La sovrana lettrice – Alan Bennett #audiolibro #libri [#recensione]

attualità, audiolibro, costume, cultura, giovedì, leggere, libri, musica, rumors, società

Così anche questa settimana mi sono ritrovata ad ascoltare un audiolibro. Si tratta di uno scrittore che ho già letto un paio di volte e di cui scordo prontamente i suoi libri nel giro del breve periodo.  Lui è Alan Bennett, autore e sceneggiatore britannico conosciuto per la sua satira e questo blog ne ha parlato alcuni anni fa nelle recensioni di Nudi e Crudi e de La signora col furgone.

La sovrana lettrice è una ascolto di circa 3 ore, molto leggero e abbastanza contemporaneo; ha come protagonista la regina Elisabetta II d’Inghilterra in questa occasione interpretata da Paola Cortellesi che presta la sua voce di attrice per Emons Edizioni.

copertina_alan_bennet

La regina è la protagonista, la servitù non la riconosce più; la nuova passione per la letteratura accade per caso grazie a uno sguattero che si ritrova a essere d’improvviso il suo servitore di fiducia. Lui è un ragazzo di poche pretese, abbastanza unico nel suo genere, affannato cultore di scrittori gay.

La regina si rende conto che la sua vita è passata tra estenuanti viaggi e l’esercizio delle funzioni, mai dedicata a una vera riflessione su se stessa, mai a una scelta che concentrata sui suoi tempi e alle sue reali necessità. Inizia così a conoscere molti autori che aveva incontrato dal vivo e si rende che è meglio entrare solo a contatto coi loro libri.

Quello che esce fuori da questa esperienza di lettura è l’attenzione che lo scrittore pone nei confronti del movimento. Alan Bennett cerca di far capire, attraverso scene ironiche ed esilaranti, che la lettura è una bolla egoistica che ci sottrae da numerose situazioni.  E a pensarci è vero, nel senso che è un atto intimo, chiuso, dove l’immobilità regna e frena l’azione delle emozioni. A me accade molto spesso: quando qualcosa mi piace davvero quello che senso è contraddittorio: vorrei muovermi ma sono intrappolata. La sovrana lettrice è stato un giusto compromesso: mentre ascoltavo, ho piazzato le cuffiette alle orecchie e sono andata al parco con il cane in queste giornate primaverili di sole intensissimo.

                                                  La sovrana lettrice – Alan Bennett
                                               Adelphi, 2011 | Emons Edizioni, 2017

                                                                 Libro | Audiolibro
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Heidi di Francesco Muzzopappa, Fazi Editore, 2018

Heidi di Francesco Muzzopappa #audiolibro #libri [#recensione]

amore, attualità, comunicazione, costume, giovedì, leggere, libri, marketing, musica, pubblicità, salute e psicologia, social media, società, spettacolo, televisione, viaggi, vita

Ho provato per alcuni mesi; alla fine sono riuscita a terminare il mio primo audiolibro su Storytel. All’inizio la questione è stata molto difficile, ho scelto dei libri complessi con i quali ho dei conflitti aperti da diversi anni; ho tentato di immaginare che forse, in quest’occasione, avrei potuto terminare quegli autori di super classici famosissimi se solo li avessi divorati con un’attenzione differente rispetto alla lettura, ma anche in questo caso, prontamente abbandonati per sfinimento.

Ho deciso di dedicare tempo a scrittori contemporanei da me sconosciuti, tuffandomi in un ascolto fresco, leggero e ironico. Mi sono chiesta quale copertina incrociava di più il mio sguardo in questo periodo ed è venuta fuori  Heidi di Francesco Muzzopappa.

Quello che mi ha attirato di più è stata la simpatia che nutro per il cartone animato:  il titolo riporta a mia nonna, la quale all’età di 93 anni suonati continua a seguire tutte le puntate su Youtube della bambina dalle guanciotte rosse venuta dalla montagna.

Nell’audiolibro, Heidi è una donna caotica, si occupa di selezionare persone per una grande agenzia di casting; lei è figlia di un famoso ex critico letterario del Corriere della sera ormai lasciato a compiere le sue gesta impossibili in una casa di riposo. Si è in una Milano contemporanea dove si ha difficoltà a trovare forme relazionali importanti e dove la protagonista vive ancorata a un passato legato agli anni Novanta, quando i Take That erano in auge nelle classifiche di tutto il mondo.

La relazione tra padre e figlia è inesistente, lontana per un discorso generazionale, professionale, ma ulteriormente aggravata dalla malattia di un genitore che dialoga con figure provenienti dai libri, in fissa con autori che hanno costruito la letteratura mondiale. Il divertimento raggiunge punte spettacolari quando la disperazione porta Heidi a ricorrere all’adozione di un intruglio acquistato sul deep web. Lo scopo è  ottenere una serie di trasmissioni da proporre alla sua impresa e soddisfare l’ego del suo capo narciso, con il massimo della creatività, maturata all’apice di una feroce disperazione.

In tutta questa vicenda, sarà fatale l’arrivo di Peter – un ragazzo che metterà a soqquadro qualsiasi atteggiamento adottato da Heidi.

La storia è romantica e simpatica, mette allegria ed è basata sul perdono.

