Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa #audiolibro #libri [#recensione]

attualità, audiolibro, cinema, comunicazione, costume, cultura, eventi, film, giovedì, leggere, letteratura, libri, marketing, quotidiani, religione, società, spettacolo, spiritualità, streaming, teatro, tecnologia

Dopo aver avuto modo di iniziare con Heidi, penso che ascolterò tutti gli audiolibri di Francesco Muzzopappa messi on-line: li trovo piacevoli, divertenti e leggeri tanto da rendere la testa è completamente svuotata da ogni elucubrazione mentale una volta terminati.

Una posizione scomoda ha una durata è di circa 5 ore ed è la storia di Fabio, un ragazzo che vuole a tutti i costi fare lo sceneggiatore nel cinema impegnato dei grandi nomi, ma si ritrova a vivere nella schiavitù del porno in mezzo a una famiglia cattolicissima e da amichetti che si vantano di avere posti di privilegio nel mondo della tv. Del resto è lui che ha vinto il premio della critica ottenuto grazie al più importante esponente del cinema italiano di quel momento; la trappola che lo incastra quando scrive quella potente sceneggiatura che conserva gelosissimo in un cassetto fino a quando non arriva la grande occasione di produrla grazie a un tizio teramano che gli garantisce gli introiti per poterla raccontare al grande pubblico.

Da questo fallimento, si arriva a qualcosa che gli cambierà l’intera esistenza, ma è da quel momento che l’empatia trascina l’ascolto fino a piegarsi in due dalle risate capitolo per capitolo.

Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa
Letto da Dario Sansalone
Storyside, 2018|Fazi editore, 2013
https://amzn.to/2UD31dU

Una posizione scomoda - Francesco Muzzopappa, Fazi editore, 2011| Storiside, 2018 - Storytel - ph. Amalia Temperini

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Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut #audiolibro #libri [#recensione]

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Anche in questo caso, come quello della scorsa settimana dedicato ad Alan Bennett, ho ascoltato un artista che questo blog ha recensito un po’ di tempo fa. Non molti amano Kurt Vonnegut, scrittore americano diretto e incisivo, lontano dalle solite romanzate che stracciano l’anima fino a ridurla in brandelli e adatto a chi è abituato a ritmi veloci come quelli giornalistici.

Quando siete felici fateci caso è un audiolibro ha una durata di circa 3 ore ed è una raccolta di interventi che l’autore ha proposto agli studenti delle più prestigiose università americane durante varie cerimonie di laurea. Discorsi che più che incoraggiare sfruttano questa occasione per compiere delle denunce motivate a scardinare il pensiero critico di chi si trova, da quel giorno in poi, a conoscere una realtà completamente nuova da cui ricominciare ad avere responsabilità.

Quello che accade ascoltando la lettura a cura di Edorardo Siravo è capire ancora una volta quanto Vonnegut fosse interessato al concetto di comunità. Il suo punto di vista mostra quanto il valore attorno al proprio vissuto sia centrale rispetto a tutto il resto. Racconta di come è fondamentale la messa in discussione delle dichiarazioni degli uomini di scienza, religione e di tutto quello che è delineato a incidere sui singoli individui in relazione ai comportamenti degli altri.

Più volte torna, come custode, il tema biblico del Discordo della montagna, ma anche le lezioni dei suoi veri maestri, la rinuncia, l’impossibilità di ottenere una laurea in antropologia dopo il rientro dalla Seconda Guerra Mondiale, la sua capacità di affermare la vita senza nascondere le tragedie familiari, la messa in discussione dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America e tutto quello che è già manifesto in  Mattatoio n. 5 e Uomo senza patria, i due libri che di cui ho parlato diversi anni fa, agli albori del blog.

Non mi sento di dire che è uno dei suoi testi che mi ha colpito di più, ha rafforzato l’idea coerente che ho della sua filosofia di vita.

