia, giovedì, gossip, marketing, mostre, musica, Narcisismo, recensioni arte, religione, rumors, salute e psicologia, social media, società, spettacolo, spiritualità, videoarte, vita

The Square è un prodotto diretto da Ruben Östlund vincitore dell’ultimo Festilval di Cannes, in Francia. Il film sottopone lo spettatore a una realtà fin troppo conosciuta, costruita in un progetto che racconta il vecchio in una linea continua di argomentazioni incastonate sul potere dei soldi e la perdita del proprio valore umano.

La trama nel suo primo livello racconta la solitudine di un curatore sulla quarantina che dirige un museo di arte contemporanea. Un uomo davanti a un cancello chiuso e un muro di cumuli di immondizia da oltrepassare, metafora di una coscienza vuota, nutrita di collaborazioni e relazioni adolescenziali. L’ego di Christian (Caes Bang) è talmente smisurato che può permettersi di creare condizioni al limite dell’imbecillità, senza alcun senso di responsabilità nei confronti di se stesso, dei visitatori, dei dipendenti e degli anziani finanziatori. Le persone più care che ha attorno sono costrette a subire le traiettorie che lo trattengono fino all’errore, quando è chiamato a risolvere quel conflitto con un bambino che chiede giustizia per un torto subito. A innescare il processo di verità un progetto di comunicazione e marketing affidato a un ufficio stampa esterno alla istituzione contattato per la promozione dell’opera The Square di Lola Arrias, artista e sociologa argentina che ha posto le basi per un lavoro relazionale dedicato all’ascolto e alla fiducia.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

La piazza, il quadrato, è un monitor posto a terra. Una luce fluorescente che illumina una porzione di sanpietrini che si sgretolano come pixel. Si tratta di un elemento che evidenzia un isolamento. Un processo che allo stato attuale delle cose designa l’annichilimento di un essere umano su un qualsiasi social network – o strumento tecnologico – una volta finitoci dentro ingannato dalla perfezione apparente di un reclutamento sbrilluccicoso di matrice squadrista.

Questo dato è rimarcato anche da una frase pronunciata da Cate Blanchett in Manifesto di Julian Rosefeldt del quale ho parlato due settimane fa su questo blog (Trailer minuto: 1.08).

Lo scopo di The Square è mostrare alcune dinamiche che rivelano il sontuoso mondo dell’arte che dovrebbe parlare di oggi. In realtà è una dimensione dove si è di fronte a un perbenismo suicida che raccoglie quintali di ipocrisia di un sistema chiuso. A evidenziarlo una situazione in cui prende corpo la locuzione latina Homo Homini Lupus nella sequenza designata da Ruben Östlund dove l’artista scaccia un suo collega per un puro atto di sopraffazione egoistica. La scena è costruita in una sala sontuosa dove accade di tutto; chi dovrebbe intervenire a ristabilire l’ordine rimane seduto a bocca aperta a gustarsi l’istinto che ammazza l’impotenza della vanità.

La figura geometrica che si ripete nell’intera visione – nelle più dichiarate forme – richiama alla memoria il Cubo Invisibile di Gino De Dominics del 1969, i Concentric Square di Frank Stella del 1966, il Filtro e Rete di Francesco Lo Savio del 1962; in realtà è un labirinto junghiano di ossessioni eccellenti che sfiancano e immobilizzano gli atti e i pensieri di Christian il direttore.

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio

The Square di Ruben Östlund (2017)_dettaglio


La pellicola è una
gigantesca opera minimalista: impersonale e svuotata di sentimenti e significati. È una intercapedine narrativa in cui non esiste soluzione e dove per 120 minuti si denuncia in chiave sovversiva – ironica e grottesca – una crisi generazionale dovuta alla mancanza di figure di saggezza e di protezione, che sono i simboli dell’esistenza, punti di riferimento, chiavi di maturità e consapevolezza, sui propri fallimenti.Colonna sonora pazzesca.

Chi lo ha visto? e che reazione avete avuto?