Heidi – Francesco Muzzopappa
Fazi Editore, 2018
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per Storytel la 
 lettura è di Tamara Fagnocchi

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I miserabili regia di Franco Però - ph. Simone Di Luca

I miserabili – #regia di Franco Però #teatro [#recensione]

amore, arte, artisti, attualità, costume, cultura, filosofia, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, rumors, società, spettacolo, spiritualità, teatro, turismo

Questo articolo esce con molto ritardo rispetto alla visione dello spettacolo. Mi sono resa conto di quanto nel mio 2018 fosse mancante la componente di spettacolo dal vivo rispetto alla fruizione di prodotti culturali audiovisivi.

I Miserabili arriva in città a gennaio, proprio agli inizi del 2019, mentre iniziano a manifestarsi i comitati per le elezioni politiche attesissime in tutta Italia. L’Abruzzo – con i suoi atteggiamenti discordanti – è un terreno di battaglia importante e vigoroso, sul quale si è venuto a sondare il valore dello scenario nazionale. Si può dire che questo momento equivale alla tappa numero zero di un concerto, quello di una prova generale che decreterà il successo di una performance sulla quale impiantare nuove dinamiche per assettare il tiro in vista degli accadimenti nazionali dei prossimi mesi.

L’opera di Victor Hugo arriva in questa condizione in modo profetico. La regia di Franco Però si presenta al pubblico con una scenografia essenziale dai tratti minimali, composta da una mobilità regolata dal comportamento stesso degli attori in scena. Tutto l’impianto segue l’andamento della narrazione come se il tempo ruotasse a una velocità supersonica mentre la costruzione di un comparto luci gioca a ricreare schemi compositivi provenienti da opere pittoriche famosissime (La morte di Marat di Jean Louis David, per citarne una)

La storia è un adattamento teatrale di Luca Doninelli ispirata dal romanzo storico francese e inquadra in modo dettagliato i temi che si stanno innestando in questo processo culturale legato alla nostra società. Si tratta di un’opera immensa, la cui natura è ambienta nell’Ottocento, ma il cui potere è estendibile (e riadattabile) alle vicissitudini dei nostri giorni. Il suo inizio è molto chiaro, pone in dialogo due uomini di sesso maschile che rappresentano un farabutto – che si rivelerà essere il sindaco – e un vescovo, monsignore della città.

Politica e religione come capisaldi etici su cui si regola l’intero comportamento di una intera popolazione.

I Miserabili, da questo punto di vista, è uno spettacolo che muove su due assi legati allo Spirito, non in senso religioso, ma secondo una visione laica di condivisione di un principio. Si basa su norme e regole di rispetto che disciplinano i comportamenti tra tutti gli esseri umani. Mostra quanto i farabutti – senza un esempio valido di benevolenza d’animo – possano ricorrere alla meschinità più totale nonostante una giustizia persecutoria in costante attività alle proprie spalle. La miseria è una metafora per indicare la mancanza di dignità, la vendita della stessa, assieme alla propria famiglia, pur di ottenere in cambio qualcosa.


Sebbene questi siano gli elementi su cui muove l’intera interpretazione, un occhio di riguardo è dedicato al ruolo delle donne: una triade di figure messe a margine, relegate, giudicate ed etichettate, ma che si rivelano essere le vere protagoniste compatte per tutta la durata dell’opera, su cui si basa l’intero potere che sorregge la fragilità umana.

I Miserabili racconta la storia di una bambina – Cosette – la cui madre è una meretrice che chiede al suo presunto benefattore sindaco il desiderio di salvare la propria figlia lontana chilometri, lasciata nelle mani di una famiglia di miserevoli personalità disposte a tutto. A fare la differenza arriverà la coscienza, la quale si attiverà nei confronti di chi potrà riscattarsi dagli errori del proprio animo – dalla nefandezza dei propri gesti – per espiare i propri errori attraverso il perdono.

Potrà mai la mia terra, la sua gente, ritrovare questo senso che ci avvicina tanto a una verità?

Teatro Comunale, Teramo
12 -13 gennaio 2019

I miserabili
dal romanzo di Victor Hugo
adattamento teatrale di Luca Doninelli
regia di Franco Però
con Franco Branciaroli
e con (in o.a.) Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo
scene di Domenico Franchi
costumi di Andrea Viotti
musiche di Antonio Di Pofi
luci di Cesare Agoni
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Centro Teatrale Bresciano, Teatro de gli Incamminati

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Banksy, dettaglio autodistruzione dell'opera Girl with a balloon, Sotheby’s, Londra, 2018

Matrigna – Teresa Ciabatti #solferino #libri [#recensione]

attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, giovedì, leggere, libri, Narcisismo, quotidiani, salute e psicologia, social media, società, televisione

Chi mi segue da anni è a conoscenza che a ogni nuova uscita dei libri di Teresa Ciabatti li pre-ordino senza pensarci due volte. Si tratta di una delle autrici contemporanee italiane che più mi ispirano. La sua letteratura ha una cifra stilistica inconfondibile, basata su un piglio nevrotico che è un fluire di parole che assorbono il lettore a un ritmo pazzesco, che va oltre ogni aspettativa. È stato così per Il mio paradiso è deserto (Rizzoli, 2013) ed è stato così per La più amata (Mondadori, 2017).