Quando siete felici, fateci caso: Edizione (molto) ampliata – Kurt Vonnegut
Letto da Edoardo Siravo
Storieside, 2018 | Minimum Fax, 2017
https://amzn.to/2UxvYrK

 

Quando siete felici, fateci caso: Edizione (molto) ampliata - Kurt Vonnegut, Minimum Fax, 2017 - Storyside, Storytel -ph. Amalia Temperini

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Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy #film [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, comunicazione, costume, cultura, film, giovedì, mostre, recensioni arte, Serie tv, social media, spiritualità, streaming

Mi sono accorta di questo progetto Netflix dopo i mille commenti del critico Jerry Saltz sulla sua pagina Instagram. Alla luce della visione, lo capisco: il film risulta essere una boiata pazzesca, spinto verso una concezione di arte costruita come una allegoria di serie B ben fatta.

La storia narra la vicenda di un artista morto, di cui sono scoperte le opere grazie a una giovane assistente di una potente galleria di arte contemporanea. Si tratta di un thriller che lega alcune figure di professionisti all’interno di una catena maledetta di eventi che portano a un unico risultato: la morte di chi tenta la mercificazione e lo scambio dei suoi lavori. L’immaginario costruito dal regista è per questo surreale e predispone l’osservatore a una visione distorta della realtà, dei mille aspetti che depotenziano il ruolo delle figure che ruotano attorno al mercato dell’arte.

Rivela, per questo, un sistema malato fatto di minacce e tradimenti, di arrivismo e inutilità, che toglie valore alle molte intelligenze di quei professionisti che credono nel valore del loro mestiere. Seppure sia vero che questo settore abbia delle pecche, fare di tutta erba un fascio è ridicolo, ma quello che stupisce di più è come sia stato costruito il ruolo delle opere in relazione alle vicissitudini della vita dell’artista.

Siamo abituati a conoscere aspetti che sublimano le opere attraverso la restituzione di immagini che mettono al centro il bello, la pulsione di una persona che nella realtà dei fatti ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti più puri – basti pensare a Caravaggio e come ha avuto una vita difficile, ma allo stesso tempo alla magnificenza delle sue pitture. Quello che accade in Velvet Buzzsaw è al contrario un chiaro tentativo di alimentare e perseguire l’idea di una figura che sia brutta dal vero e che persegue la sua violenza attraverso i lavori che prendono vita verso chi compie imposture nei loro confronti tanto da rendere l’intera visione buffissima. Quello che ne esce fuori è un quadro di uomini e donne piene di sé, soffocate dalla loro superbia senza limiti, dove è sottratta la poesia dell’arte.

Allora che senso ha vedere un film quando tutto è rannicchiato in una bolla che occlude la visione? Il più punito tra tutti sembra essere il critico interpretato da Jake Gyllenhaal e il più povero John Malkovich, maestro puro la cui ispirazione è bloccata.

Chi ha avuto la sfiga di vederlo?

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

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Madre, The rain, Netflix,2018

The Rain #serietv [#netflix]

amore, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, politica, social media, società, streaming, tecnologia, televisione, vita

In mezza domenica pomeriggio, quando fuori piove e si ha poca voglia di uscire, ho deciso di seguire e finire, come una ameba incatenata alla poltrona, una serie uscita lo scorso anno e distribuita da Netflix.

The Rain è racconto ambientato in una Danimarca post-apocalittica, ha come protagonisti due ragazzi a cui viene dato l’ordine di trasferirsi in un bunker a seguito di una epidemia che si dirama attraverso la pioggia. Sei anni nascosti sottoterra per vivere come topi, senza sapere cosa accade fuori, all’aria aperta, in un territorio che ha di suo un clima sfortunato che accentua il rischio di spostamento da un punto all’altro tra città, per trovare forme di vita incontaminate e rispondere a quel comando che coincide all’essere fedeli alla regola del padre.

Nella sua prima fase la visione sembra noiosa, ma con l’aumentare degli agenti ansiogeni, sale in modo notevole l’interesse. Di base la sua struttura del racconto è semplice, ma nasconde dietro la sua narrazione una crisi generazionale fatta di abbandoni e punizioni. Genitori chiamati a essere vincolati dalla propria professione al punto di scomparire; madri ossessive padri che lasciano i loro figli come se fossero oggetti fastidiosi da tenere a casa. La dinamica è quella di un qualsiasi un film horror, dove un gruppo di persone, coi loro destini, si incrociano, ma con la differenza sostanziale che qui le anime smarrite, coetanee e sconosciute, si offrono aiuto per salvarsi dal proprio passato, andare assieme verso qualcosa che assomiglia a un principio di felicità.