The Square di Ruben Östlund (2017)

The Square di Ruben Östlund (2016)
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Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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Julian Rosefeldt. Manifesto, Park Avenue Armory, New York, December 2016 – January 2017 Photo: James Ewing Photography © Park Avenue Armory, 2016

Manifesto di Julian Rosefeldt #film #artwork #attualità #società[#recensione]

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Questo film mi è stato segnalato da una artista a me cara. Ho deciso di non vederlo al cinema per via dei troppi chilometri da fare e ora che ho avuto modo di averlo sparato negli occhi ripenso a quanto avessi fatto bene a non inquinare l’ambiente, quella sera, quando ho deciso di evitare la dispersione di gasolio nel mondo.

Manifesto è una installazione artistica e prodotto cinematografico di videoarte nato sotto forma di ibrido girato in 11 giorni dall’artista tedesco Julian Rosefeldt nei pressi di Berlino. Cate Blanchett è l’attrice protagonista chiamata a spingere l’osservazione dello spettatore alla visione di 12 personaggi differenti che recitano parti tratte dai proclami artistici e politici diffusi tra fine Ottocento e Novecento. La donna riveste una molteplicità di ruoli, muta ogni volta i suoi abiti, cavalca le parole, i periodi storici, le correnti, i movimenti culturali e sociali nel migliore dei modi. Il montaggio arriva a creare un monologo corale in un’armonia di voci bombardate, urlate e stonate.

L’architettura industriale domina l’intera progressione. Si passa dalla grande fabbrica alla piccola dimensione casalinga di un modulo abitativo di Le Corbusier. Incasellati, gli esseri viventi, come polli in batteria, dentro e fuori, ad attendere l’assoluzione dell’esistenza davanti a uno schermo che modella l’immaginario secondo le volontà di chi scrive, racconta per il mondo della comunicazione e della pubblicità.

Si scrive un manifesto quando non si ha nulla da dire – ripetono alcuni intellettuali citati nelle numerose parole pronunciate – dove gli artisti e l’economia hanno il medesimo ruolo di occupazione e invasione. È l’arte, il trasformismo, che ruota tra menzogna e inganno, che connette la fine di un secolo al nuovo millennio nella medesima natura di chi dice di essere diverso e poi è uguale a ciò che esso stesso critica.

L’artista e l’economista (il mercato) sono i due esseri emarginati fagocitatati da un cancro che invade un unico corpo (il mondo), esiliati e messi a margine dal bisogno di attenzione di chi ora è il vero protagonista della performance: le persone etichettate come normali, sedotte dalla tecnica, sedute nelle loro poltrone casalinghe con quadretto di rappresentanza tra sala, salotto e gabinetto, a indirizzare gusti e costumi.

Tra gli scenari più ricorrenti ex fabbriche abbandonate che ricalcano gli studi portati avanti da Marc Augé. Capannoni figli della grande industrializzazione dove si svolge la grande crisi economica e dove esiste un tempo morto, rarefatto dall’uomo. Un clochard – senza fissa dimora – che irradia la sua disarmonia come un triste giullare depauperato dalla velocità del contemporaneo, dalla mancanza di una corte in ascolto, risucchiato dalla miseria del desiderio connesso alla sua decadenza.

Velocità, meccanizzazione, volontà, fallimento, dettami, l’intimità, la gente, l’arte professa, l’arte distrugge, la dimensione del sogno, quella della realtà, l’alveare, la rete, le capsule. Kazimir Malevič è l’artista che denuncia il reale dato problematico: l’imitazione. I Dadaisti ci provano con il ribaltamento, il camuffamento e la codifica. La Pop Art ci riesce: nutre con la sua preghiera fino a rendere chi la persegue zombie immobile e dipendente. La famiglia americana lo dichiara nell’esempio tirato in ballo nella produzione di Rosefeldt e lo fa in quella tavola imbandita dominata dal perbenismo di una donna che annichilisce l’uomo e i suoi figli con la ritualità. La risposta a questi dati è l’azzeramento della narrazione in un vortice minimalista a base distopica, che accompagna alla scienza, a una ricerca dove regna il metodo, il mondo concettuale e l’informazione.

Salmi, maestri, profeti e chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere; dettami, comandi e noia. Tassonomia e cronologia che gli artisti stessi hanno affibbiato a loro stessi nel sottomettere la verità alla libertà. La regia diventa imprenditoria e i fantocci che non hanno elaborato la loro natura più profonda creano feticci e replicanti più falsi degli originali. Lo specchio è l’immagine, la somiglianza a Dio, la menzogna che è condanna di sé nel mondo.