Matrigna (Solferino, 2018) è un testo inusuale per chi conosce la sua scrittura. È la storia di una madre – Carla – che ha due figli: uno maschio – Andrea – bellissimo e biondo-tinto e una femmina – Noemi – che naviga in un mare di rabbia repressa. La scrittrice trasforma il suo punto di vista, pagina per pagina, nello sguardo di una bambina impossibilitata ad accrescere la sua immagine, le cui aspettative si accavallano con quelle di chi proietta una storia basata su una finta disperazione, nella quale si rimane avvinghiati fino alla fine del libro.

Il romanzo ha finzione narrativa che si inserisce in contesti presi dalla realtà, provenienti dall’universo popolare della televisione; crea uno spazio di indagine sulla società contemporanea; esamina il falso mito di una madre perfetta; sfrutta i social network che alimentano l’immaginario come un cordone che narra qualcosa di irreale, ma che esiste, vediamo serpeggiare ogni giorno davanti ai nostri occhi, sulle nostre bacheche.

La descrizione degli scenari fa affiorare alla mente le più famose storie di cronaca: da Emanuela Orlandi a Ylenia Carrisi, da Angela Celentano a Denise Pipitone, da Annamaria Franzoni a Sarah Scazzi, un universo – un déjà vu – costellato da bambine, ragazze, signore, le cui madri sono disperate e si presentano con una rappresentazione che serve a dare voce a un vuoto egoico, riempito da persone e spettatori che assistono in contemplazione – nelle vita vera e in quella virtuale – a un dramma il cui epilogo serve a inasprire il senso di solitudine in una litania che è una richiesta di ascolto disperato al mondo.


L‘attenzione per il libro si sviluppa in una rete di situazioni in grado di unire momenti che sono il prolungamento di una spaccatura legata a due mondi generazionali diversissimi, ma provenienti da un unico processo storico. Basti pensare a come sono proposte le signore di una certa età in televisione, ma anche come queste abbiano alimentato modelli competitivi su una stirpe di donne soffocate dalla monotonia, incalzate da una esistenza semplice. Il solo fatto di osservarle e ammirarle ha portato a una spirale di sogni lontani, a smanie trasmesse come stereotipi da imitare, da lasciare in eredità come marchio di approvazione per essere giudicate valide e accolte dalla società in grande stile. Noemi, figlia protagonista, si pone a margine rispetto a un genitore che si raggomitola in una eterna giovinezza: la nuova fase di governo basato sull’idea di adolescenza.

L’autrice cita Pavese, ripercorre una delle poesie più potenti. Anticipa un tema intoccabile: quello delle madri, sole, eccentriche, malinconiche, narcisiste e manipolatrici – finora oscurate dai suoi ultimi scritti – mogli sottomesse ai loro mariti: uomini di potere e padri di un universo piduista. I fratelli sono lontani o scompaiono; le bambine sono il simbolo di un’infanzia tradita, ancorate all’idea di eterno ritorno, vincolate da un senso di responsabilità, costrette a sacrificare un orsacchiotto da recuperare in un tunnel che è una memoria plagiata dall’autosabotaggio e dalla impossibilità di vivere per paura del giudizio.

Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino, 2018
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#Eventi culturali #turismo #2018

arte, artisti, attualità, collezionismo, costume, cultura, eventi, fotografia, fumetti, giovedì, lavoro, leggere, letteratura, libri, recensioni arte, religione, società, spettacolo, spiritualità, Studiare, teatro, turismo, viaggi, vita

Ultimo di questa serie di articoli è quello dedicato agli eventi culturali che ho ricercato e ai quali ho partecipato:

  1. Aranzulla day con Salvatore Aranzulla, Auditorium Antonianum, Roma – Recensione
  2. Henri Cartier – Cartier Bresson. Fotografo a cura di Denis Curti,
    Mole Vanvitelliana, Ancona – Recensione
  3. The Florence Experiment. Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  4. Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  5. Casa Buonarroti, Firenze – Recensione
  6. Marina Abramovič. The Cleaner a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione.

Non recensite:

  1. Duomo di Arezzo per l’affresco della Maddalena di Piero della Francesca
  2. Chiesa di San Domenico di Arezzo per il Crocifisso ligneo di Cimabue
  3. Basilica di San Francesco di Arezzo per La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca
  4. Fortezza Medicea – Arezzo
  5. Figline Valdarno, Firenze
  6. Sarà presente l’artista. #0 Matteo Fato a cura di Simone Ciglia, Palazzo Clemente, Castelbasso (TE)
  7. Ripattoni in Arte, Teramo
  8. Fabio Mauri. 1968 – 1978 a cura di Laura Cherubini, Palazzo De Sanctis, Castelbasso (TE)
  9. Still of peace and every day life. Italia – Marocco:
    Fatiha Zemmouri – Materia Prima a cura di Paolo De Grandis, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE); Alberto Di Fabio – Infinitamente, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE) a cura di Antonio Zimarino; Amazigh: Berberi del Marocco di Luciano D’Angelo a cura di Sandra Fiore
  10. Rivestiti di incorruttibilità – I busti reliquiari della raccolta capitolare a cura di Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri (TE)
  11. Marco Fulvi – Effigi, Museo Capitolare di Atri (TE)
  12. Giuseppe Stampone. Precipitato Formale, Eduardo Secci Gallery, Firenze.
  13. Per Fabio Mauri. L’Aquila 1979 | 1999, Accademia di Belle Arti L’Aquila (AQ)
  14. SAM JYU ZI SEOI / A heart like still water di Bruno Cerasi, Libreria La Cura, Roseto degli Abruzzi (TE)
  15. Dalle stelle in una grotta. Le natività di Annunziata Scipione a cura di Valentina Muzii e Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri.