Per chi ha avuto modo di vedere Bird box – lungometraggio andato in onda su Netflix nei mesi scorsi – avrà avuto anche modo di ritrovare quel senso di disperazione che si trasforma in una necessità di fuga che è una angoscia costante, ma con l’enorme differenza che in quest’ultimo caso la madre riesce a proteggere i propri figli da un finto richiamo che è una visibilità micidiale. In The Rain, i ragazzi, quando riescono a trovare una cosa che per loro è una speciale oasi felice, capiscono che saranno ancora vittime sacrificali di meccanismo in costante ripetizione. In certi momenti questo senso disperazione sembra proprio essere una sorta di condizione che vede una gioventù condannata a farsi forza da sola per sopravvivere compatta in una battaglia tra reduci.

Proprio su questo passaggio viene da pensare che la cosa su cui si basa il principio letterario da cui è nata questa sceneggiatura è quella stessa dimostrata dai Sigur Rós con i loro video, quando cantano quel senso di malinconia che solo bambini oppressi possono avvertire e denunciare come in una favola scritta per immagini.

Da questa storia, assieme a quella di The rain – costruite su distopie spaventose – si evince, ancora una volta, l’impossibilità di avere diritto a una dimensione di gioventù, come se questa fosse il capro espiatorio su cui gli adulti vogliono rivendicare e rigettare, con forza, la propria impossibilità nell’accettare una maturità avvenuta con l’accesso all’età adulta.

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Inviato su amore, costume, cultura, filosofia, giovedì, gossip, letteratura, libri, marketing, Narcisismo, quotidiani, religione, rumors, salute e psicologia, Serie tv, società, spiritualità, streaming, tecnologia, televisione,

 

1983 #serietv [#recensione]

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Quando ho iniziato a leggere alcuni saggisti polacchi mi sono accorta che guardavo il mondo da un solo versante, al quale mancava un pezzo, la sua zona speculare, quella a cui avevo affidato inconsciamente la mia gioventù. Ho scoperto questa serie grazie a un commento di Giuseppe Genna, lo scrittore ne parlava in mondo abbastanza impressionato sulla sua pagina Facebook alcuni mesi fa, così ho deciso di proseguire e ho scoperto che si tratta di una prima produzione Netflix che nasce da sceneggiatori polacchi.

1983 parla di Storia, quella con la S maiuscola, in chiave distopica. In quell’anno la Polonia fu segnata da un grande attentato che sconvolse l’intero paese al tempo sottoposto al controllo del metodo Comunista. La narrazione è ambientata venti anni dopo, nel 2003, dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e prende il via con un ragazzo – un figlio protetto della patria – attorno al quale si riveleranno numerose vicende con lo scorrere delle puntate.

Kajetan è il giovane protagonista, il prescelto laureato in giurisprudenza con uno dei massimi esponenti di quella materia. Il suo Maestro – diciamo così – colui che gli pone alla base discorsi sul valore etico della Legge e la rende vitale grazie alla conoscenza della Filosofia. Giustizia e Saggezza diventano assieme i perni su cui ruota l’interpretazione di un quesito: una fotografia che ritrae alcuni personaggi cruciali della vita sociale polacca da individuare, su cui si basa un enigma che potrebbe offrire una risposta a molti dubbi che da quel momento in poi ruotano attorno a un nuovo delitto: la morte del professore per opera di Pjotr, uno dei suoi migliori studenti.

Da qui la storia individuale si apre a una condizione collettiva con una serie di suicidi sempre più numerosi, fatta di martiri che si tolgono la vita per opera una superiorità visibile che lega Nazione e Religione a una via invisibile nella quale si muovono la Polizia e gruppi di Resistenza. La tecnologia è lo strumento che pilota, controlla e descrive ogni singolo movimento; gli archivi – reali e virtuali – sono oggetti – presenti e futuri – nei quali sono custoditi i destini di una intera popolazione.