In questa produzione il vero danno è nella dimostrazione che l’artista – ogni singolo intellettuale – in passato ha costruito il suo diktat. Ha imposto la sua visione e ora chi ha il dovere di portare avanti la lezione del maestro non ha più la forza etica, morale e fisica per sostenerla. Una delle cause è il modello economico, un mercato inefficace che non investe più su di loro. Per questo le sue parole sono al pari di un comune individuo che arriva dal nulla e dove il suo giudizio è più incisivo degli altri. Si è frammentato un canone e con esso il principio di un ordine che ha dato valore al rovesciamento dei ruoli.

La gente è irriconoscente e ha necessità di essere ascoltata. Allora la mia domanda è rivolta ad alcuni artisti: come ci si sente ad essere sottoposti a giudizio quando voi stessi avete offerto i vostri strumenti e i vostri corpi nelle fauci di persone più ciniche e affamate che vi hanno strappato di dosso le vesti e la forza della vostra vera natura ?

Nel film manca la presa di posizione di Julian Rosefeldt.
E’ una lezioncina, ma di strategia o di riflessione?

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015) - IMG taken from the web

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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Libri:
Marc Augé, Rovine e Macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004
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Il filo nascosto/Phantom Thread di Paul Thomas Anderson - immagine presa dal web

Il filo nascosto / Phantom Thread di Paul Thomas Anderson #film [#recensione]

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La visione di questo film mi è stata suggerita in una chiacchierata tra amici. Tutti avevano la frenesia di vederlo in maniera famelica mentre io ho confuso addirittura il regista, tanto da chiedermi, una volta uscita dal cinema, come mai Wes Anderson avesse mutato il suo modo di fare in maniera radicale.

Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson è la storia di un famoso stilista che concentra il suo lavoro nell’ossessione e nella ripetizione delle sue attività. Al suo fianco la sorella, donna stabile della sua vita, dopo la madre, una lunga schiera di muse ispiratrici e amanti facoltose. A sconvolgere le carte una giovane cameriera dai capelli rossi, agile nell’anticipare la modalità dei comportamenti del protagonista, pronta a cambiare, in silenzio, le carte da gioco.

Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e Alma (Vicky Krieps) si incontrano in un ristorante. La loro conoscenza avviene di fronte a una finestra che offre luce dal mare in un’area lontana dalla città. Iniziano un intreccio che scivola via nell’infinito della cucitura. Uno strappo che non è un amore ritmato da una grande e lirica passione, ma una gara tra personalità narcisistiche che hanno volontà di superare se stesse senza annientamento. La sfida è ardua e liberarsi dai fantasmi del passato è scavare nella profondità dell’esistenza altrui senza permettere agli altri di capire l’astuzia applicata. Alma è forte, sa chi è, non rinuncia a sé, a ciò che è. Comprende i punti deboli del suo amante e li disintegra. In silenzio sfida il tempo, l’ordine e le intere categorie di controllo. Stabilisce una linea chiara e segmenta la dipendenza, la sua forza, con uno stacco netto, un veleno iniettato nelle fragilità di Reynolds – l’uomo, il migliore, il vero bisognoso di attenzione: l’artista che necessità di spezzare un modello di madre icona unica che lo intrappola nella maledizione fino a impedirgli di vivere il presente.

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Se si volesse stabilire la natura di Alma, la sua identità potrebbe accostarsi al fiore dell’amarillide. Una pianta splendente, dai colori vivaci, dritta e fiera nel suo lungo stelo, timida e composta, capace di eseguire il peggiore dei malefici attraverso un veleno che è tra i più potenti se iniettato nel cuore e nell’anima di una persona.