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Un labirinto di libri (Getty Images)

#Libri letti, recensiti e non terminati. [Lista #2018]

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Ecco un resoconto sul 2018. Inizio con i libri letti e recensiti, quelli rimasti in un limbo e i non terminati:

  1. Una vita quasi perfetta di Michelle Hunziker
    (Mondadori, 2017) Recensione
  2. Il dono del Silenzio di Thich Nhat Hanh
    (Garzani, 2015) Recensione
  3. Presidente degli esorcisti. Don Gabriele Amorth di M. Angela Musolesi (Shalom, 2010) Recensione
  4. Chi sono i terroristi suicidi di Marco Belpoliti (Guanda, 2017) Recensione
  5. Lealtà di Letizia Pezzali
    (Einaudi, 2018) Recensione
  6. Il metodo Aranzulla di Salvatore Aranzulla
    (Mondadori, 2018) Recensione
  7. La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
    (Adelphi, 2018) Recensione
  8. Cartier -Bresson, Germania, 1945 di Jean-David Morvan e Sylvain Savoia (Contrasto, 2017) Recensione
  9. Creiamo cultura insieme di Irene Facheris
    (Tlon, 2018 ) Recensione 
  10. I racconti dell’ancella di Margaret Atwood
    (Ponte alle Grazie, 2004) Recensione

Letti e non recensiti:

  1.  Il grande inquisitore. Fëdor Michajlovič Dostoevskij 
     (Salani, 2016)
  2. Il sessantotto sequestrato : Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni di Guido Crainz (Donzelli, 2018)
  3. Macerie Prime di Zerocalcare
    (Bao publishing, 2017)
  4. Macerie prime. Sei mesi dopo di Zerocalcare
    (Bao publishing, 2018)
  5. Matrigna di Teresa Ciabatti
    (Solferino, 2018)
  6.  L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso
    (Editori Laterza, 2018)

Non terminati:

  1. Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati (Feltrinelli, 2017)
  2. Maus di Art Spiegelman
    (Einaudi, 2000)
  3. Grande era onirica di Marta Zura-Puntaroni
    (Minimum fax, 2017)
  4. Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2018)
  5. Trattato dell’empietà di Manlio Sgalambro
    (Adelphi, 1987)
  6. La fine dello shopping on-line. Il futuro del commercio in un mondo sempre connesso di Winand Jonge (Hoepli, 2018)
  7. Instagram marketing. Stategie e regole nell’influencer marketing di Ilaria Barbotti (Hoepli, 2018)
  8. Perchè. Le sfide di una donna oltre l’arte di Lucrezia De Domizio Durini (Mondadori, 2013)


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Irene Facheris – Creiamo cultura insieme #libro #tlon[#recensione]

attualità, comunicazione, costume, cultura, filosofia, leggere, letteratura, libri, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, vita

Mi sono imbattuta in questo libro per caso mentre cercavo di agguantarne un altro per pura necessità di immergere il cervello in qualcosa di diverso dalla saggistica impegnata. Non sapevo chi fosse l’autrice, la sua età, non mi sono curata di questo dettaglio perché il motivo che mi ha portata alla sua lettura è stato il titolo.

Creiamo cultura insieme. 10 cose da sapere prima di iniziare una discussione è un testo brevissimo di Irene Facheris edito da Tlon proprio nell’ultimo anno. Un piccolo compendio di regoline per ri-stabilire e ri-organizzare il senso di se stessi.

L’atteggiamento è pratico e ha una attenzione minuziosa verso la vita con una impostazione che si fa chiara sin dalle sue prime pagine. Potrebbe essere paradossale, ma ci si sente ascoltati in lettura. Non so se sia l’intento dell’autrice – una giovane psicologa che si occupa di formazione e che ha un canale youtube -, ma la rassicurazione che arriva da questi frammenti permette di capire di cosa è possibile nutrirsi per stare bene e ristabilire un contatto con le persone che scegliamo di avere attorno a noi, nella vita o solo per un secondo.

Si riflette sui concetti di bisogno, giudizio e perdono. Su quello che ci fa sentire sbagliati, inopportuni e in alcuni casi frustrati. Forse in molti potrebbero dire che si tratta dell’ennesimo libro di psicologia for dummies, ma non è così. Tante volte basta poco a calibrare il tiro e Irene Facheris riesce – con piccoli esercizi comportamentali – a suggerire come ricollocarci verso l’essenza di una emozione e predisporla in ascolto col nostro io più profondo per arrivare a capire, condividere o accettare il punto di chi abbiamo di fronte con una giusta distanza.

facheris

Irene Facheris
Creiamo cultura insieme.
10 cose da sapere prima di iniziare una discussione.
Edizioni Tlon, 2018
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Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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Ophelia (1852) (dettaglio) di John Everett Millais (1829-1896)

La mite. Racconto Fantastico – Fëdor Dostoevskij #libri #adelphi [#recensione]

amore, arte, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, filosofia, giovedì, leggere, letteratura, libri, Narcisismo, quotidiani, religione, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, teatro, televisione, vita

Quando acquisto un libro mi capita ogni tanto di essere catturata dalle immagini di copertina. Stavolta ne ho scelta una che non aveva un volto, ma un titolo netto con un apparente margine di respiro.