In questa intercapedine di luce e buio sembra sussistere un corpo indefinito nell’amore che accade tramite una riscoperta che lega più personaggi coetanei a un trauma, una memoria lontana basata sull’idea di tradimento e sull’ambizione di padri e madri, di polacchi sempre pronti a essere qualcosa di più per cui è necessario sacrificarsi. Gli autori in maniera netta suggeriscono che questa popolazione è spinta verso una mania di grandezza che è la loro più grande croce da portare addosso senza mai arrivare a una verità autentica, perseguita da una struttura sottesa retta da fili di manipolazione che arrivano dagli Stati Uniti fino a Oriente.

Sarà davvero così?
Sono curiosa di attendere la seconda stagione.

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Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018

Baby di Andrea De Sica #netflix #serietv [#recensioni]

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Mi trovo ad aver visto una serie tv italiana che racconta i suoi tempi, capace di mostrare il senso di dispersione che provano gli adolescenti.

Baby di Andrea De Sica e Anna Negri narra la storia di un gruppo di ragazzi benestanti. Modelli che sembrano essere ispirati ai protagonisti dei film di Sofia Coppola. Un mondo americano ambientato a Roma nord – tra gli upper class – in famiglie dove figli e genitori esistono come comunità, ma appaiono come individui slegati e sgretolati l’un l’altro nella realtà.

Il racconto è una fuga, rappresenta una rottura da uno schema differente rispetto al mondo anni Novanta, quando era ancora possibile scappare da parenti opprimenti, per un’ideale, un amore, il bisogno di indipendenza; mostra una esasperazione che arriva dall’assenza, un vuoto insopportabile tra le pareti domestiche riempito dalla spettacolarizzazione del proprio vissuto.

Quello che si vede in questa serie è uno spaccato dove gli strumenti di comunicazione invadono – notte e giorno – la percezione della realtà. La dimostrazione è nella estensione della propria immagine che deve essere – sempre e comunque – potente; permetta all’osservatore di corrodere il proprio sguardo nello spiare chi si ama, gli amici, semplici sconosciuti, per inventarsi un’altra vita, felice e possibile.

Pensiamo anche a noi, a come le informazioni fornite sui nostri social siano in grado di innescare nell’altro dei meccanismi di proiezione che costruiscono alibi e pregiudizi amplificati rispetto ai reali contesti cui sono ambientati. Ad esempio, in Baby un gioco sessuale tra due coetanei che si riprendono con uno smartphone diventa oggetto di vessazione psicologica quando è mostrato in pubblico, a tradimento, in una festa tra compagni di scuola spietati e corrosi dal cinismo, incuranti della sofferenza che vive una delle protagoniste presenti, attaccata da quegli atteggiamenti che rientrano a pieno titolo nella tematica della revenge porn.

Qualcuno ricorderà Carrie, il film tratto dal libro di Stephen King. La protagonista veniva presa in giro, incoronata reginetta, pronta a ballo della scuola, con il più bello di tutti, allo stesso tempo, sottoposta a uno scherzo atroce: sangue di maiale versato su quello che per lei era un gesto di importanza che le attribuiva un valore dentro un sistema che fino a quel momento le negava la possibilità di una identità vera e libera, oppressa dalla figura della madre e da un corpo inadatto a chi per lei aveva importanza.

Queste due forme differenti di fare cinema sono microtraumi visivi che in Carrie – nel suo genere horror – si trasforma nel potere telecinetico di una forza distruttiva che faceva esplodere tutto, qui – in Baby – al contrario: rifugiarsi in una realtà parallela – una vita segreta – dettata dall’assenza di responsabilità di persone di cui fidarsi.

La consiglio?
Non saprei.  Chi di voi ha avuto modo di seguirla?

Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018 (Locandina)

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You, Netflix, 2019

You #serietv #netflix [#recensione]

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In questo blog si è parlato spesso di narcisismo, almeno nel periodo che ha attraversato la mia vita tra il 2015 e il 2017. Tanto è stato il tempo per riprendermi da una brutta ferita. Vedere questa serie mi ha permesso di capire ancora una volta che le vie delle forme manipolatorie sono infinite e assumono, in base al contesto, segmenti indefiniti per poterli ridurre a una chiacchiera da bar senza valore che prende forma, in questo caso, in un racconto a puntate.