Paul Thomas Anderson affronta la profonda disarmonia che regna sovrana nella nostra contemporaneità e supera i modelli trasmessi da Lars Von Trier (Le onde del destino), David Fincher (Gone Girl) e Sex and City (Mr Big) per restituire l’eleganza di un racconto la cui trama ha un ordito raffinatissimo modellato con minuzia sui due attori chiamati a nutrire la scena. Il film distoglie dal solito cliché delle coppie maledette e conclude con saggezza una relazione basata sulla verità senza la costruzione di un eterno mito del ritorno. L’intero progetto, per questo, oltrepassa l’utopia e la sua volontà è nell’abbattere un passato melanconico grazie a quell’errore incalcolabile che avviene a ristabilire un ritmo dedicato all’esistenza, risvegliarla nella semplicità, con cura e delicatezza, nell’inciampo al piede di un tavolo in una giornata qualunque, in quella ferita che è ben più profonda del colpo osservato.

Chi lo ha visto cosa ne pensa del film?

locandina

Filmografia Paul Thomas Anderson:
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Sono tornato, dettaglio film, di Luca Miniero (2018) - immagine presa dal web

Sono tornato di Luca Miniero #film [#recesione]

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Sono tornato è arrivato nelle sale nei primi giorni di febbraio. Parla del mito di Benito Mussolini. Un personaggio politico rimasto incastonato nella memoria italiana con la sua storica immagine di Piazzale Loreto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945.
La storia è una visione traumatica sul ritorno del Duce nel quartiere Esquilino di Roma ai nostri giorni (Massimo Popolizio). Un giovane documentarista cerca di comporre l’ennesima narrazione dedicata agli immigrati (Frank Matano). Lo scopo è farsi accettare da un’anziano direttore di rete coi genitori antifascisti, scalzato da una avvenente conduttrice pronta a essere sottomessa dal potere di un vecchio valore ideologico, trasposto ed equivalente, a quello mediatico (Gioele DixStefania Rocca).

Si tratta di un prodotto editoriale che ha suscitato molta attenzione in Germania e in Europa, che lì ha preso in considerazione la figura di Hitler sotto il punto di vista dello sberleffo grazie alla scrittura di Timur Vermes, alla regia David Wnendt, nel progetto intitolato Lui è tornato, uscito tra il 2012 e il 2015. Luca Miniero ha ricalcato un disegno che nasce da un libro e da un film noti. Ha creato e diretto una figura che guarda alla realtà dei fatti italiani in una situazione drammatica lasciata dissipare come uno spettro nelle giornate di comizio delle elezioni 2018.

I temi sono quelli del conflitto e della memoria e si avviano in due momenti cruciali: il ricordo di Mussolini a Claretta Petacci e l’affronto/confronto con l’anziana signora ebrea sofferente di Alzheimer. Il resto è superficialità, continua, rischiosa, che cerca di portare l’attenzione su degli stereotipi inefficaci se paragonati a quelli utilizzati – e riusciti – nei progetti precedenti di Benvenuti al Sud e Benvenuti al nord dello stesso autore. Come viene detto da questo articolo di Repubblica: il film è un tentativo di creare un ibrido tra cinema di fiction, cinema del reale e linguaggi televisivi (candid camera), che sfrutta il personaggio più incisivo del Novecento, prima di Silvio Berlusconi, in questo paese. Le nota positiva è la capacità attoriale straordinaria di Massimo Popolizio in vesti di dittatore fascista che attraversa l’Italia. L’argomento dell’assenza dei padri – di figure di riferimento per una intera generazione – è ben raccontato, ma l’odio in cui sfocia il longevo gerarca pone l’attenzione su un modo di fare inutile che è un fantasma di cui liberarsi al più presto.

Tra le scene più significative: i tentativi di provocazione che emulano show televisivi commerciali di caratura nazionale e i monologhi che si trasformano in offese gratuite il cui valore non apporta contributi a riflessioni valide. Se si volessero fare dei confronti vicini per comprendere alcune dinamiche di rappresentazione si può citare Viva L’Italia di Massimiliano Bruno. In quest’ultimo titolo e Sono tornato di Luca Miniero gli elementi comuni sono la politica, la morale e l’Italia. Nel primo caso, il ruolo di Michele Placido si espone con una garbata gentilezza fino a raggiungere una consapevolezza, nel secondo, invece, quello di Massimo Popolizio, si dosa una imposizione che si consuma tra complici sottoposti a una atrocità. Persone che osservano con ammirazione e giustificazioni un crimine efferato commesso su un cane in una guerra tra anzianotti masochisti. Che sia questo lo specchio della realtà?