La mite. Racconto Fantastico è un’opera di Fëdor Dostoevskij a cura di Serena Vitale (Adelphi, 2018). La storia è lineare: una donna muore e nel corso di poche ore il suo compagno manifesta le sue antiche frustrazioni. Lui è stato cacciato da un famoso reggimento militare: è altezzoso, sadico e manipolatore. È un personaggio maschile semi-adulto capace di compiere torture psicologiche verso la sua compagna sedicenne con forte spirito di asprezza e giudizio. Lei è un modello di profonda attualità, che richiama molte donne intrappolate in una spirale di possesso, gelosia e desiderio.

Il romanzo è stato scritto a metà Ottocento ed è ispirato ai fatti di cronaca della Russia di quel tempo. In quegli anni, in quella porzione di Europa, esisteva una percentuale di suicidi femminili talmente tanto alta da trascurarne la diffusione delle notizie. Il dato che porta alla riflessione è il rapporto con l’Italia di oggi, lontana dalla monarchia assoluta dell’impero sovietico. Basti pensare ai dibattiti nelle aule di tribunale, sui giornali, sul web, sui social network, in tv, dove accade proprio il contrario, con una autopsia di indagine che va oltre l’accanimento dei corpi stessi e che sposta l’attenzione su un altro tipo di informazione dai contorni macabri.

Melancholia_dettaglio_ diretto da Lars von Trier (2011)

La figura femminile richiama diversi momenti della storia dell’arte, del teatro, del cinema e della musica, ma l’immagine immediata a cui si associa la sua disperazione è Ofelia tratta dall’Amleto di William Shakespeare.

Durante la lettura si vive nel flusso di coscienza di un uomo di quarantuno anni immerso in una immobilità che trova slancio sul finale, nell’apoteosi di un delirio che nasconde una dilaniante tragicità. E’ proprio qui che si incontrano l’autore russo e quello inglese, quando si innesta la parte di una inquietudine viscerale comune a entrambi i libri.

La Mite ha una struttura letteraria che cresce a ritmi ansiogeni e contraddittori. Dostoevskij trascina la narrazione in una marasma che disorienta chi cerca di capire le dinamiche del racconto; crea una condizione che si dichiarerà letale senza offrire mai risposte chiare; apre a una riflessione religiosa a partire dall’uso di una icona nel rapporto tra vita e morte.

È un libro ideale per ha bisogno di essere schiaffeggiato.

Acquista su Amazon:

La mite. Racconto Fantastico di Fëdor Dostoevskij (Adelphi, 2018)
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Amleto di William Shakespeare (Mondadori, 2010)
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Melancholia di Lars von Trier (2011)
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Cover di copertina:
Ophelia di John Everett Millais (1851-1852)
Tate Britain – UK

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Porto di Ancona -Vista della mostra Henri-Cartier Bresson Fotografo, Ancona Ph. Amalia Temperini

Henri Cartier-Bresson #Fotografo #mostra #fumetto [#recensione]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, cinema, comunicazione, costume, cultura, eventi, filosofia, fotografia, fumetti, giovedì, leggere, letteratura, libri, mostre, recensioni arte, società, turismo, viaggi

Lo scorso 13 maggio sono stata ad Ancona, nelle Marche, per la mostra Henri Cartier – Bresson Fotografo che ha luogo alla Mole Vanvitelliana fino al 17 giugno.

La scintilla è scoccata alla fine, quando ho trovato Cartier -Bresson, Germania, 1945 di Jean-David Morvan e Sylvain Savoia (Contrasto, 2017). Si tratta di un fumetto che ha aiutato a valutare meglio l’intera esperienza di visita. Un libro che racconta le vicende del fotografo, le sue fughe e i colpi di genio che lo hanno portato a vivere nei campi di concentramento durante alcune fasi della Seconda Guerra Mondiale. Un testo che mette in luce il suo rapporto con la Leica, la famosa macchina fotografica seppellita e ritrovata come un qualcosa che rafforza un destino grazie alla custodia della terra nuda.

 

La mostra raccoglie 140 scatti organizzati in momenti che inquadrano stile e linguaggio di Henri Cartier-Bresson, artista conosciuto per la sua capacità di catturare il momento in un istante decisivo.

Il percorso è organizzato in circa 9 aree che testimoniano il mondo in determinati segmenti storici composti come sequenze che oscillano tra flashback e flashforward.

L’attenzione si sofferma su pochi elementi che incontrano spesso l’ironia e la velocità captati da un adulto capace di posare i suoi occhi su bambini in armonia con loro stessi nelle condizioni più dure.

L’allestimento permette di assaporare la tragedia nella maniera più pura per liberarsi da un peso di una immagine che in un secondo calpesta e dall’altro suscita profonda emozione (Dessau, Germania, maggio – giugno, 1945 / Mur de Berlin, Allemagne, 1962).