You narra il punto di vista di uno stalker. Il suo intreccio è una relazione che lega amore, odio e amicizia, alla cui base esiste una idea di punizione.

You (serie tv), Netflix, 2019

Le vicende del protagonista sono quelle di un ragazzo che replica il suo comportamento: quello che ha subito da bambino quando veniva rinchiuso in un box di vetro per imparare alla perfezione la professione di libraio/rilegatore. Da qui parte il trauma, cioè la sua concenzione di amore, nella salvezza – a tutti i costi – di una preda che ha scelto di inserire in una lista dove rientrano quelle donne che per lui sono capaci di dare trasporto, ma soprattutto, hanno riservato a lui, il tempo di uno sguardo gentile.

Basta questo semplice meccanismo per cadere in una rete illusoria di perfezione. Perseguire in modo indisturbato la presunta vittima con la tecnica tradizionale dei pedinamenti, sapere, con gli strumenti messi a disposizione dalla rete, chi è l’altro, cosa fa, chi frequenta, quando, come e in che modo, per farsi trovare pronto e preparato per giocare di anticipo nella costruzione di mosse per intrappolare il soggetto prediletto. In certi momenti sembra di rivedere alcune scene in chiave soft di Girl Gone – il film di David Fincher – con qualche intermezzo alla Hannibal lecter, per questo il suo profumo è familiare e per niente innocente.

You (serie tv) Netflix, 2019

Il finale apre a una seconda stagione, ma già terminare la prima è un atto di coraggio. I cliché rendono l’intera visione banale e toccano punte di ilarità massima. Parlo di come, a un certo punto, subentra un secondo stalker che si inserisce nella dimensione della storia principale in una concatenazione di eventi che sembra suggerire allo spettatore la visione paranoica secondo la quale tutti siamo potenzialmente maniaci o perseguitati da qualcuno grazie all’uso dei social che governano i nostri ruoli nella società, nel mentre però, gli stalker se la prendono con gli stalker, i maniaci coi maniaci e le vittime in attesa del loro prefigurato destino.

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Credo sia una delle questioni che ha attanagliato la mente di chi ha seguito le vicende di quella la donna trovata morta e avvolta in una cerata generata dalla sceneggiatura scritta da Mark Frost e David Lynch in quel capolavoro che fu I segreti di Twin Peaks. You, invece, parte dai libri e termina con un libro. Da scrittori che hanno segnato l’immaginario verso una scrittrice la cui identità è una voce posta in secondo piano in questo puzzle ancora da terminare e dove chi subisce il possesso rimane incastrato in una maledetta trappola di desiderio.

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#SerieTv2018

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Ho avuto un po’ di resistenza ad attivare Netflix, ma dopo averlo fatto – a quasi metà dell’anno 2018 – ho scoperto una infinità di cose nuove che mi hanno portata anche su Tim Vision e Hulu:

  1. La casa di carta di Álex Pina (Netflix, 2018) – Recensione
  2. Girl Boss di Kay Cannon (Netflix, 2018) – Recensione
  3. The end of f***ing world di Jonathan Entwistle (Netflix, 2018) – Recensione
  4. Insatiable di Lauren Gussis (Netflix, 2018) – Recensione 
  5. Follow this di Buzzfeed News – prima stagione (Netflix, 2018) – Recensione
  6. Hill house di Mike Flanagan (Netflix, 2018) – Recensione

Non recensite:

  1. Santa Clarita Diet di Victor Fresco – Stagione 1 e 2 – (Netflix, 2017-18)
  2. Chewing gum di Tom Marshall – Stagione 1 e 2 – (Netflix, 2016/17)
  3. Dark tourist di David Farrier, Paul Horan (Netflix, 2018)
  4. 1983 di Olga Chajdas, Agnieszka Smoczynska, Kasia Adamik, Agnieszka Holland (Netflix, 2018)
  5. L’amica geniale di Saverio Costanzo (Rai, Tim Vision, HBO, 2018)
  6. Baby di Andrea De Sica e Anna Negri (Netflix, 2018)
  7. Black Mirror: Bandersnatch di David Slade (Netflix, 2018)