Ho scritto questo articolo prima del voto, rimango d’accordo sulla lettura. Forse la risposta all’ultima domanda non occorre. Avete visto il film? Che ne pensate? Mi farebbe piacere leggere un vostro commento. Grazie!

Libri:

Lui è tornato di Timur Vermes
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Film:

Sono tornato di Luca Miniero
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Benvenuti al Sud di Luca Miniero
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Benvenuti al Nord di Luca Miniero
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Er ist wieder da – Lui è tornato di David Wnendt
(edizione tedesca)

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Viva L’Italia di Massimiliano Bruno
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La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro #film [#recensione]

amore, arte, attualità, cinema, costume, cultura, danza, Donne, film, fotografia, fumetti, giovedì, letteratura, libri, musica, poesia, politica, salute e psicologia, società, spettacolo, teatro, televisione, vita

The Shape of Water è un film girato da Guillermo Del Toro uscito nelle sale cinematografiche il 14 febbraio. Si tratta di una storia che racconta di una ragazza che ha perso l’uso della voce. Una signorina che nella sua diversità trova qualcosa che la rende viva in un essere metà uomo metà pesce rinchiuso nel laboratorio dove lei lavora come donna delle pulizie.

La travagliata storia d’amore fantasy fa affiorare alla mente schemi narrativi conosciuti tanto da rendere l’intero progetto banale. Gli sceneggiatori sembrano essersi ispirati a Amelié Pouline e a scene tratte da Forrest Gump di Robert Zemeckis, La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski e Matrix di Larry e Andy Wachowski. Molte inquadrature mettono al centro illustrazione, fotografia, pittura e televisione. Il cinema stesso è l’oggetto di osservazione. Una costruzione melanconica che dal progresso vuole tornare all’incanto di una poesia artigianale. Le tonalità dominanti sono verdi e alcune inquadrature sono costruite in una logica compositiva hopperiana. Molte sequenze sono girate in location chiuse. Bunker come case dove si nascondono paure estreme.

L’inserimento di una creatura mitica è un parallelo da avvicinare ai nostri giorni, ma le finalità sono ambigue e non definite. Si pensi alle nostre interazioni coi robot e con le intelligenze artificiali. Lo straniero, gli stranieri, i corpi estranei da conoscere e analizzare, ma allo stesso tempo il tentativo di raggiungere la consapevolezza per accogliere con leggerezza chi è diverso, che in questo progetto di dimostra senza forza.

Tra le figure importanti che emergono, assieme ai protagonisti, esiste uno scienziato di nome Dimitri. Un personaggio radicale che fa eco all’omonimo soggetto proveniente dalle letteratura dei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che la Russia è vista come una vecchia saggia Europa, capace di porre le basi per una cultura solida fondata su regole e metodi accademici, ma che alla fine cede al tradimento nell’atto di morte, nella supremazia di chi crede a pensiero statunitense, unico, positivo, motivazionale e programmato.

Una miscellanea di argomenti ripetuti e sfiancanti: maschilismo, razzismo, spionaggio, America, Russia, Guerra Fredda, telecamere nei luoghi di lavoro, omosessualità come tabù, laboratori di sperimentazione, la violenza sulle donne e il disorientamento. Condizioni riscontrabili in un quotidiano passato o nel tecnologico avanzato, montati per un tempo che vola via a suon di algoritmi.

Il finale arriva a un componimento tragico di matrice shakespeariana, ma torna al mito della storia antica invertendo le intenzioni. Orfeo e Euridice, ad esempio, dove lui scende nell’ade per strapparla dal regno dei morti. La forma dell’acqua sovverte questo ordine, recupera la potenza femminile, la preserva da una esistenza terrena e la immerge in amore liquido dove non occorrono parole. Si è in un luogo uterino, un buio, che è cinema e paura, prima protezione, proiezione, che chiude l’intera visione con una sana perplessità: perché questo film ha vinto il Festival del Cinema di Venezia e ha avuto 13 nomination agli Oscar?

 

La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Film:

The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Il favoloso mondo di Amèlie di Jean-Pierre Jeunet
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Forrest Gump di Robert Zemeckis
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La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski
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Matrix di Larry e Andy Wachowski
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Libri:

Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
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