 

La cosa più potente – quella che rimane fissa nella mente – è l’occhio fermo di Cartier-Bresson che stabilisce il suo punto di vista nel nostro riflesso di osservazione. Questo accade quando si entra in relazione con Prostitute. Calle Cuauhtemoctzin, Città del Messico, Messico 1934 e con Place de l’Europe, Stazione Saint Lazare, Parigi, Francia 1932.

L’artista anticipa senza offrire, guida su linee in assetto geometrico perfetto, sottopone a degli interrogaritivi su come sia riuscito a bloccare un flusso temporale a quella maniera senza andare oltre ogni immaginazione.

 

L’autore nella sua poetica aiuta a capire quanto sia distante il cinema della fotografia e quanto siano complementari i due modi di comporre per immagini. Questo confronto accade con l’inserimento di una sua produzione video nascosta in un angolo della struttura, la quale non distoglie dall’esperienza di visita, ma ne amplifica i significati e le possibilità di confronto.

La parte meno interessante è quella dei ritratti. Personalità famose (scrittori, filosofi, artisti), icone incastonate in un tempo eterno che rafforzano il contesto e gli stimoli culturali cui lui attingeva, ma che passano in secondo piano rispetto alla intera narrazione riportata nella selezione delle opere in esposizione.

Se venisse in mente a qualcuno di sottrarre il valore della didascalia, la questione sulla loro contemporaneità risulterebbe impressionante: la mostra è fatta di storie in bianco e nero dal valore indefinito, gli scatti adattabili a fatti sociali e questioni politiche connesse ai nostri giorni.

La rassegna è promossa da Comune di Ancona e Civita in collaborazione con la Fondazione Henri-Cartier Bresson. L’allestimento è curato da Denis Curti e Andrea Holzerr per conto di Magnum Photos. Lo scenario è quello della Mole Vanvitelliana collocata su un’isola artificiale del porto di Ancona e progettata dall’architetto Luigi Vanvitelli nel 1732. E per mangiare? un salto a Sirolo, sul mare, a sud del Monte Conero su scenari naturali bellissimi!

Per informazioni in più sulla mostra:
http://www.cartierbressonancona.it/
http://www.lamoleancona.it/

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Cartier -Bresson, Germania, 1945 di Jean-David Morvan e Sylvain Savoia (Contrasto, 2017).
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Salvatore Aranzulla - ph. Elena Datrino

Il metodo Aranzulla+ Aranzulla day #evento #libro [#recensione]

attualità, comunicazione, cultura, eventi, giovedì, leggere, libri, marketing, pubblicità, social media, tecnologia

È iniziato tutto un pomeriggio di alcuni mesi fa, quando mi hanno lanciato una bomba per dirmi che erano disponibili i biglietti per partecipare all’evento esclusivo dedicato all’imprenditoria e all’innovazione con Salvatore Aranzulla. Otto ore di lavoro con chi ha creato un sistema di ricerca – una costante guida all’aiuto – sul web, la tecnologia e la telefonia, che al momento non ha eguali in Italia.

Per questo la notte del 20 aprile sono partita alla volta di Roma. Sapevo che avrei affrontato una giornata intensissima, ma non avrei mai immaginato che l’Aranzulla Day andasse a quella velocità e con un gruppo di persone interessate che cercavano un contatto pratico con lui senza stare a tesserne le lodi.

Le sessioni di lavoro sono state due (mattina e pomeriggio) e distribuite in tre livelli (base, intermedio e avanzato). L’unicità è stata permettere l’accessibilità del discorso a chiunque con gli strumenti forniti interamente dall’autore nella sua spiegazione semplice, dinamica – per tutto l’arco della giornata – volata a dei ritmi pazzeschi.

A fare la differenza è stata la coerenza tra l’immagine reale e quella virtuale. Un marasma di persone (576), pronte a prendere appunti, fotografare e lavorare, su tutto quello che veniva suggerito in questo secondo incontro, dopo la prima tappa di Milano del novembre scorso, in piena ironia e divertimento.

La cosa che mi ha colpito di più è stata l’empatia con la quale lui trasmetteva le informazioni necessarie per navigare in questo mondo. Il suo approccio è easy, leggero, divulgativo e mirato, come un risolutore che arriva davvero a chiunque. La sala era piena di professionisti di ogni età arrivati da tutto il Paese che si lasciavano illuminare da un ragazzo di 28 anni che ha iniziato la sua carriera alla metà degli anni ’90 come semplice amatore che si prodiga ad aiutare chi è in difficoltà nel marasma di un qualcosa di sconosciuto che ora è etichettato come digitale.

Decidere di avviare una attività imprenditoriale su Internet vuol dire rispettare standard qualitativi alti e sempre più elevati perché i circuiti di mercato sono più vasti, come vasta è la propria esposizione sulla rete.

Uno dei suggerimenti è stato monitorare dati e rendicontazioni, dimostrare e vedere gli andamenti e capire quando e come monetizzare con la propria attività. Il ciclo di guadagno inizia dopo circa tre anni, ma in questo lasso di tempo le dinamiche variano e la percentuale di rischio sul proprio trend rimane altissima anche se lavori nella serietà più estrema perché i competitor sono disposti a tutto. A fare la differenza nella performance è il tuo equilibrio, la tua capacità di visione, il budget disponibile e la distribuzione degli investimenti, e nel caso di un brand personale l’aggiunta è il dovere di essere solo ed esclusivamente il migliore e fare differenza nel proprio settore per saper anticipare le mosse per ristabilire le regole.