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#Film visti nel #2018

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Dopo la sezione dei libri, mi faccio avanti con i film visti nel 2018, sono molto pochi rispetto agli scorsi anni. Ho meno tempo e sono poco interessata alle uscite cinematografiche:

  1. Wonder di Stephen Chbosky – Recensione
  2. 120 battiti al minuto di Robin Campillo – Recensione
  3. The shape of water di Guillermo del Toro – Recensione
  4. Sono tornato di Luca MinieroRecensione
  5. Il filo nascosto di Phantom Thread di Thomas Anderson – Recensione
  6. Manifesto di Julian Rosefeldt – Recensione
  7. The Square di Ruben Östlund – Recensione
  8. Easy – un viaggio facile facile di Andrea Magnani – Recensione
  9. 45 anni di Andrew Haigh – Recensione
  10. PIIGs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre – Recensione [Documentario]
  11. Appuntamento per la sposa di Rama Burshstein – Recensione
  12. Sulla mia Pelle di Alessio Cremonini – Recensione
  13. Michelangelo. Infinito di Emanuele Imbucci – Recensione
  14. The Neon Demon di Nicolas Winding Refn Recensione

Non recensiti:

  1. Woodshock di Kate e Laura Mulleavy (2017)
  2. Madre! di Darren Aronofsky (2017)
  3. Bird box di Susanne Bier (Netflix, 2018)

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CREDIT: ICON FILM DISTRIBUTION

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn #film [#recensione]

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Dopo Hill House ho scelto di vedere The Neon Demon, un lavoro di Nicolas Winding Refn uscito nel 2016. Si tratta di un film incentrato sul concetto di bellezza dove si incontrano alcuni elementi miscelati che vogliono far apparire questo film geniale da un punto di vista estetico, ma che risulta deludente al termine della sua visione.

La storia è quella di una ragazzina americana di 16 anni che si trasferisce dalla periferia della Georgia a Los Angeles, per una serie di casi fortuiti entra in una delle trame del sistema moda. La sua è una semplicità regale e casta, ha coscienza del suo potere, ma è preda ideale di un meccanismo chiuso dove regnano sadomasochismo, saffismo, pedofilia e necrofilia. Il progetto affronta l’invidia femminile fino a portarla a una condizione di cannibalismo. La violenza è gratuita.

Dal punto di vista della composizione, la fotografia ha molti rimandi ad artisti contemporanei (Man Ray, Vanessa Beecroft, James Turrell, David La Chapelle) e la musica elettronica in alcuni punti del montaggio aiuta a rafforzare una dimensione di scoperta, spaesamento e caos.

Il progetto non porta a niente: zero profondità, zero ricerca. Una solita storia da vita adolescenziale dove si tenta di giocare con i diavoletti che fanno i dispetti agli angioletti. Il film è stato incasellato nella etichetta di genere horror, ma in realtà è una condizione che si avvicina al fetish con qualche macchia splatter, ma senza troppe pretese.

Banalità a pacchi.

neon demon

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)
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Follow This #documentario #inchiesta #buzzfeednews [#recensione]

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Sono partita con tutti i pregiudizi del caso, ma ho dovuto rimangiare tutto quello che pensavo su Follow This, il progetto di inchiesta realizzato dai giornalisti di Buzz Feed News andato in onda su Netflix da agosto scorso.

Si tratta di una serie di puntate che affrontano temi legati alla società. Si parte da chi pratica la tecnica ASMR (sussurratori digitali), a chi pensa alla difesa della comunità di colore (surivalisti neri) e molti altri argomenti che anticipano i tempi che corrono: intersessualità, la gestione delle emozioni maschili, i diritti degli operatori del sesso, le fake news.

Follow This, Netflix, 2018 #followthis

Tra gli appuntamenti, uno dei più interessanti è quello sul funzionamento di alcune strutture per la gestione dei tossicodipendenti in Canada.