Ho visto in modo concreto come una grande strategia di marketing arriva a compimento ed è accaduta all’Auditorium Antonianum pochi giorni fa. Una regia pazzesca che ha funzionato nei minimi dettagli e che finora avevo vissuto solo nei grandi eventi artistici. Per questo ho deciso di acquistare Il metodo Aranzulla. Imparare a creare un business on line (Mondadori, 2018).

Ho pensato che avevo arricchito la mia giornata e contribuire alla divulgazione di questo libro avrebbe aiutato il suo approccio a diffondersi in chi vuole capire molte altre cose senza metodi complessi.

ll metodo Aranzula + Aranzulla day _tickets + libri -ph Amalia Temperini

Salvatore Aranzulla dimostra che adeguarsi ai linguaggi del proprio tempo vuol dire crearsi una professione che oggi rientra a pieno titolo nell’epoca della gig economy. Il testo fornisce molti degli elementi da lui suggeriti dal vivo e supporta una modalità di sviluppo per una forma mentis adeguata a entrare in ogni tipo di sistema per creare lavoro on-line e off-line nell’innovativo, per ciò che si è, partire da chi è come te, avvicinabile e in dialogo, per il futuro, assieme, ognuno con la propria idea. E poi chi di noi non ha avuto un cugino sbruffone e il sogno di diventare pasticciere?

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Il metodo Aranzulla. Imparare a creare un business on line
(Mondadori, 2018)
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Chi sono i terroristi suicidi di Marco Belpoliti #Guanda #libro #pointofview [#recensione]

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Chi sono i terroristi suicidi è libro di Marco Belpoliti edito da Guanda nel 2017. E’ una raccolta di articoli che indaga la nostra contemporaneità. Lo studioso offre spunti di riflessione in dieci saggi dedicati a più argomenti incrociati in un unico macro tema. Lo scopo è ragionare su una azione spettacolare di una forma di disperazione che porta a un’idea precisa di morte, ispirata da un principio di punizione.

Si tratta di una condanna auto-inflitta in forma collettiva. L’impianto è una struttura che trova risoluzione nell’azzeramento di alcuni simboli del mondo occidentale dove gli esseri umani sono solo una cornice consumata e senza valore di uno stagno, una specchio, riflesso, simbolo di ostentazione e vanità.

Moneta (mezzo statere) della serie del giuramento: testa di Giano bifronte e scena di giuramento Autore: Tipologia : Moneta, medaglione, medaglia Anno: 225-217 a. C. Materia e tecnica: Oro http://www.museicapitolini.org/

Il terrorista è un paranoico che ha perso il valore della speranza. È un anonimo con scarsa personalità, facilmente influenzabile, con un’età compresa tra i 18 e i 30 anni. Una persona che appartiene a una fascia economica medio – alta, studente di ingegneria, ossessionato dalla tecnica e formato in una cultura proveniente dai paesi del mondo islamico. È persona che ha tutto, ma che prova un grande senso di vuoto e il suo unico scopo è di imporsi con l’auto-annientamento nella costruzione di un mito in un atto di volgare scorrettezza. Il suo rifugio è in una ideologia maturata a seguito di ansie e aspettative altissime, fino a rendere la sua anima pietrificata, come se fosse cristallizzata in una eterna giovinezza. L’attentatore è mosso – di solito – da un senso di vergogna e umiliazione. Il gesto che compie è infantile e nocivo rispetto a chi è agli antipodi del suo patrimonio di conoscenze e questo lo disorienta e lo porta nelle mani di chi sa approfittare della sua incapacità fino a trasformarla in tragedia.

L’orchestrazione ha una regia di reclutamento che proviene dal marketing. Alla base esistono dei responsabili che selezionano – tramite social networki prescelti. Il loro identikit corrisponde alle caratteristiche elencate poco fa, ne conoscono tutti i movimenti, li adescano e in maniera subdola li portano nell’abisso delle loro intenzioni. L’influenza cui sono sottoposte le vittime è costruita in piccoli step. Si compiono con una terapia che continuerà in un percorso di manipolazione votato all’azzeramento della identità e della loro personalità.

In tutto questo la religione è uno strumento che diventa il capro espiatorio di una attività ingannevole che porta alla trasformazione del martire in vampiro. Avviene, in pratica, un cambio del paradigma che da testimone di vita lo trasforma in un angelo persecutore di morte.

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde - web

La sceneggiatura si compie nel gesto di condanna pubblica nella distruzione della piazza. Anonimi che ammazzano i loro simili in modo violento per costruire testimonianze immediate, visibili e condivisibili, offline e online, dove siamo responsabili, vittime e complici, nel vedere cosa è accaduto nelle città di New York, Londra, Nizza, Parigi, Bruxelles.

La comunicazione e l’informazione servono a diffondere loghi e iconografie (Branding Terror). In quei codici illusori sono costruiti dei traumi per immagini e la loro distribuzione su più piattaforme ha come obiettivo recare danno permanente sulla memoria degli innocenti che sarà documento fondamentale per chi studierà il futuro della storia e della sua interpretazione.

Si pensi solo a quanto materiale è stato prodotto dall’abbattimento delle Torri Gemelle dal 2001 in poi e al quantitativo di fake news e rivendicazioni di pari livello nella morte di Osama Bin Laden.

Quello che si evince in modo netto in Chi sono i Terroristi suicidi di Marco Belpoliti è l’innovazione. Negli anni a seguire essa sarà uno degli strumenti in grado di pilotare, condizionare e definire, nuovi limiti, confini e i comportamenti, tramite tecniche di ripresa e di fotografia nella sperimentazione che trae ispirazione dall’universo sportivo e nell’impiego di droni.

Marco Belpoliti, Chi sono i terroristi suicidi, Guanda, 2017 - ph. Amalia Temperini

Ho scelto di leggere il libro dopo aver ascoltato una intervista all’autore e ho pensato che il suo testo fosse connesso ai contenuti portanti avanti da Jerome Bruner quando parlava – alcuni anni fa – di società che passano dall’ego al we – go, nell’epoca del fallimento, tra inferno e creatività e non mi sbagliavo.

Riflettendoci su, anzi, mi viene da aggiungere che a Occidente si vive lo stesso disorientamento. Ho lavorato nel campo dell’arte contemporanea per otto anni prima di passare a un nuovo settore. Ho incontrato molti artisti, alcuni dei quali non hanno osato immergersi nella propria crisi personale per scarso coraggio; incapaci di affrontare – per vigliaccheria – i propri problemi nell’assumersi delle responsabilità e rigettando le proprie colpe sugli altri convinti di rimanere eterni ragazzi in fuga salvi dal giudizio della propria coscienza. Alcuni di loro sono ridotti alla medesima condizione riportata da Belpoliti e definita come “melancolia megalomania dell’inumano.

Spesso sono provenienti dell’est Europa arrivati in Italia negli anni ’80; cresciuti in questa nazione; accomunati dal disconoscimento per la propria radice.

Si comportano come dei senza patria che rifiutano i legami con la terra che li ospita nonostante le possibilità di accoglienza a loro concesse.

Persone molto fortunate che hanno dei conflitti interiori troppo invalidanti che li portano a solitudine estrema, alla perversione, alla ossessione, all’autolesionismo, all’essere dipendenti da alcol e dai social network, al rifiuto di un ascolto autentico e a rinnegare la famiglia di origine. Individui che trovano rifugio nella radicalizzazione ideologica e con la scusa di disconoscere il proprio padre firmano una denuncia che è raccontata in modo inconscio nella realizzazione di opere d’arte. Traditi, quindi, dall’errore delle proprie azioni nella verità dei loro lavori.

Si tratta meccanismi proiettivi che li rendono uguali a ciò che vogliono rigettare e nei quali rimangono intrappolati e incatenati come moderni Prometeo divorati dalle aquile.

Bulloz, Jacques-Ernest — Cosimo. Promethée. Strasbourg — insieme- http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda.v2.jsp?tipo_scheda=OA&id=15708&titolo=Piero%20di%20Lorenzo,%20Prometeo%20anima%20l%27uomo%20col%20fuoco%20rubato%20agli%20dei,%20Pandora%20ed%20Epimeteo,%20Prometeo%20ruba%20il%20fuoco%20dal%20carro%20del%20sole,%20Prometeo%20incatenato%20da%20Mercurio,%20Supplizio%20di%20Prometeo&locale=en&decorator=layout_resp&apply=true

Non vedo differenze tra questo racconto personale e quello riportato da Belpoliti. Hanno in comune una componente esistenziale che denuncia la medesima condizione di abbandono.

La vittima (terrorista/artista) è incapace di reagire alla propria oppressione come se fosse un organismo cosciente di vedere tutto, ma completamente cieco davanti a un problema. La sua sfida è tra la scelta di rimanere zombie ancorato alla propria bara oppure lasciarsi gettare in pasto a chi è peggio di loro, nella totale inconsapevolezza, senza sapere che è uno spreco che li renderà pedine di un gioco al massacro dove non stabiliranno mai le regole e dove nell’utopia dell’uguaglianza la loro aspirazione è irrevocabilmente castrata.

Karpov contro Kasparov Fonte: https://www.rsi.ch

La riflessione che mi contorce il cervello è come si fa a rimanere indifferenti alla vita, alle occasioni, alle piccole cose e ai segni che ogni giorno ci arrivano. Allora mi arrabbio davanti alla mia impotenza di essere umano ed è la spinta che sale per poter fare di più, per inseguire i sogni e reagire a quella trappola che ci hanno teso come generazione. Non penso a me, ma ai figli dei miei amici che meritano il doppio delle possibilità che ho avuto io. Il mio unico dovere è lasciare un posto al mondo che sia migliore di quello che ho ereditato.

Il libro di Marco Belpoliti è una analisi lucida che ci fa sentire meno soli davanti a un indefinito che al momento ha ancora molte cose inspiegate. Chi ha attraversato con le proprie mani gli eventi generati dal narcisismo patologico perverso sa di cosa parla l’autore e alla fine della lettura si sente in pace come Ulisse al rientro a Itaca, quando poggia i piedi nella sua casa, dopo le sue enormi battaglie.

 

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