Si parte dal presupposto che ognuno si salva da solo, lo Stato mette a disposizione dei luoghi in cui poter effettuare questa pratica con l’assistenza di personale qualificato e pronto a salvare le vite in caso di overdose. Allo stesso tempo sono presenti dei centri di auto-supporto gestiti dai tossici. In entrambi i casi si creano aree a cui va unito il problema della mancanza di posti per chi vuole uscire da questa condizione. In Italia i SerT mica svolgono queste mansioni?

Un altro tema che ha aperto una riflessione è la gestione delle emozioni umane. In realtà il focus è su chi ha difficoltà nella ammissione delle proprie fragilità, per paura e pregiudizio, con la reazione che sfocia in una grande aggressività.

Gli uomini – il sesso maschile – è quello che in maniera malsana ha più difficoltà a cambiare. La loro mancanza di una educazione alla condivisione di stati emotivi porterebbe a trattenere il dolore per lungo tempo e questo senso di impossibilità, che si fa schiacciamento, accentua il disagio e la creazione di relazioni malsane. Lo stesso discorso vale per le donne. Noi, al contrario, sviluppiamo un feroce senso di onnipotenza nei confronti di chi ci ha fatte soffrire. L’astio generato da entrambe le situazioni è una forma di radicalizzazione che annienta la possibilità di vivere a pieno i propri sentimenti e li incastra in una idea di possesso e dominio dalla quale si può uscire marginalmente senza ferite.

Follow This, Netflix, 2018 #followthis

Quello che vedo ultimamente prodotto da Netflix, seppure sia di utilità, racconta spesso la voce di chi vive la propria condizione esistenziale in maniera paranoica e sofferente. Mi chiedo allora se questo modo di farci vedere il mondo abbia delle effettive finalità di sensibilizzazione oppure se sia solo una analisi sociologica fine a se stessa. Voi cosa ne pensate?

Da poche settimane è on-line anche il secondo ciclo di inchieste, ma al momento non ho nessuna voglia di seguirlo.

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The Hauting of Hill House #hillhouse #netflix [#recensione]

cinema, costume, cultura, Donne, film, giovedì, religione, salute e psicologia, Serie tv, spiritualità, streaming

Due sono stati i motivi che mi hanno portato a seguire questa serie trasmessa su Netflix: da una parte una blogger che annunciava un libro di Shirley Jackson – l’autrice da cui è partita l’ispirazione per la stesura di The Haunting of Hill House – dall’altra una compagnia di amici che si apriva a un’ansia feroce mentre iniziava a seguirne le prime puntate.

Hill House è un horror la cui trama racconta le vicende di una famiglia composta da sette persone. Tutti hanno vissuto in una casa che è una ossessione. La costruzione della sceneggiatura è uno specchio dove andare e venire tra flashback e flashforward e la memoria si presenta come l’oggetto ingannevole su cui si basa ogni singola scelta dei protagonisti.

 

 

È nel riflesso che si costituisce l’attimo di osservazione, quello di ricomposizione del livello inconscio valido per lo spettatore immerso nel labirinto dei traumi dei personaggi, la risposta. Dietro le fila di questa narrazione esiste un desiderio di possesso che si manifesta in una struttura da un cuore e uno stomaco su cui si riversano le sensazioni più terribili, nascoste e dettate dalla paura.

Hill House, Netflix, 2018

La riflessione che si apre è capire se tra le intenzioni degli autori esiste la volontà di osservare la schizofrenia femminile di una mamma come male ereditario, la paranoia o decifrare dei codici comportamentali comuni a tutti. La prima domanda affiorata alla mente dopo la visione è stata questa: se ognuno di noi andasse a smontare l’idea – il mito – della propria madre, potrebbe ottenere una rielaborazione valida a sanare le più intime fragilità?

Il finale è inaspettato e molte ambientazioni fanno pensare agli scenari kubrikiani di Shining e Arancia Meccanica, hitchcockiani alla Psyco, ma anche certi passaggi provenienti da Giro di Vite di Henri James, il famoso libro che ha ispirato l’uscita del film The Others del 2001.

Chi l’ha vista?

manifesto, Hill House, Netflix, 2018

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